di Giovanni Vecil, Alessandro Marangoni, Arianna Nardin e Ermes Aviano

 

Quando si pensa al metodo scientifico, ci si riconduce sempre a Galileo e i fondatori della scienza moderna del ‘600, ‘700. Allo stesso modo, quando si pensa al mondo greco, si finisce subito col pensare ai filosofi come Platone e Aristotele con la loro metafisica, ai pitagorici che “giocando” con le figure geometriche riuscirono a dimostrare il teorema tanto utile ancora oggi o ad Archimede che riusciva a costruire specchi che permettessero di incendiare le navi. Si pensa dunque a grandi pensatori, ma capaci solamente di ragionamenti filosofici speculativi o di simpatiche invenzioni. Difficilmente si penserebbe che nel mondo ellenistico, quello cioè cominciato con la morte di Alessandro Magno e la divisione del suo impero in regni diversi (323 a.C.), si fosse sviluppato un sistema scientifico capace di competere con quello moderno; affiancato da una tecnologia avanzatissima, considerando si trattasse di più di due millenni fa. Ebbene sì, ad Alessandria d’Egitto, cuore culturale del mondo ellenistico, fra il IV e il II secolo a.C. si formò una cultura scientifica molto evoluta, che passò però inosservata nei secoli successivi e a cui sembra non si dia alcun valore.

Come è noto il metodo scientifico è basato su alcuni aspetti fondamentali: l’osservazione dei fenomeni della natura, la formulazione di un’ipotesi, la costruzione di un modello teorico e la sua verifica attraverso il metodo sperimentale, per giungere infine alla formulazione di una teoria che valga per tutti i fenomeni simili a quello osservato in principio.

Il metodo scientifico di età ellenistica non si discostava molto da questi principi base, di stampo deduttivo. Gli scienziati greci ponevano al centro il concetto di “ipotesi”, inteso come il principio alla base di una teoria (i postulati). Ma da dove nascono le “ipotesi”? Dai fenomeni osservati ovviamente. Più specificatamente le “ipotesi” sono delle formulazioni, dei modelli che permettano di “salvare i fenomeni” ossia di dare un senso al fenomeno osservato. Un esempio può essere l’eliocentrismo di Aristarco: egli suppose il Sole al centro e la Terra in orbita intorno ad esso insieme alle stelle, perché ciò permetteva di giustificare i moti retrogradi delle stelle. La formulazione di un’ “ipotesi” richiede perciò una grande capacità di astrazione. È inoltre interessante notare come per i Greci ellenistici non fosse importante che un’ “ipotesi” fosse vera. Essi infatti accettavano che ci fossero più “ipotesi” diverse che permettessero di “salvare” lo stesso fenomeno.

Una volta formulata un’ ipotesi era necessario che corrispondesse con la realtà concreta, che fosse possibile cioè costruire una macchina che verificasse la teoria. Entra qui allora in gioco l’aspetto tecnologico del metodo scientifico, che era anche quello più importante per gli scienziati del tempo: il loro obiettivo era infatti quello di costruire dei modelli teorici partendo da osservazioni della natura, per poi poter applicare tali modelli alle macchine e portare ad un progresso tecnologico. Un esempio è appunto Archimede, che grazie alle sue teorie sulle forze (basate su modelli teorici) riuscì a costruire dei sistemi di pulegge che permettessero ad un uomo solo di spostare una nave.

Un altro aspetto fondamentale del metodo scientifico ellenistico è dunque il metodo dimostrativo: partendo cioè da teorie già conosciute riuscire a formularne di nuove, in maniera puramente teorica, che vengono verificate nel momento in cui divengono utili per costruire nuove macchine.

Un ragionamento analogo era seguito anche per l’assegnazione delle definizioni alle nuove entità studiate. Non era infatti tenuto in considerazione il principio essenzialista di Platone, secondo il quale il nome di un soggetto ne rappresenta l’essenza. Le nuove definizioni erano invece costruite basandosi su termini già noti, spesso appartenenti al vocabolario comune, ponendo le basi del convenzionalismo linguistico che tanto sarà caro a Galileo (i nomi sono una pura convenzione, servono solo a distinguere il soggetto, non ne rappresentano l’essenza).

