di Margherita Stagni

 

Un tentativo di sintesi del celebre romanzo 1984, recentemente adattato per il teatro da Matthew Lenton, tra parallelismi e somiglianze fin troppo realistici.

Possiamo dire che Orwell abbia sbagliato a fare i conti mentre scriveva il più famoso romanzo distopico del secolo scorso: stiamo vivendo ora quel 1984, caratterizzato dal controllo totale sulle menti, dalla soppressione dell’individualismo e dal costante senso di terrore e di sospetto verso tutti. Sarà forse che con il progresso sempre più rapido, 1984 può sembrare attuale in qualsiasi momento della storia del ventesimo e ventunesimo secolo, ma ormai i parallelismi fra la nostra società e quella raccontata nel libro non possono più essere ignorati. Ecco perché Matthew Lenton ha deciso di scrivere un adattamento teatrale del romanzo, che non è volto a far conoscere la storia di Winston, il protagonista, bensì a evidenziare tutti quegli elementi presenti nel mondo in cui viviamo. Gli esempi sono facili da trovare: il ruolo del Grande Fratello, per dirne uno, viene interpretato dai social, che vendono dati privati alla multinazionali, e i loro fruitori danno di propria spontanea volontà informazioni personali a chiunque, postando foto o stati. Si potrebbe obiettare che al giorno d’oggi i dissidenti, coloro che vanno contro corrente sia dal punto di vista politico che sociale, non vengono imprigionati, torturati, manipolati e poi uccisi, come invece accade nel romanzo. Ed è vero, se si limita la propria visione a Paesi “civili”, come quelli europei, ma basta spostare lo sguardo poco più in là, in Turchia o nella penisola arabica, dove i giornalisti vengono letteralmente fatti a pezzi se la loro voce risulta scomoda al potere.

Ma ecco che 1984, sia la versione letteraria che quella teatrale, arriva in nostro aiuto, per difenderci, per mantenere dei valori che possano essere definiti umani. Entrare in contatto con la società orwelliana non è piacevole, al contrario, provoca ansia, paura, sospetto; è spesso difficile continuare a immaginare le sofferenze psicofisiche dei personaggi senza inorridire, chiudere gli occhi e dimenticare quello che si è appena visto. Questa è la vera forza di 1984, congegnato talmente bene da scatenare nello spettatore un’improvvisa presa di coscienza del mondo in cui vive.

Lenton, nelle varie interviste da lui rilasciate, ha sempre ripetuto che non ha mai provato a modernizzare gli elementi del romanzo per l’opera teatrale, ma ha semplicemente messo in risalto quelli che gli sembrano più importanti. Ha lasciato allo spettatore il compito di fare collegamenti con l’attualità, di accorgersi dei pericoli che lo circondano.

Riassumere e analizzare tutti gli aspetti e i temi trattati è un’impresa quasi impossibile, bisognerebbe scrivere un altro libro, ed ecco perché deve essere proprio il lettore o lo spettatore a interiorizzare tutto questo, rimuginarci sopra, e trarre le proprie conclusioni, in questo caso con la guida di Lenton e dei suoi collaboratori.

L’abilità del regista e degli sceneggiatori è stata proprio quella di ricreare perfettamente nell’animo dello spettatore il clima di apprensione provato dai personaggi, soprattutto attraverso la scelta delle luci. Ovviamente anche i dialoghi svolgono un ruolo fondamentale nella rappresentazione, ma il buio e la luce sono l’aspetto che riesce a far immergere lo spettatore completamente nell’opera, con tutti i sensi, e inoltre funge anche da simbolismo. Nella società di 1984 infatti tutto è bianco o nero, non ci sono sfumature di significato, come anche evidenziato dalla neolingua, che punta a cancellare dal vocabolario tutti i sinonimi e tutte le parole che caratterizzano il pensiero ribelle. Perché, se una persona ha un linguaggio limitato, come può avere un pensiero aperto, non pilotato, indipendente e critico?

Quello che forse fa più paura in 1984 non è tanto il pericolo della prigionia della tortura, ma l’ignoranza, l’indifferenza e l’apatia della gente. Con il dilagare del populismo in tutto il mondo, questi sembrano i nuovi valori che costituiscono il vanto della società odierna, e che consentono al potere cambi di opinione repentini senza che l’elettorato possa muovere critiche. I cosiddetti “Governi del cambiamento”, e non parlo solo di quello italiano, forse fanno riferimento appunto all’incoerenza delle dichiarazioni degli esponenti politici a distanza di pochi giorni l’una dall’altra.

“Se c’è una speranza, questa risiede nei prolet” scrive Winston nel suo diario, un gesto che gli costerà la vita, e lui ne è consapevole. I prolet costituiscono l’85% della popolazione dell’Oceania, la nazione dove è ambientato il romanzo, e sono una massa di persone senza identità sociale, prive di coscienza della loro situazione, del loro passato, e del loro potenziale sovversivo. Ma i prolet non si ribelleranno mai, perchè non si rendono conto delle loro condizioni di vita, non sanno che queste potrebbero migliorare, non sanno che potrebbero vincere. E questa ignoranza dilaga anche fra i membri del Partito, tra cui Winston, assoggettati dalla pratica del controllo sul passato, dalla cancellazione di chiunque sia incriminato di uno “psicoreato” da qualsiasi documento scritto e infine dal bipensiero. Quest’ultimo è uno degli aspetti più complessi creati da Orwell, difficilmente comprensibile inizialmente. O’Brien, uno dei membri del Partito Interno, colui che torturerà ripetutamente Winston per plasmare la sua mente a proprio piacimento, è un fermo sostenitore del bipensiero. Per lui la realtà non è quella dei sensi, o quella della nostra memoria, ma è quella decisa dal Grande Fratello, a seconda della convenienza del momento. Il meccanismo è semplice: basta allenare la propria mente a sopprimere i ricordi dopo che il passato viene cambiato, oppure ignorare quello che la vista ci comunica. “Quante dita sono, Winston?”, possono essere cinque, quattro, sei, non importa, basta che se ne vedano quante ne vuole il Partito. Ma il problema sta nel fatto che non basta voler vedere la verità proposta dal Grande Fratello, bisogna effettivamente riuscire a controllare la realtà. Questo è il problema di Winston, lui non riesce a capire come facciano tutti i suoi compagni a non accorgersi di tutti i cambiamenti che avvengono intorno a loro, manca di quell’elasticità mentale che gli avrebbe salvato la vita, forse.

Winston ha fede nell’Umanità, nello spirito dell’Uomo, come lui stesso lo definisce, è convinto che questo riuscirà a sconfiggere il Partito. Ma l’Umanità si è estinta, lui è l’ultimo della sua specie, come afferma O’Brien, lui è solo, è fuori dalla Storia. E forse anche noi, noi che pensiamo di vivere in un mondo sicuro, dovremmo iniziare a farci qualche domanda sulla nostra definizione di essere umano, ricordandoci di rimanere attaccati fino all’ultimo a quei valori che ci caratterizzano. Dovremmo imparare da Winston, un uomo che non ricorda nemmeno come sia sentirsi umani.

1984 apre gli occhi, fa paura, prende il nostro senso di sicurezza e di controllo sulle nostre vite e lo mette sotto ai riflettori, illuminando la fragilità delle nostre convinzioni. D’altro canto, incoraggia chi vive questa esperienza a combattere per la propria indipendenza, per la verità, e per la libertà. “La libertà” scrive Winston nel suo diario  “consiste nella libertà di dire che due più due fanno quattro. Se è concessa questa libertà, ne seguono tutte le altre.”