di Tommaso Scarabelli

“Tra le cose che più ci hanno fatto soffrire è il fatto che non credevano a quello che si raccontava. Ci hanno messo il cerotto, lo dico sempre. I primi anni che abbiamo cominciato ad andare nelle scuole ci chiedevano (ce lo chiedono anche adesso): «Perché non avete parlato prima?» Alcuni di noi sono andati a finire anche in manicomio. Uno che conosco ha fatto tre anni di manicomio perché raccontava quello che era successo. Non credevano. Non credevano.”

 

Queste sono le parole di Elvia Bergamasco riguardo ai suoi racconti sulla sua vita nei lager e a come fossero rimasti inascoltati e come tutt’oggi non ci sia ancora una giusta ed adeguata consapevolezza di questi eventi.

 

 

Elvia, nata a Manzano nel 1927, aveva solo 17 anni quando venne condannata ai lavori forzati nei lager nazisti. Il motivo? Lei credeva di consegnare delle lettere di amore, in cui gli innamorati si spedivano gli orari e i luoghi dei loro incontri. In realtà svolgeva inconsapevolmente il ruolo di “staffetta” partigiana.

Si tratta di un ruolo riservato generalmente alle donne durante la Resistenza, le quali ricevevano le lettere dai partigiani e le recapitavano al destinatario, in segreto.

Elvia agiva da tramite fra i membri della Resistenza all’interno della polveriera di Medeuzza, che poteva dirottare armi e munizioni verso le forze partigiane di montagna, e i loro distaccamenti, collegati alla Resistenza slovena. Nel 1944 le forze partigiane infatti si erano talmente infoltite da dare origine ad una repubblica detta del Friuli Orientale. Ma la presenza delle SS tedesche costituiva ancora una potente causa di terrore sulla nostra regione. E furono proprio le SS ad arrestare Elvia, avendo intuito subito il vero significato delle lettere, e a spedirla ad Auschwitz, senza che lei ne conoscesse il motivo.

Già sul treno che la portò nei campi di concentramento si fece un’idea del terribile futuro che la attendeva: a condividere il vagone con lei c’erano delle ragazze che provenivano dalla Risiera di San Sabba, stremate a terra dopo essere state torturate.

Primo Levi scrisse della vita nei campi di concentramento, ma le sue descrizioni si limitano alle condizioni a cui erano sottoposti gli uomini: non aveva idea di ciò che intanto accadeva alle donne. Elvia Bergamasco invece ha trascritto la sua tragedia ad Auschwitz nel libro “Il cielo di cenere”.

Fra le sue più traumatiche vicende vissute nei lager vi è la denudazione forzata di tutte le donne, contro il loro senso del pudore e sotto le facce divertite dei membri delle SS, a cui seguì la perdita di identità e di un nome, sostituito con un numero.

“Io non lo so se le ragazze giovani di oggi si spogliano nude davanti alla propria madre o le nonne camminano nude davanti a una ragazzina di sedici, diciassette anni. Oggi si é molto avanti con le cose, gli studi, le aperture in tutti i campi; ma il pudore a quei tempi per noi era enorme. È stata una cosa orribile questa, perché è lì che ti tolgono completamente tutto. Dopo la spoliazione passiamo davanti a una fila di tavolini e a turno, in fila, con un pennino e dell’inchiostro indelebile, ci fanno il tatuaggio al braccio sinistro, che si è gonfiato tutto. Da quel momento noi eravamo questo numero. Il mio nome, il mio cognome io l’ho dovuto dimenticare, completamente. Io ero 88653 e basta.”

Anche i bambini non vengono risparmiati dai generali del campo. I ragazzi più giovani diventano i giocattoli delle SS e dopo essere stati “usati” vengono eliminati. Nel libro viene raccontato anche l’episodio di un bambino che riesce a riconoscere sua madre ma, una volta cominciato a correre verso di lei, viene sbranato da una cane addestrato dai nazisti.

“Questi cani erano addestrati per azzannare, bisognava stare molto attenti coi cani dei nazisti. Ho visto dei cani spinti ad andare con le donne. I nazisti ridevano, ridevano, come pazzi! Erano ubriachi e drogati, senz’altro, per divertirsi a queste cose. Le donne […] erano tutte insanguinate, chi per terra, chi sbranata… e loro ridevano.”

L’utilizzo dei cani da aizzare contro i prigionieri non era una rarità nei campi di concentramento e questa cruenta pratica è stata descritta anche in altre opere letterarie riguardanti la Shoah.

Elvia Bergamasco nei campi incontrò anche l’angelo di Birkenau: così era chiamato il dottor Mengele. L’autrice racconta di come sia sfuggita per miracolo al suo sguardo selettivo, che avrebbe deciso chi sarebbe stata la sua prossima cavia. Mengele infatti utilizzava le donne per i suoi esperimenti di sterilizzazione e poi le spediva o all’area beffardamente chiamata “casa delle bambole” (un’area in cui diventavano delle eld-hure, cioè prostitute da campo) o ai forni.

La vita nei campi non permetteva ad un prigioniero di aiutare il prossimo: era una battaglia per la sopravvivenza e questa perdita di umanità nei sopravvissuti creò un senso di colpevolezza per omissione di soccorso, evidenziata sia da Primo Levi in “Se questo è un uomo” che da Elvia Bergamasco.

“Eravamo diventate, ormai, come volevano loro, non ci avevano tolto solo la femminilità, ci avevano tolto anche il cervello. […] Ci era entrato in testa questo ordine, questo modo di fare. Si andava avanti a forza di urla, non ci interessava né se qualcuno moriva, né se viveva, né se veniva picchiato, sempre più si tendeva a diventare insensibili alle sofferenze delle proprie compagne e sempre più si pensava alla propria sopravvivenza, diventando insensibili a tutto.”

Elvia venne liberata dai russi ma venne salvata dalle sue precarie condizioni fisiche da una crocerossina cecoslovacca: il suo intestino sarebbe andato distrutto e sarebbe morta se non ci fosse stato un intervento. Per la sua riabilitazione psicofisica ci vollero degli anni e nonostante il colloquio con sua madre, non si riprese mai del tutto. Per il resto della sua vita il silenzio per lei era infestato dai ricordi del passato.

“E in questo silenzio c’era un suono acuto e penetrante come il cigolio dei freni sui binari dei treni, il gemito di due pezzi di ferro messi insieme. Questo suono stridente batteva a tempo tutta la notte e ci è rimasto dentro la testa. Per sempre.”