di Sara Candussio

È difficile trovare una donna che in fondo non si ritenga femminista, mentre è molto più raro trovare un uomo che sappia anche solo il significato di questa parola.

Il femminismo è un movimento di rivendicazione dei diritti economici, civili e politici delle donne; in senso più generale, insieme delle teorie che criticano la condizione tradizionale della donna e propongono nuove relazioni tra i generi nella sfera privata e una diversa collocazione sociale in quella pubblica (enciclopedia Treccani). Più semplicemente, si impegna a riconoscere uguali diritti alle persone di entrambi i sessi.

È frequente identificare spesso una femminista come una donna con pretese non più rivoluzionarie, ma con meri capricci o rivendicazioni contro l’uomo. Ci si trova davanti donne che, dopo essersi definite femministe, dimostrano di non concedere il giusto rispetto ad individui di sesso maschile, magari indirettamente vendicandosi dei soprusi perpetuati in passato a danno delle donne.

Questo atteggiamento prende il nome di misandria e non è assolutamente da confondersi con il femminismo.

Atteggiamento opposto a questo è la misoginia, ovvero l’odio nei confronti delle donne, in cui riconosciamo molteplici scrittori, filosofi e personaggi storici: Schopenhauer, Oscar Wilde e Nietzsche sono solo alcuni esempi, seguiti dal famoso Amleto, di cui viene riportato il discorso ad Ofelia.

Dio t’ha dato una faccia, e tu ti mascheri.

Quando cammini vai ballonzolando,

sculetti, bamboleggi a destra e a manca,

chiamando coi nomignoli più strani

le creature di Dio

e fai passare la tua sfrontatezza

per ignoranza… Va’, ce n’ho abbastanza.

È questo che m’ha fatto uscir di senno.

Sai che ti dico? Che è passato il tempo

dei matrimoni; quelli già sposati,

tranne uno, proseguano a campare;

ma gli altri resteranno come sono.

Va’, vattene in convento.

(Hamlet, Atto III, 155-162)

Questo atteggiamento di ripudio e di disgusto nei confronti della subdola figura femminile ha radici nella storia: già Esiodo nel suo Le opere e i giorni descriveva Pandora come l’origine degli inganni, male mascherato, che giungeva sulla terra per ingannare gli uomini. La visione non cambia con Medea, crudele moglie di Giasone, che prova ad allontanarlo dai figli del suo precedente matrimonio dopo averli uccisi lei stessa. La stessa religione cristiana risente fortemente di questo pensiero, soprattutto a causa di Paolo di Tarso, che con tono sentenzioso dice:

“Voglio tuttavia che sappiate che capo di ogni uomo è Cristo, capo della donna è l’uomo e capo di Cristo è Dio […] Le mogli siano obbedienti al proprio marito come al Signore […] Le donne tacciano nelle assemblee, perché non è permesso loro di parlare: siano sottomesse, piuttosto, come recita la legge.”

(Bibbia sacra: 1Cor 11,3; Ef 5,22; 1Cor 11,8).

Il maschilismo nella nostra cultura è sempre stato un fattore presente, anche se più o meno sentito, benché ci siano stati diversi casi di donne che non amavano identificarsi in un gruppo silenzioso e sottomesso.

Si pensi a Cleopatra, regina che ha saputo fare straordinario uso della propria intelligenza e astuzia anche in maniera subdola, con Giulio Cesare e Marco Antonio, si pensi a Lesbia, donna fugace e ineffabile per il povero Catullo, costretto ad un servitium amoris senza tregua, si pensi a tutte le donne che nel corso della storia hanno saputo alzare la testa.

Molto spesso erano viste con connotati negativi, in altri casi le loro straordinarie capacità erano riconosciute solo se rese “mascoline”, come eccezioni nella loro femminilità.

Il rischio del predicare l’uguaglianza di diritti tra uomo e donna è quello di confondere il concetto con l’identità tra l’uomo e la donna.

Una mancata distinzione tra i due sessi diversi comporterebbe un appiattimento neutro che andrebbe a svantaggio delle peculiarità sia a livello personale che fisico dell’uomo e della donna. La diversità è un valore, ma deve esserci un unico diritto che tutela queste divergenze.

È sempre più discusso il tema dell’uguaglianza dei compensi tra uomini e donne nel mondo del lavoro: si dice che ai primi siano proposti i posti più alti con un salario migliore, e che il gentil sesso rimanga svantaggiato, anche se nella realtà dei fatti più competente del collega uomo.

A prescindere dalle convinzioni soggettive di ognuno di noi, l’articolo affronta dal punto di vista oggettivo e pragmatico la questione, soffermandosi unicamente sui diritti che devono essere concessi al lavoratore, uomo o donna che sia.

