di Carla Delle Vedove

 

“America – Nord contro Sud” è il titolo della Lezione di Storia organizzata dal Teatro Giovanni da Udine la mattina del 9 dicembre, durante la quale il professor Arnaldo Testi, docente di Storia americana all’Università di Pisa fino al 2017, ha ricostruito e analizzato la guerra civile.

Nonostante l’espressione “guerra civile” venga comunemente utilizzata in generale per indicare lo scontro avvenuto dal 1861 al 1865 tra gli Stati del Nord e del Sud degli attuali Stati Uniti, essa indica la visione della guerra da parte degli Stati dell’Unione, quelli del Nord, che la considerano un conflitto tra appartenenti alla stessa nazione e che ha come scopo la riunificazione del Sud con il Nord. Ben diversa è però la visione della Confederazione, comprendente il Sud, che invece la ritiene una guerra tra Stati e con fine l’indipendenza dall’Unione. I vincitori sono stati i nordisti, perciò è prevalsa anche la loro visione della guerra, definita quindi “civile”.

Quando questa scoppia, il Nord è industrializzato, è capitalista e protezionista, mentre il Sud è ricco, ma ha un’economia liberista basata sull’agricoltura da piantagione, per la quale è fondamentale il lavoro degli schiavi afroamericani. Il conflitto ha quindi come motivo scatenante la volontà degli nordisti di abolire la schiavitù in queste zone. Questo spiega perché, oltre alla guerra tra Nord e Sud se ne combatte anche un’altra: è l’occasione per gli afroamericani di emanciparsi e liberarsi dalla condizione di inferiorità in cui sono tenuti.

Sebbene la questione della schiavitù sia controversa, durante la guerra il presidente Abraham Lincoln emana il Proclama di emancipazione, un atto militare temporaneo che libera gli schiavi presenti negli Stati che combattono contro l’Unione. Molti di loro si arruolano anche con le truppe nordiste e possono dare il proprio contributo, mentre inizialmente non era concesso loro far parte dell’esercito perché considerati inferiori e per timore che, una volta ricevute delle armi, potessero ribellarsi.

Non mancano però delle contraddizioni. Non in tutti gli Stati, come nel Maryland che fa parte dell’Unione, infatti, gli schiavi vengono liberati. Il compito di Lincoln è tenere uniti gli Stati del Nord e del Sud: spiega che, nonostante il suo desiderio sia abolire la schiavitù, per evitare la secessione è anche disposto a non eliminarla totalmente oppure ad abolirla soltanto in alcuni Stati.

Lincoln infine riesce comunque ad ottenerne l’abolizione, seppur attraverso una sanguinosissima e forse non indispensabile guerra che si conclude nel 1865. A dicembre dello stesso stesso anno, alcuni mesi dopo l’assassinio del presidente ucciso da un attore fanatico sudista, viene emanato il XIII emendamento, che vieta la schiavitù in tutti gli Stati.

La guerra tra nordisti e sudisti è quindi finita, ma di fatto continua ancora lo scontro tra bianchi e afroamericani, specialmente negli Stati del Sud, in cui è necessaria per dieci anni un’occupazione da parte degli Stati del Nord per controllare i contrasti tra la popolazione. Nonostante gli afroamericani ora siano liberi, parte dei bianchi non accetta questa condizione e perciò nascono alcune organizzazioni, come il Ku Klux Klan, responsabile di numerosi episodi di violenza nei confronti dei neri.

Nei decenni successivi alla fine della guerra sono diverse le statue che vengono erette, soprattutto negli Stati sudisti. Gran parte di esse però ha il fine di celebrare coloro i quali, come il generale Lee, si sono battuti a sostegno della schiavitù a vantaggio dell’economia. Per questo oggi alcuni americani vogliono la rimozione di quelle statue che inneggiano alla visione di inferiorità degli afroamericani.

Il contrasto tra bianchi e neri è rimasto nel corso del tempo e l’elezione del presidente Barack Obama è vista come l’emancipazione definitiva degli afroamericani, sebbene la sua presidenza possa essere considerata decisiva nel determinare nella popolazione americana le condizioni che hanno in seguito condotto all’elezione di Donald Trump.

 

INTERVISTA AD ARNALDO TESTI

 

di Sara Candussio, Carla Delle Vedove, Marcello Rossi,  Emanuele Quagliaro (studente del Liceo Stellini), Riccardo Sidoti

 

In seguito alla lezione di Storia “America – Nord contro Sud” il professor Arnaldo Testi si è reso disponibile per un’intervista.

