di Marcello Rossi

 

Fra nuovi referendum, mozioni di sfiducia e Hard Brexit, questo articolo cerca di fare un breve riassunto di quanto accaduto finora, e di analizzare le prospettive future.

 

LA STORIA DELLA BREXIT – Tutto è partito da David Cameron, esponente del Partito Conservatore: primo ministro del Regno Unito dal 2010. Durante la campagna elettorale del 2015 annunciò che, in caso di vittoria, avrebbe attuato una rinegoziazione dei trattati britannici UE e un successivo referendum di interesse della Gran Bretagna nell’Unione.

E la cosa peggiore è che lo ha fatto non perché ci credeva – era infatti apertamente schierato per il Remain del Regno Unito nell’UE – ma per mero calcolo politico, utilizzando l’UE come mezzo per ottenere i voti dei cittadini britannici più scontenti.

Il 23 giugno 2016, dunque, la Gran Bretagna fu chiamata al voto del referendum consultivo fortemente personalizzato da Cameron, che dopo essere stato eletto primo ministro aveva intensamente (ed inutilmente) ribadito il suo schieramento per i Remain: risultato di  51,89%, contro 48,11% a favore dei Leave.

A seguito delle immediate dimissioni del 24 giugno, venne sostituito come primo ministro il 13 luglio da Theresa May, dopo le primarie all’interno del Partito Conservatore.

 

L’ARTICOLO 50Il trattato di Lisbona,  in vigore dal 1º dicembre 2009, ha introdotto una clausola di recesso per gli Stati membri che intendono abbandonare l’Unione. Ai sensi dell’articolo 50 del trattato sull’Unione Europea, uno Stato membro può notificare al Consiglio europeo la sua intenzione di separarsi dall’Unione e un accordo di ritiro viene quindi negoziato tra l’Unione europea e lo Stato.

Il 29 marzo 2017, come previsto dall’articolo, Theresa May ha dato ufficialmente inizio al processo di uscita della Gran Bretagna dall’Unione aprendo il dialogo con Donald Tusk, presidente del Consiglio europeo. Così ha avuto inizio anche il periodo tempestato di gravi errori politici della premier.

 

GLI ERRORI Possiamo far risalire il primo grande errore all’8 giugno 2017, la data delle elezioni anticipate volute dalla May: invece di rafforzare la maggioranza come previsto, il paese si è ritrovato con un parlamento più spaccato di prima, senza maggioranza (hung parliament), e la leader del partito conservatore è stata costretta ad alleanze con partiti minori.

Ripresa a fatica la maggioranza il piano relativo alla brexit della May, condizionato dall’incombenza della scadenza con l’UE del 29 marzo prossimo, è stato il seguente: rimandare fino all’ultimo il voto sull’accordo raggiunto con l’Unione, per farlo approvare dai laburisti sotto la minaccia dell’aut aut («o il mio piano, o il precipizio» del no deal, ndr) e dai conservatori sotto quella di nessuna brexit senza il voto sull’accordo. Nessuno c’è cascato: il voto in parlamento del 15 gennaio è finito 202 a 432 contro l’accordo: ben 118 i deputati conservatori che, pur sostenendo il governo, hanno votato contro l’intesa raggiunta con Bruxelles. E per finire, mozione di sfiducia da parte del leader Labour Jeremy Corbyn, ed evitata per un soffio al voto parlamentare del 16 gennaio: 325 contro 306. Sembra che il salvagente della May sia stata proprio la paura che, al posto suo, possa salire al potere Corbyn. Considerato ormai dai più un pericolo più grande dell’attuale premier.

 

ORA CHE PUÒ SUCCEDERE? Si ricomincia da capo. L’unica cosa che sembra certa è che l’UE non metterà mano all’accordo già raggiunto. Piuttosto è molto probabile che il governo britannico chieda all’Unione una proroga alla scadenza del 29 marzo (da capire di quanti mesi), che dovrà essere approvata da tutti gli stati membri. E anche se accadesse ciò, il governo resterà un governo di minoranza disastrato che non ha possibilità di legiferare.

Rimangono due sbocchi. Il principale, ma comunque piuttosto improbabile, riguarda l’approvazione parlamentare dell’accordo con l’UE; ma entrambe le parti sembrano determinate nelle loro posizioni. La sensazione è che ognuno stia provocando l’altro, costringendolo a cedere: non sappiamo dove porterà.

L’alternativa è il nuovo referendum. Una strada piuttosto impervia, per molti motivi. Cosa accadrebbe se vincessero di nuovo i Leave? E le possibilità di scelta sulle schede quante e quali dovrebbero essere: No deal, Deal o Remain?

Finora il più grande oppositore del referendum è stato, paradossalmente, proprio Corbyn: che vuole sì la Brexit, ma con l’unione doganale permanente. Mentre la maggioranza del suo partito è schierata a favore del ritorno alle urne. Per questa ragione prima o poi il capo dei Labour dovrà schierarsi per il referendum: ma se non lo farà con la giusta convinzione, il rischio di perderlo per un’altra volta aumenterà.

 

Arrivati a questo punto tutti, in Europa e non solo, stanno iniziando a pensare che la Brexit potrebbe anche non accadere più. Forse sarebbe il finale perfetto di quello che giorno dopo giorno sembra sempre di più un teatro dell’assurdo, capace di suscitare a volte il sorriso nonostante il senso tragico del dramma.