Di conseguenza a parità di tempo dedicato al proprio mestiere, il compenso non può essere diverso.
Oggigiorno è frequente la domanda: “avete intenzione di avere figli/altre gravidanze?” alle donne che cercano lavoro, e molto spesso sono svantaggiate a causa di questa loro volontà di costruire la propria famiglia.
Il compenso di un lavoratore dovrebbe essere connesso al grado di competenze, all’impegno e al numero di ore impiegate nel proprio mestiere, non in base al sesso.
In secondo luogo è inutile stupirsi e sdegnarsi per il basso numero di figli fatti da noi italiani se una donna per lavorare deve rinunciare a procreare.
Ma senza nuove generazioni, la società resterà senza giovani pronti ad entrare nel mondo del lavoro per pagare la pensione (già data solo in età avanzata) agli adulti di oggi e di domani.

Viviamo in una società sempre più libera, e la disuguaglianza tra i sessi non potrà venire appianata perché è importante per un bambino appena nato avere la madre presente nell’arco del primo anno di vita, possibilmente non assente fino ai tre: una mancanza simile comporterebbe disagi psicologici e relazionali futuri, e solo la mamma può adempiere a determinati compiti.

L’unico modo per colmare questa differenza all’apparenza insormontabile è dare i compensi utilizzando come metro il tempo e le attenzioni date al lavoro.

Nulla toglie alle donne che, giustamente, scelgono di dedicarsi alla propria famiglia di essere più competenti di altri colleghi, ma il merito dipende anche dalle competenze accumulate, per le quali serve tempo passato nell’ambiente lavorativo.

Di conseguenza il compenso di una donna che ha lavorato per sette anni, due dei quali dedicati a due gravidanze, deve essere pari, e non minore, a quello di un uomo che ne ha lavorati cinque.

Non bisogna dimenticarsi però che è necessario fare figli, di conseguenza la donna deve sentirsi tutelata a passare un anno o meno per dedicarsi al neonato.

La nostra società non presta ancora attenzione a questo aspetto, al punto di licenziare donne incinte in quanto non vantaggiose in termini di costi.

Sorprendentemente, Milan Kundera svela che i maggiori misogini di questa terra siano le donne.

La maggiore minaccia ai valori del femminismo sono le donne stesse. Sia perché è comune l’odio per gelosia verso le altre donne, sia perché la figura femminile sta sempre più tendendo verso la degradazione totale, essendo usata dal mercato e svenduta come immagine che “attira” gli sguardi.

Foto maschili in pose provocanti e ambigue sono molto meno frequenti di quelle femminili.

Le donne di oggi sembrano quasi aver perso quel carisma che caratterizzava le suffragette, animate dal desiderio di far sentire la propria voce. L’ideale di figura femminile che si sta affermando è quello proposto dai libri di E. L. James, Cinquanta sfumature di grigio, nero, rosso in cui la donna è sottomessa, silenziosa, alla ricerca di rapporti non necessariamente limpidi. Cosa dire dell’abuso e dello sfruttamento dei corpi femminili nelle pubblicità?

Abbiamo dimenticato tutte le lotte per la dignità femminile, gli sforzi per non rendere la donna solo il riflesso dell’immagine dell’uomo?

Il femminismo non è quindi forse una cosa da uomini?

Questo rispetto a prescindere dal sesso di una persona dovrebbe essere imprescindibile ed intrinseco.

Stiamo dimenticando la necessità di tramandare l’importanza di preservare questa continua ricerca verso uno stato di uguaglianza nel rispetto, che non trasformerebbe il mondo in un’unica entità senza colore, ma in un’armonia in cui suoni diversi possono comunque manifestarsi.

Il femminismo è una cosa da uomini, uomini intesi come umanità. Il rispetto verso il diritto degli altri non si limita solo alle donne. E il diritto significa concessione e aiuto necessario a fronte di un esame razionale, qualcosa per cui si deve lottare.

È importante che i ragazzi inizino fin da giovani a ritrovarsi in questa prospettiva, perché dimenticarsene e vedere il femminismo unicamente come un paragrafo sui libri di storia porta ad uccisioni in nome di una proprietà che presume di avere l’uomo nei confronti della donna, che conducono ad episodi di violenza domestica e, in casi non rari, a veri e propri omicidi.

L’8 novembre una donna, Migena Kellezi, è morta a Gradisca d’Isonzo, accoltellata dal marito mentre in casa c’era il bambino di 8 anni. La coppia doveva separarsi a breve.

Il 1 agosto Nadia Orlando, dopo aver lasciato il compagno e collega Francesco Mazzega, viene uccisa da quest’ultimo.

“Dopo un mese gli hanno dato i domiciliari. Nostra figlia non c’è più e lui adesso è a casa. Che esempio si dà così? È un’istigazione a far del male” dichiarano i genitori di Nadia al giornalista del Corriere della Sera.

L’uccisione e la violenza su così tante donne dovrebbe farci provare un profondo disgusto non in quanto donne o uomini favorevoli al femminismo, ma in quanto umani.

Se bisogna evitare, o perlomeno ridurre, questo fenomeno, è necessario iniziare a riflettere su questo tema subito, al fine di essere consapevoli dell’universalità del rispetto tra persone.