 

Ci ha parlato di una religione laica che credeva molto nella Costituzione americana e nella Dichiarazione d’Indipendenza. C’è un po’ di ipocrisia da parte degli Stati del Nord riguardo agli ideali per cui gli Stati Uniti si erano inizialmente battuti?

La Costituzione degli Stati Uniti nel momento in cui entra in vigore alla fine degli anni ‘80 del Settecento è una costituzione schiavista, cioè ci sono delle clausole che prevedono una modalità particolare di espressione dei voti negli Stati in cui esistono “le altre persone”. Si dice che il voto verrà calcolato sulla base della popolazione più tre quinti delle “altre persone”, gli schiavi. Non si dice però espressamente “schiavi” perché, sostanzialmente, siamo ipocriti.

Già da prima della guerra civile il movimento abolizionista bianco, tra gli anni ‘30 e ‘40 dell’Ottocento, diceva che la Costituzione è un patto con il diavolo: è il patto fatto dagli Stati liberi con gli Stati schiavisti per mantenerli all’interno dell’Unione. L’ipocrisia c’era già con la Dichiarazione d’Indipendenza, che dice che tutti gli uomini sono creati uguali, ma che è stata scritta da Thomas Jefferson, uno schiavista: aveva tempo di scriverla perché c’erano gli schiavi che lavoravano per lui. Una volta scritte certe affermazioni però hanno una loro autonomia. Nella realtà, infatti, c’erano gli abolizionisti e gli afroamericani che prendevano in considerazione i principi della Dichiarazione d’Indipendenza, cioè che tutti gli uomini sono creati uguali, anche se magari questo è stato scritto senza pensare a tutti i limiti che avrebbe posto. È importante a questo punto che ci sia una rivoluzione che affermi che tutti gli uomini sono effettivamente uguali.

 

La guerra civile quindi si può definire un tentativo di trasformare ciò che è stato scritto nella Dichiarazione d’Indipendenza in qualcosa di concreto?

Ci sono molti storici che considerano la guerra civile come la seconda rivoluzione americana, che ha esteso la cittadinanza a tutti i residenti. Questi però sono intesi come afroamericani, perché i nativi americani, invece, diventano cittadini complessivamente negli anni ‘20 del Novecento. Nel 1924 c’è una legge che dà loro la cittadinanza, anche se in realtà molti di loro nemmeno la vogliono perché hanno già quella della loro nazione di origine.

 

Può essere espressione della volontà delle persone un governo come quello di Lincoln che per vincere le elezioni in alcuni Stati fa arrestare i suoi avversari?

Siamo in guerra e bisogna vincere… Questo succede sicuramente in Illinois, negli Stati schiavisti di frontiera e nel Maryland. Per vincere si fa di tutto, ma questo fa parte della storia di tutti i Paesi. Solo chi idealizza la storia degli Stati Uniti si scandalizza se succedono certe cose.

 

Al giorno d’oggi sarebbe opportuno modificare il sistema elettorale degli Stati Uniti?

Oggi ci sono comitati per l’abolizione dell’attuale collegio presidenziale per arrivare all’elezione diretta del presidente. Per alcuni anni, all’indomani della Seconda guerra mondiale, era anche nel programma del partito democratico fare questa riforma. Ora molti progressisti tra i democratici, dopo l’esperienza Trump-Clinton e anche Bush-Al Gore nel 2000, vorrebbero cambiare il sistema elettorale perché ad esempio Bush ha vinto il voto elettorale, quello dei grandi elettori, ma non quello popolare. Questo non aumenta però le chances della riforma elettorale, perché potrebbe sembrare una riforma di parte: i democratici vogliono modificare il sistema perché hanno perso.

Proposte di riforme ci sono da che esistono gli Stati Uniti. Infatti già mentre veniva scritta la Costituzione c’erano delle discussioni, ma era necessario un testo che mettesse d’accordo tutti gli Stati, quindi uscì questo sistema che andava bene a tutti, anche agli stati più piccoli e a quelli schiavisti che volevano essere rappresentati a livello elettorale. In seguito sono state avanzate continuamente delle proposte al Congresso per cambiare il sistema, però non hanno avuto un riscontro, e ora ci sono dei comitati e associazioni che acquistano sempre più visibilità.