di Margherita Stagni

Fino al 7 giugno di quest’anno le opere di M. C. Escher saranno visibili al pubblico presso il Salone degli Incanti di Trieste, in una mostra che raccoglie circa 200 rappresentazioni dell’artista olandese, che spaziano dalle tassellature alle metamorfosi, passando per figure impossibili e deformazioni spaziali. L’esposizione si sviluppa seguendo la cronologia della vita di Escher, mettendo in risalto la stretta relazione tra vita e produzione artistica, troppo spesso trascurata dalle mostre. Nonostante la complessità delle rappresentazioni, queste risultano accessibili anche agli spettatori meno avvezzi, grazie alle audioguide che forniscono una spiegazione esaustiva di opere che, a causa della dovizia di particolari quasi maniacale, che ricorda la pittura fiamminga di Van Eyck, richiederebbero intere giornate di osservazione per scoprire i dettagli più nascosti. Nel complesso la mostra risulta talmente avvolgente da giustificare un’eventuale dubbiosità di fronte agli scalini all’uscita, che dopo l’immersione di circa un’ora e mezza in un mondo caratterizzato da paradossi spaziali potrebbero benissimo essere un’illusione ottica.

Durante tutta la sua vita Escher ha raccolto giudizi negativi da parte di critici d’arte, che definivano il suo operato poco artistico e freddo, e ancora oggi alcuni considerano il suo lavoro troppo tecnico e intellettuale. Loro malgrado, il pubblico accolse con grande favore i suoi disegni, che in età contemporanea sono stati più volte imitati da artisti, registi e persino pubblicitari, dato il fascino suscitato dalle illusioni ottiche sulle persone.

A dire il vero, l’arte di Escher non può essere ridotta a una semplice riproduzione di diverse illusioni ottiche, perché si tratta di un affascinante studio del rapporto contraddittorio tra realtà tridimensionale e rappresentazione sul piano, che viene esasperato nelle figure impossibili come Cascata. A un primo sguardo sommario, queste appaiono perfettamente coerenti, ma dopo un esame più approfondito, per esempio scegliendo un punto su un oggetto e seguendone lo sviluppo, viene rivelata la paradossalità della figura.

La stravaganza delle opere di Escher venne molto apprezzata dal movimento degli Hippie, che nel corso degli anni ’60 vi si avvicinarono nell’erronea convinzione che questa avesse origine dall’assunzione di sostanze stupefacenti da parte dell’artista, trovandovi anche dei richiami simbolici all’uso di cannabis e altre sostanze psicotrope. Escher d’altro canto si distanziò subito da questa interpretazione, criticando aspramente chiunque la portasse avanti. A muovere apprezzamenti non furono solo i figli dei fiori, ma anche la comunità scientifica, in particolare i matematici, che ancora adesso considerano la dedizione allo studio geometrico dello spazio come l’aspetto più affascinante di Escher.

Nonostante la sua limitata educazione matematica, Escher riuscì a intuire diversi principi che gli consentirono di rappresentare deformazioni spaziali stupefacenti, come Galleria di Stampe, fondata sulla dilatazione conseguente a una rotazione. La trasformazione matematica venne dimostrata solo nel 2003 dal matematico Hendrik Lenstra, 47 anni dopo la realizzazione della litografia, a sottolineare la genialità di Escher.

A lasciare basiti i matematici non era solo la sua abilità tecnica, bensì la sua capacità di raffigurare i paradossi in modo così concreto. La matematica fa riferimento a un mondo ideale, simile all’iperuranio platonico, dove l’intelletto si muove fra concetti astratti, totalmente svincolato dall’esperienza sensibile, arrivando a conclusioni che spesso entrano in contraddizione con la realtà. Basti pensare ai paradossi di Zenone,
che, come i sensi ci suggeriscono, sono falsi, e invece avrebbero perfettamente senso in una realtà impostata sullo spazio geometrico di Euclide. Bisogna comunque ammettere che gli Hippie non avevano completamente torto, in quanto durante un’esperienza psichedelica causata da sostanze stupefacenti le
connessioni sinaptiche tra neuroni che ci consentono di percepire lo spazio e il tempo vengono deformate dando vita a mondi artificiali, dove i legami di causa-effetto non seguono le leggi imposte dalla fisica, ma non per questo risultano meno vere a chi le sperimenta.
La maestria di Escher risiede nel saper coniugare ciò che è reale con ciò che è
impossibile, suscitando inquietudine e meraviglia nello spettatore, interdetto dalla
contraddittorietà tra quello che viene presentato ai suoi occhi e la sua passata
esperienza. La ragione si vede tirata da due direzioni opposte, ed è costretta ad
accettare il paradosso, oltrepassando l’apparenza mentre varca la soglia del surreale.