La domanda sorge spontanea: perché il metodo scientifico si sviluppò proprio nella Grecia ellenistica e non prima e poi addirittura venne dimenticato? Bisogna allora esaminare cosa fu necessario allo sviluppo di tale metodo, ossia: una grandissima capacità di astrazione e di costruzione di modelli teorici, oltre a un’ottima base di metodi di dimostrazione logica; una tecnologia evoluta per costruire strumenti e modelli concreti. Questi due aspetti sono riscontrabili nelle due civiltà che vennero a incontrarsi nel mondo ellenistico: la civiltà greca classica e la civiltà egizia (o mesopotamica, a seconda della zona dell’impero). I Greci di età classica non erano infatti in alcun modo interessati alle applicazioni pratiche e al metodo sperimentale, erano pertanto anche tecnologicamente arretrati. Portavano con sé però una matematica sviluppata, una incomparabile capacità di costruzione di modelli teorici e dei metodi di ragionamento razionale sofisticati (accenni di dimostrazioni per assurdo o più banalmente l’idea di sillogismo di Aristotele). Le civiltà egizia e mesopotamica invece possedevano tecnologie molto sviluppate, frutto di millenni di evoluzione nelle opere ingegneristiche che spesso erano necessarie per riuscire a vivere (si pensi alle opere idriche per gestire le piene del Nilo). Da tale unione nacque appunto il metodo scientifico.

Un altro aspetto interessante della scienza di età ellenistica è rappresentato dalla distinzione di “matematica” e “fisica”. Le due discipline infatti non coincidevano con le nostre moderne definizioni. La matematica comprendeva tutto il sapere che oggi definiremmo “scientifico”, ossia quello che necessitava di dimostrazioni qualitative e quantitative, di calcoli, di modelli teorici: l’aritmetica, la geometria, la meccanica, l’astronomia… La “fisica” invece era rappresentata da quella che oggi si definirebbe “filosofia naturale”, ossia lo studio dei fenomeni della natura con l’obiettivo di trovarne le cause, di trovare la VERITÀ rispetto alla loro origine, aspetto che la scienza, anche a causa della possibilità di più ipotesi per un solo fenomeno, trascurava completamente, per concentrarsi sull’aspetto dell’applicazione pratica.

Questa suddivisione delle discipline era nota ancora nel Medioevo, come dimostrano alcuni scritti di San Tommaso d’Aquino, ma la “matematica” non era tenuta in considerazione e considerata inferiore perché non permetteva di trovare la vera origine dei fenomeni, come avveniva invece nella filosofia naturale e nella teologia. Questo aspetto risulta anche fondamentale per distinguere la scienza antica da quella moderna. Le differenze nel metodo applicato e negli strumenti utilizzati non sono infatti molte; certamente la matematica moderna ha subito una sofisticazione non indifferente (a partire dall’introduzione delle tavole logaritmiche del 1614, che ha permesso di invertire il rapporto fra algebra e geometria, sostituendo le dimostrazioni geometriche euclidee con dimostrazioni algebriche), pur rimanendo ancorata ai principi base tratti dalla matematica ellenistica. La differenza principale però è principalmente legata al fatto che nella scienza antica non ci si ponesse la questione della “verità”, mentre nella scienza moderna tale aspetto è risultato essere fondamentale per riuscire a “competere” con forme di conoscenza religiose e filosofiche (basti pensare allo scontro fra Galileo e la Chiesa). È nata così l’idea di “esperimento cruciale”, inteso come la verifica finale che permetta di stabilire tra più ipotesi possibili quale sia quella vera. Fra il XIX e il XX secolo ci furono degli studiosi, come Henri Poincaré e Pierre Duhem (scienziato, epistemologo e storico della scienza), che rivalutarono profondamente l’approccio alla scienza del mondo ellenistico, giudicandolo superiore a quello moderno, che voleva affermare un’idea di scienza certa, lontana dai principi del metodo scientifico.

