di Nicola Grion

Il 12 marzo, dirigendomi con la mia classe al teatro Palamostre, sono rimasto sorpreso dalla presenza della polizia nei dintorni, presente in ogni dove. Tant’è che, entrati, in sala c’erano alcuni poliziotti in borghese, armati, a sorvegliare. Questo fa capire fin da principio l’importanza e la scomodità di una persona come don Ciotti, fondatore dell’associazione Libera, che ha bisogno di una scorta armata anche per un semplice incontro con gli studenti.

La presenza della polizia ci ha ricordato che neanche a Udine, che non è una metropoli, una persona della sua rilevanza è al sicuro. Ci ha ricordato che la mafia c’è anche nel Nord-Est. La mafia sopravvive e prospera dove c’è benessere economico e che anche se oggi non ci sono sparatorie e al Tg non se ne parla, essa è insediata nei posti più inaspettati anche e soprattutto nel Nord Italia.

La mafia, la droga, sono temi che rileghiamo oramai alle serie tv: la realtà è molto più inaspettata e cruda, non è parte di un copione. E oggi queste problematiche sono più impattanti di un tempo, quasi come una funzione inversamente proporzionale; meno se ne parla, più il fenomeno è rilevante. Al contrario di come molti pensano, o molti ignorano, i problemi ci sono dappertutto, nessun posto al mondo, nessun posto toccato dall’uomo ne è immune. E a volte basta cambiare la propria prospettiva, cambiare routine, fare una strada invece di un’altra, prendere l’autobus invece che l’auto, vedere la città ad un’ora insolita, per cogliere, non capire forse, un mondo quasi parallelo, il mondo degli emarginati sociali, dei drogati, degli immigrati, dei disoccupati, dei clochard, dei disperati. E, molto filosoficamente, improvvisamente colta questa verità pragmatica, ma esistenziale, si “esce” da se stessi, dal ruolo che si ha nella società, quasi come narratore esterno, di una storia molto attuale, che si banalizza. E anche la mafia si deve guardare da una prospettiva diversa da quella comunemente percepita, del “si dice” e “si pensa”. Non dobbiamo fermarci a questo, ma dobbiamo capire il funzionamento di una macchina complessa criminale, che è presente ovunque.

Un “don”, un sacerdote che tratta di mafia? di politica? È impressionante (forse è ciò che ha colpito di più) come sembri un’eccezione vedere un prete professare e diffondere il messaggio di carità cristiana e impegno civile, quando invece è quello che dovrebbe essere la regola. Don Ciotti, con le parole e con i fatti, in prima linea, è riuscito a smuovere migliaia di persone, a diventare fastidioso per chi vuole rimanere nell’oscuro, impastato nelle sue attività illecite. Il suo desiderio di libertà e giustizia dovrebbe essere il desiderio di tutti, ma tante volte si preferisce la tranquillità disonesta alla scomoda onestà. Nel suo lungo discorso le cose che hanno offerto più spunti di riflessione sono tre: il suo messaggio rivolto a noi giovani di studiare, non per prendere un bel voto, ma per conoscere le cose, capirle, andare al di là di quello che il pensiero popolare dice, proprio per uscire da una comodità egoistica; la seconda è che egli ha reso evidente l’esistenza di una “zona grigia”, ossia un luogo, non reale, in cui alcune azioni non sono né legali né illegali per il semplice fatto che le leggi non coprono tali eventualità, basti pensare al mondo crescente che è Internet; la terza è la sua personale esperienza, insieme alla storia di Lea Garofalo, la minaccia di Totò Riina.

Don Ciotti ci ha fatto notare con le sue parole pesate come i nomi di ogni persona morta per la giustizia e la verità nel nostro paese siano importanti, per i familiari soprattutto. Ma tali nomi non devono essere solo un insieme di lettere su uno schermo, su un monumento o sul cartello di una via, bensì il ricordo vivido di ciò che quelle persone simboleggiano,  ciò per cui sono morte e hanno lottato.

In conclusione, ognuno di noi nel suo piccolo può cambiare le cose, servono consapevolezza e memoria e prova di questo è anche l’impegno di alcuni studenti della nostra città per la diffusione del messaggio di Libera.