di Carla Delle Vedove

 

15 settembre 1993. È passato più di un anno da quando i magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino sono stati uccisi dalla mafia.

È sera e padre Pino Puglisi, sacerdote della parrocchia di San Gaetano di Brancaccio, sta rientrando a casa, in Piazza Anita Garibaldi. È il suo cinquantaseiesimo compleanno, ma ha passato una giornata impegnativa: è molto stanco, a causa delle difficoltà che deve affrontare ogni giorno nel quartiere a lui assegnato.

Scende dalla macchina, ma mentre sta per aprire la porta di casa qualcuno da dietro lo chiama. Sono tre uomini: potrebbe essere una semplice rapina e, se così fosse, Padre Pino Puglisi direbbe ai tre rapinatori di lasciare stare e salire in casa a prendere un caffè, però capisce che questa volta è diverso.

“Me l’aspettavo”, dice, e sorride per l’ultima volta.

Un colpo alla nuca lo uccide.

 

A sparare è stato Salvatore Grigoli, che ha ottenuto il soprannome di “cacciatore”, poiché ha ucciso padre Pino Puglisi con un unico colpo di pistola, come i cacciatori che uccidono le prede. Oggi è un collaboratore di giustizia e, insieme a molti altri omicidi, ha confessato questo, a cui ha partecipato anche Gaspare Spatuzza, responsabile del furto dell’auto utilizzata come autobomba nella strage di via d’Amelio quando è stato ucciso Paolo Borsellino. I mandanti, invece, sono stati i fratelli Filippo e Giuseppe Graviano, capi del mandamento di Brancaccio-Ciaculli, oggi condannati a diversi ergastoli.

Ma perché uno degli obiettivi dei fratelli Graviano è stato padre Pino Puglisi? Il 29 settembre 1990 è stato nominato parroco della Chiesa di San Gaetano e fin da subito ha iniziato la lotta contro la mafia, in particolare cercando di salvare i bambini e i ragazzi di quel quartiere. A Brancaccio infatti la situazione era drammatica: fino a quel momento nessuno aveva conosciuto il significato della parola “futuro”. Non sembrava esserci la possibilità di una vita alternativa a quella condizionata dalla mafia e dalla sottomissione al volere dei mafiosi del luogo, i bambini crescevano per strada senza qualcuno che li guidasse, molti di loro non avevano da mangiare, non avevano niente.

Da quando arrivò padre Pino Puglisi però cominciarono a comprendere che il futuro non necessariamente  doveva essere collegato alla parola “mafia”.

Come ricorda Gregorio Porcaro, collaboratore di padre Pino Puglisi, lui era un uomo pieno di vitalità che nonostante gli anni che passavano rimaneva sempre un bambino. Giocava con i ragazzi con le figurine, li teneva in braccio e “aveva bambini che sbucavano da tutte le parti”. Cercava infatti di dare loro un’educazione diversa da quella fornita dalla strada e dalla mafia. Aveva le orecchie grandissime sempre ad ascoltare, aveva le parole giuste e un abbraccio per chi era in difficoltà, come nel caso di Gregorio Porcaro, a cui il “parrino” un giorno dedicò più di quattro ore, rimandando i suoi impegni, in modo che il ragazzo potesse raccontare liberamente tutto ciò che lo preoccupava. Grazie a padre Pino Puglisi Gregorio capì che la sua strada era quella di diventare sacerdote e collaborare con lui, perché anche a Brancaccio si poteva trovare chi aveva bisogno di aiuto, senza dover raggiungere l’Africa o l’Asia. Padre Pino si è subito guadagnato la fiducia dei ragazzi, ma questo è stato uno dei motivi per cui i fratelli Graviano hanno deciso di eliminarlo. Era una minaccia per il potere dei mafiosi del luogo: nelle sue omelie portava avanti la lotta contro la mafia, raccoglieva i ragazzi dalla strada e dava loro un futuro. Uno di questi ragazzi rubava le radio dalle automobili: ha però deciso di restituire al proprietario l’ultima che aveva rubato, insieme ai soldi per la riparazione del danno, perché, grazie a padre Pino Puglisi, si è reso conto della sua azione. Oggi  lavora in una banca a Torino.

Un altro ragazzo che amava disegnare e che è stato spinto da padre Pino a studiare, ora fa lo sceneggiatore a Roma e collabora con importanti registi di Hollywood. Una ragazza, invece, sta studiando per diventare magistrato e altre due oggi sono assistenti sociali.

Forse la prospettiva di un futuro non sarebbe stata possibile a Brancaccio senza padre Pino Puglisi, nonostante abbia dovuto dare la vita per questo, diventando il primo martire della Chiesa ucciso dalla mafia.