di Lorenzo Della Savia 

I trattamenti ai profughi sparsi per tutta Italia, gli innumerevoli prigionieri, le donne e i bambini. Storie nascoste, tralasciate e dimenticate della disfatta di cent’anni fa.

I quarantamila morti tra i 57.000 soldati italiani impegnati in battaglia, soccombenti sotto i colpi dei 2.518 cannoni austriaci. L’accusa di viltà da parte di Cadorna ai suoi uomini pur di non prendersi le proprie responsabilità. Il milione o più di profughi civili. La più grande sconfitta militare conosciuta dall’esercito italiano nella sua storia. È questo ciò che è balzato agli onori delle cronache – per cent’anni – della battaglia di Caporetto, iniziata il 24 ottobre 1917 e conclusasi con una pesante sconfitta per le milizie italiane. Ma di quanto accaduto un secolo fa nell’odierna Kobarid – il cui combattimento è stato commemorato proprio nel corso dell’ultimo mese – ci restano anche delle testimonianze colpevolmente dimenticate da chi invece dovrebbe mantenere vivo il racconto dei fatti accaduti nel passato.

Trascurate da molti, ed ignorate da moltissimi, le vicende accadute ai fuggiaschi che lasciarono Caporetto da profughi, i quali si videro sbattere porte in faccia da tutta Italia. Non destano grande attenzione i bambini senza famiglia, le madri senza i loro figli, i fuggiaschi che portarono con sé ciò che potevano (asini, maiali, galline, fiaschi di vino) nella lunga corsa per la sopravvivenza. O i civili morti travolti dalle acque durante la traversata del Tagliamento, perché preceduti a forza dalle truppe e abbandonati dalle stesse.

Tra i profughi protagonisti della fuga da Caporetto, ne morirono un migliaio. I più fortunati, furono accolti a Bologna, Firenze, Milano, Napoli, ma anche in Sicilia e Sardegna. Poi le cose cambiarono, e i rapporti tra ospiti ed ospitanti – peraltro connazionali – mutarono radicalmente in peggio nel giro di non molto tempo. Segnale di un’Italia che, ancora, unita non era affatto.

A Livorno, all’arrivo della bella stagione del ’18, i profughi vennero cacciati dagli alloggi. In diverse parti della penisola si diffusero epidemie di vario genere, per non parlare della situazione in Sicilia ed in Calabria, dove i veneti ospitati gettarono l’ombra della presenza mafiosa dietro al controllo della gestione dei fuggiaschi. Tutto finito nel dimenticatoio.

Finiti nel dimenticatoio coloro che vennero messi a lavorare in condizioni definite disumane, nutriti con pasti esigui. Nel dimenticatoio anche gli oltre 300.000 italiani fatti prigionieri degli austro-ungarici durante l’esodo da Caporetto. Tra questi, furono 100.000 i morti tra gli stenti, la fame, le epidemie e le umiliazioni.

E infine le donne: molte di esse vennero violentate, stuprate, spesso messe incinte. Altre preferirono togliersi la vita. Come dimenticare quelle donne che portarono in grembo per nove mesi «il figlio del nemico»? Quelle donne che comunque, almeno in parte, riuscirono a convincere i propri mariti – ammesso che li avessero ancora – ad allevare quei bambini come fossero figli di entrambi? Come dimenticare quegli italiani, costretti ad assistere alle violenze verso le proprie donne, senza poter far nulla in loro difesa?

Eppure, non se ne parla. Bisognerebbe capire chi siamo stati per capire chi siamo. Invece, situazioni che meriterebbero uno spazio nella memoria collettiva di tutti sono trascurate soprattutto da chi dovrebbe divulgarle. Anche dalla scuola.