La meraviglia sta solo nell’equilibrio

 

di Sara Candussio

 

Viaticum per i latini significava “provvista per il viaggio”. Infatti per raggiungere un luogo lontano serve sempre portare qualcosa con sé. È da questo termine latino che proviene il nostro “viaggio”: l’errare, con la consapevolezza della distanza da percorrere, alla ricerca di qualcosa.

Perché viaggiare è cambiare prospettiva, portarsi dietro qualcosa e tornare con le braccia piene di qualcosa di completamente nuovo – o forse no?

La sfida del viaggio in Grecia era riuscire a fare una sintesi tra le conoscenze acquisite in questi cinque anni e le rovine davanti ai propri occhi. Non ci si può fermare al fatto che, materialisticamente parlando, si stanno guardando dei “sassi” posti con un determinato ordine, perché l’emozione che essi ti trasmettono è maggiore di ogni pensiero critico.

La bellezza non ti colpisce immediata, spontanea, perché non è ciò che ci si aspetta. La sensazione ha un carattere maestoso e quasi mortificante, una sfumatura non necessariamente piacevole. Riuscire ad afferrare e capire in cosa realmente consiste è ciò che conduce a comprendere il pensiero greco, maestro di un’estetica che, più che piacere, ha il fine di emozionare ancora oggi.

Questa grandezza è però frutto di un percorso. Si è passati dal sorriso arcaico, appena accennato, dei primi kouroi, alle smorfie ricche di pathos della Centauromachia di Olympia, a dimostrazione di una ricerca instancabile verso la rappresentazione delle emozioni che riguardano ciò che è umano.

L’esperienza proposta alle quinte era quella di un viaggio alle radici dell’humanitas, concetto basilare su cui si è sviluppata tutta la cultura europea: l’uomo e ciò che lo riguarda posti come centro, oggetti di rappresentazione e, soprattutto, di rispetto.

A Delfi, ultima tappa del nostro viaggio, si è reso completamente comprensibile quel “conosci te stesso” scolpito sul frontone del tempio di Apollo. Conoscersi, ovvero distinguersi.

L’uomo è bellezza. Per comprendere ciò che l’uomo è davvero, ci si deve aggrappare alla bellezza di fondo che si trova in opere magnifiche come il Partenone di Atene. Riconoscendo questa come bellezza, si è finalmente in grado di vederla attorno a sé, e di capire che la bellezza si trova nell’uomo, nel suo essere fragilmente e terribilmente umano. È bellezza ciò che turba, le luci e le ombre della vita umana, perché nell’equilibrio tra gli opposti -come quello tra gli spazi vuoti e il marmo di un tempio- si trova l’armonia che meraviglia. I personaggi della tradizione greca non sono eroi ed eroine infallibili: spesso si scontrano con le proprie fragilità e vengono puniti perché hanno trascurato i limiti divini. La grandezza e l’umanità che li fa apparire veri sta nel riconoscimento di un’ambivalenza necessaria tra pregi e difetti.

Alle soglie dell’età adulta, il viaggio ha avuto la finalità di mostrarci evidentemente come non esista bellezza che non sia sintesi di caratteristiche opposte.

Da qui il monito: “conosci te stesso”, un invito a discernere la propria bellezza e quella altrui, apprezzarla e renderla metro di misura per le nostre vite. Questa è l’humanitas, qui le radici della nostra cultura.