Nel lavoro che abbiamo svolto come gruppo per prepararci al Viaggio della Memoria ad Auschwitz, si è cercato di dare una valenza attuale alla parola Male e di riflettere sulla Shoah riferendoci ai tempi moderni. Siamo partiti da una domanda che molto spesso le persone si fanno quando entrano a contatto con le testimonianze dei sopravvissuti, ovvero: come è stato possibile che sia stato compiuto così tanto male a degli esseri umani e che non sia stato possibile fermare il fenomeno se non dopo lungo tempo?

Abbiamo cercato di dare una risposta. Primo Levi la definisce una “follia collettiva”, che può essere spiegata attraverso “la combinazione di molti fattori diversi”. Ma non esistono spiegazioni razionali per l’eliminazione di massa degli ebrei e delle altre minoranze. Ognuno di noi possiede una propria individualità e sfera personale che non può essere travalicata da nessuno. Ognuno di noi è speciale e unico con tutte le sue particolarità e merita rispetto dalle altre persone. Ognuno di noi presenta dei limiti che devono venire rispettati dagli altri e che conferiscono fragilità all’animo umano. E sono proprio le fragilità che fanno di noi degli Uomini.

Agire sulle fragilità fisiche e mentali dell’uomo è ciò che è stato compiuto nella Shoah, con l’annientamento di migliaia e migliaia di vite. Tutti coloro che sono usciti dai campi di concentramento sono stati privati della propria vita. Non solo quella dal significato “concreto”, ma anche quella che si vive nella “propria stessa” persona. Migliaia di vite sono state private delle loro occupazioni e della quotidianità che vivevano nelle loro case, nelle loro famiglie. Nel lager anche della propria dignità, che dopo la Liberazione è stata ciò che i sopravvissuti hanno cercato di recuperare.

Come si può trovare una spiegazione che sia razionale a tutto questo?

Levi dice “non si può comprendere, poiché comprendere è quasi giustificare” e “nell’odio nazista non c’è razionalità”. La Shoah non ha attenuanti o scusanti, e per questo la sua memoria deve essere protratta affinché in nessun modo accada più ciò che è successo.

Sovente nella storia dell’umanità la violenza ha avuto un ruolo principale e i limiti umani sono stati largamente varcati. Mai più deve succedere che una persona venga trattata così o che non si rispetti la sua dignità.

L’intolleranza per le diversità nel caso della Shoah ha colpito maggiormente gli ebrei. Non si è pensato, o meglio si è ignorato il fatto che dietro a quelle particolarità che ci rendono diversi e unici, si trovi l’umanità di una persona. Non si dovrebbe cercare di distinguere le individualità delle altre genti, poiché tutti siamo uomini e nella memoria della Shoah, dopo tutte le brutalità che ho visto nei campi di concentramento di Auschwitz e Birkenau, vedo un profondo invito alla tolleranza.

Con l’emanazione delle leggi di Norimberga il tentativo di eliminare le differenze non ha fatto altro che incrementarle. Nella nostra società ciò avviene tuttora. Ma la conservazione dell’Umanità personale può essere fatta solo attraverso la tolleranza verso il prossimo e anche verso di sé, riconoscendo che pure noi siamo differenti dagli altri.

Nella storia, fin dall’antichità, filosofi come Socrate hanno ricercato moderazione e tolleranza attraverso il dialogo, per giungere ad un punto di comune accordo. Oggi è comune, al contrario, tendere a posizioni di rigida estremizzazione.

Vedere un campo di concentramento mi ha fatto proprio rendere conto della necessità di mettersi in discussione e di tollerare, affinché non si creino estremizzazioni e discriminazioni. L’invito alla tolleranza appartiene anche a molti illuministi, a Grozio e Locke, che ne avevano individuato la chiave per sconfiggere il Male, di cui ci parla anche Nissim nei suoi libri sul Bene. Egli in particolare si chiede come sia possibile comprendere il Male e costruire una società di uomini Giusti, che rispettino i diritti inalienabili per l’uomo e la sua dignità. Noi ce lo siamo chiesti.

Dopo aver visto Auschwitz e Birkenau, sono rimasta estremamente impressionata dalla disumanità che ricevettero i deportati e da quanto odio dovesse esserne alla base. Da qui sento necessario un invito alla tolleranza per essere degli uomini Giusti, che poi costruiranno la società.

Nissim ci parla, riprendendo le parole di un ex-deportato, di come l’Odio possa procurare solo altro Odio: “Se vi odiassi vi farei un regalo. È quello che cercate, ma rispondere all’Odio con la Collera, sarebbe cedere alla stessa ignoranza che ha fatto di voi quello che siete.”

Una delle prime testimonianze che ho ascoltato da un anziano sopravvissuto, quando ero alle medie, raccontava della vita nel lager e di come fosse riuscito a salvarsi. Quest’uomo alla fine aveva aggiunto che, una volta uscito da lì, si sentiva solo, doveva ricostruire la sua fisicità, ma anche la sua sfera emozionale e l’unica cosa in cui aveva trovato la salvezza era stata proprio il perdonare coloro che gli avevano fatto del male.

 

Valentina Greatti (4^I)