E perché non si tramandò nel tempo? La causa è principalmente da attribuirsi ai Romani. A partire dal 212 a.C., infatti, essi cominciarono la loro conquista dei regni ellenistici. Nel 145-144 a.C. la comunità greca di Alessandria fu perseguitata dalla dinastia dei Tolomei, insediata sul territorio egizio dai Romani e nel 30 a.C., con la conquista di questi ultimi di Alessandria d’Egitto, l’epoca ellenistica giunse definitivamente al termine, anche se la sua cultura sopravvisse ancora qualche secolo sotto il dominio di Roma, senza però sviluppare alcuna forma di conoscenza rilevante. I Romani inoltre, oltre a saccheggiare le biblioteche, sede del sapere ellenistico, e a deportare i Greci come schiavi, non erano in alcun modo interessati alle teorie scientifiche e dunque non erano nemmeno in grado di comprendere ciò che era scritto nelle opere conservate alla biblioteca di Alessandria d’Egitto. Si interessarono invece di più alla filosofia classica di Platone e Aristotele, che infatti ci è pervenuta in gran parte. Intellettuali imperiali come Seneca e Plinio il Vecchio erano interessati alle teorie scientifiche, ma più che altro perché, non comprendendole, erano sorpresi dalle bizzarre conclusioni a cui giungevano. Ne è un esempio la storiella riportata da Plinio sulla misurazione del meridiano terrestre di Eratostene: questi era venuto a conoscenza della misura del meridiano da un documento trovato nella tomba di un geometra di nome Dionisodoro, che da morto aveva avuto la possibilità di discendere al centro della Terra e misurarne il raggio. Un altro esempio della mancanza nel mondo romano di qualsiasi capacità di astrazione e di costruzione di modelli teorici si può ritrovare in Vitruvio:

Forse chi ha letto le opere di Archimede dirà che un vero livellamento non può ottenersi con l’acqua, poiché egli afferma che la superficie dell’acqua non è livellata, ma è la superficie di una sfera il cui centro è la Terra.

Vitruvio dimostra di non saper comprendere che, essendo il raggio della Terra molto grande, la curvatura della sua superficie non influisce sul livellamento di massimo qualche metro del mare.

Un’altra conseguenza del disinteresse dei Romani per il metodo scientifico è riscontrabile nel fatto che un intellettuale come Seneca considerasse la progettazione di oggetti (il lavoro degli ingegneri) come inferiore al puro pensiero astratto, non dando alcun valore al risultato che la loro unione avrebbe potuto portare.

Una civiltà che è allora incapace di comprendere le affermazioni di civiltà precedenti è incapace pure di tramandarle correttamente e per questo nei secoli successivi le opere degli scienziati ellenistici furono perse di vista e, invece, prese il sopravvento la filosofia di Aristotele, che ancora oggi rappresenta il sapere antico per eccellenza.

Perché allora ancora oggi diamo così poco valore alla rivoluzione scientifica ellenistica? La risposta a questa domanda è principalmente da trovarsi nell’idea dell’uomo del progresso. Nel Settecento, quando nacque il pensiero Illuminista, la scienza si basava ancora su molte conoscenze tramandate dal mondo greco, ma il più delle volte non le sapeva giustificare, non le comprendeva. L’ideale illuminista prevedeva invece che l’essere umano, in quanto dotato di ragione, dovesse essere in grado di sviluppare un pensiero proprio senza la necessità di affidarsi a fonti esterne date per certe. Si sviluppò così un fenomeno di rigetto nei confronti della cultura antica, mentre scienziati moderni come Newton furono sommersi di meriti che spesso non appartenevano loro. Un esempio è appunto riscontrabile nella “storiella” della mela di Newton, inventata da Voltaire. Il fatto che Newton abbia avuto un colpo di fulmine guardando una mela che cade, infatti, serve solamente a nascondere il fatto che egli si era basato su studi precedenti sulla gravitazione (attenzione però, Newton ammetteva di basarsi su fonti antiche, mentre Voltaire le negava).

Parte della colpa appartiene però a noi moderni. Il personaggio di Topolino “Archimede Pitagorico” rappresenta in modo chiaro la nostra idea distorta di “antichità”: Archimede e Pitagora non hanno nulla in comune, se non il fatto che noi moderni, appunto, tendiamo a collocarli entrambi nel periodo antico, sebbene i due siano vissuti in epoche diverse. Questo è quello che facciamo più in generale con tutto ciò che è distante da noi millenni: lo inseriamo in uno scatolone etichettato “antichità” e lo accantoniamo in un angolo poiché ritenuto ormai superato. A noi associamo invece l’idea di PROGRESSO, in quanto siamo sicuramente più avanzati rispetto ai nostri predecessori in tutti i campi del sapere, soprattutto dal punto di vista tecnologico. È però del tutto vero? Il viaggio in Grecia ha permesso a ognuno di noi di capire che non è così: questi Greci che ci appaiono così lontani erano invece avanzatissimi per quanto riguarda l’ingegno. La loro capacità è stata quella di poter compiere misurazioni molto precise non grazie a strumenti sofisticati, bensì partendo da modelli teorici e dalla loro grande capacità di astrazione. Si tratta quindi di rivalutare questa civiltà che non dista poi forse così tanto dalla nostra.