di Samuele Danelon

Il 25 gennaio scorso, nell’ambito di un progetto scolastico, ho assistito allo spettacolo teatrale “…E se fossimo in guerra?” di e con Claudio Moretti, socio del C.S.S., Teatro Stabile di Innovazione del F.V.G.

Questo racconto è ispirato al libro della scrittrice olandese Janne Teller che, immaginando una situazione di guerra in casa nostra, ipotizza la migrazione di noi europei verso un non meglio precisato paese del Nord Africa in cerca di salvezza. La sfida è quella di mettersi nei panni degli altri, sperimentando la vita di chi deve ripartire da zero in un paese straniero, in un campo profughi, in attesa di un permesso di soggiorno. L’attore recita da solo l’intero monologo accompagnato in scena da una fisarmonicista che sottolinea con la musica alcune parti dello spettacolo.

 

 

Non è sicuramente facile assumere un altro punto di vista e lo spettacolo, in questo senso, è un mezzo molto potente per la riflessione su un momento storico come quello attuale. Ho però trovato delle incongruenze rispetto soprattutto all’accoglienza dei rifugiati nel campo profughi. Ritengo infatti che almeno limitatamente all’Italia, tralasciando altri Paesi europei, l’accoglienza dei migranti, pur non essendo perfetta, sia certamente migliore rispetto a quella presentata nello spettacolo.

L’interrogativo che comunque rimane è cosa significhi realmente il termine “casa” ed in particolare “Dov’è casa?” come se la ricerca non finisse mai.