di Matilde Graziano

 

Ho scritto questa poesia un anno fa, poco prima di decidere di pubblicare la mia raccolta di poesie, mentre stavo vivendo un periodo di crescita, cambiamento, maturazione, dopo aver perso tanto e riacquistato forse il doppio di quello che avevo perso. Facendo parte del gruppo teatrale ho proposto di leggerla durante il ritorno in traghetto, per riassumere e descrivere questo nostro viaggio in Grecia. E rileggendola, re-interpretandola a sei voci, mi sono accorta di quanto questa Grecia ci abbia dato modo di crescere, cambiare, maturare, nel bene e nel male, come gruppo e come individui. E mi sono sentita come se ciò che ho scritto non fosse “vecchio” di un anno, ma più attuale che mai.

C’è una cittadina ai confini del mondo,

in bilico tra ciò che è, e ciò che non è più. Si trova vicino al porto e isolata dal mondo, cresce e diventa ciò che sogniamo di più.

È piccola, è tutta in salita, le strade sono strette, ma affatto buie.

C’è qualcosa di incredibilmente affascinante in quel chiacchiericcio fitto che percorre ogni angolo, ogni casa, ogni bar.

E i fiori!

Quelli sono degni di nota, ricoprono ogni balcone, adornano i tavoli dei bar e splendono tra i capelli delle ragazze dai vestiti graziosi e i sorrisi timidi.

Ma il bello arriva quando le navi, grandi, maestose, provenienti da lontano, giungono nel porticciolo (anch’esso piccolo, modesto e pieno di fiori)

Tutto il paese sembra riunirsi.

Le vecchie signore si affacciano dai loro balconi, fingendo di mettere i panni ad asciugare, ma tenendo sempre l’occhio pronto per sbirciare.

Gli abitanti attendono, trepidanti; perché per loro quell’ arrivo, quelle navi, sono quel soffio di vento che arriva dopo mesi di caldo estenuante. E allora le ragazze indossano il migliore vestito che hanno, insieme a nastri, collane, cappelli. Il mercato apre i botteghini, e propone i migliori tessuti, rigorosamente colorati e si sente quel piacevole odore di cibo, perché i ristoranti tornano a essere pieni di gente.

Gli stranieri, gli sconosciuti, dai mille volti e dalle mille storie, non fanno paura. Tutti diversi, tutti così lontani da quella realtà, con cappelli sgualciti e occhi che hanno vissuto il mare e la guerra. Ma gli abitanti no, non hanno paura. Si fanno travolgere, e non aspettano altro che l’arrivo di quella gente nelle loro case, nelle loro vite.

Sono contenti, anche se lo sanno.

Sanno che se ne andranno.

Sanno che ognuno di loro, ogni uomo, donna o bambino che scenderà da quella nave, lascerà qualcosa.

Lascerà un ricordo, un bacio, una lettera o semplicemente una canzone nata tra le onde del mare.

E poi se ne andrà.

Ognuno di loro se ne andrà, a modo suo, con forza e violenza, o dando un addio silenzioso e improvviso.

Se ne vanno sempre, sai?

E oltre a lasciare qualcosa

Si portano via valige intere

Piene di sorrisi collezionati,

Di margherite trovate per strada

E di cuori spezzati.

In quelle valigie risiedono quegli amori perduti

E mai ritrovati

Nati tra un balcone e l’altro

O davanti a un tramonto

In quel bar.

Se ne andranno, e poi?

E poi la città sarà più vuota

E più piena

Al tempo stesso

Meno colorata, ma con una luce diversa, che piano piano cresce e illumina tutta la cittadina.

In attesa di una nuova nave

Di altre mille storie

Di un nuovo amore

Che stavolta magari con la sua valigia arriverà

E arriverà per restare