di Margherita Stagni

 

La “trappola del debito” causa timore negli economisti occidentali verso la cosiddetta Via della Seta del Ventunesimo Secolo

 

Fin dal XVI secolo, l’Africa è stata una terra soggetta alle spartizioni territoriali da parte di nazioni più avanzate, come quelle europee. Questo processo di colonizzazione ha portato a un arretramento economico che ha i suoi effetti ancora oggi, a causa dello sfruttamento delle risorse e della forza lavoro del continente. Nonostante al giorno d’oggi ci sembri che il modello colonialistico sia stato abbandonato, una nuova potenza, la Cina, si sta facendo strada in Africa e il processo non è nemmeno così recente come si può credere.

I primi immigrati cinesi in Africa risalgono al ‘600, quando un gruppo di agricoltori e artigiani arrivò nel continente nero insieme alle navi della Compagnia Olandese delle Indie Orientali. La chiusura culturale ed economica cinese però fece passare in secondo piano la colonizzazione di territori oltremare, fino l’avvento di Mao Zedong e le sue politiche imperialistiche. Negli anni ’50 e ’60 del secolo scorso, infatti, Mao ipotizzava un modello di colonizzazione “civilizzatrice”, volto cioè a portare in Africa un avanzamento culturale e socio-economico attraverso investimenti e l’importazione della politica socialista. Dal tempo di Mao le cose si sono molto evolute: la Cina è il primo partner economico dell’Africa, superando di gran lunga gli USA o qualsiasi altra nazione del mondo. Si stima che tra il 2000 e il 2015 siano stati fatti investimenti pari a 110 miliardi di euro, mirati al finanziamento di manovre economiche, oppure alla costruzione di infrastrutture quali ferrovie o porti. Tutto questo è stato possibile grazie alla Belt and Road Initiative, chiamata anche Nuova Via della Seta, la quale consiste nella costituzione di partnership economiche e commerciali con Paesi poveri o in via di sviluppo. La BRI comprende al momento 71 nazioni, che corrispondono alla metà dell’intera popolazione mondiale e producono un quarto del prodotto interno lordo mondiale. L’influenza cinese sul mondo sembra quindi irrefrenabile, ma l’egemonia del Dragone non si ferma ai finanziamenti.

Risale al 2011 il piano di trasferimento di 300 milioni di abitanti cinesi in territorio africano: la manovra avrebbe condotto a una riduzione drastica della sovrappopolazione della Cina, oltre che a una mitigazione del problema dell’inquinamento, infine avrebbe effettivamente portato alla colonizzazione dell’Africa, nel senso tradizionale del termine. Gran parte degli immigrati sarebbero stati piccoli artigiani, trasferiti con lo scopo di vendere prodotti cinesi a basso costo, oppure operai non specializzati per la costruzione delle infrastrutture promesse. Il processo non è mai stato messo in porto, ma è un dato di fatto che circa un milione di cinesi si siano trasferiti nel continente africano, e il dato potrebbe essere molto più alto, vista la quasi totale mancanza di controlli da parte delle istituzioni africane. Il modello imperialista cinese però si discosta da quello europeo in quanto non viene imposto il proprio potere con la forza e il terrore: vengono invece promessi investimenti ingenti, che dovrebbero portare a un avanzamento radicale per il continente. Ma è proprio in questi investimenti che risiede il problema principale del neocolonialismo, in quanto i fondi messi a disposizione dalla Cina devono essere ripagati, con tanto di interessi, e tutti sanno che i Paesi africani non hanno le disponibilità economiche per farlo. Ecco quindi che l’esempio del porto da 11.4 miliardi di Euro a Bagamoyo, Tanzania, che dopo la sua costruzione risulterebbe essere il più grande dell’intero continente africano, diventa un’arma a doppio taglio. In molti si sono chiesti come la Cina supponga di riavere indietro i suoi soldi, ma la risposta in realtà è semplice e offre molteplici opzioni di arricchimento.

In primo luogo l’Africa continua ad essere molto ricca di risorse naturali, come petrolio e minerali, nonostante sia stata depredata dagli europei, quindi la Cina si fa intelligentemente cedere l’usufrutto dei pozzi petroliferi o delle miniere per diverse decadi, in modo che Paesi come l’Angola, che ha un passivo di diversi miliardi di euro, possano ripagare i propri debiti. Questo modello viene usato anche per snodi commerciali strategici, come a Hambanthota in Sri Lanka, dove il governo ha firmato un patto di cessione del porto per 99 anni. Infine, uno dei migliori esempi di dipendenza economica dalla Cina è la Repubblica di Gibuti, uno Stato che non arriva nemmeno al milione di abitanti e che ha ricevuto fondi pari a 2.8 miliardi di Euro per la costruzione di una linea ferroviaria ad alta velocità, insieme ad altri 1.2 miliardi per altri progetti di investimento, tra i quali due porti e un aeroporto. Il debito da pagare sembra insormontabile, visto che lo stesso PIL del Gibuti è di circa 4 miliardi, e inoltre lo Stato ha visto il rapporto fra PIL e debito pubblico innalzarsi dal 50% all’85% in appena due anni. Il governo cinese ha trovato rapidamente una soluzione: è stata costruita la prima, e per il momento unica, base militare cinese oltremare, pagata circa 20 milioni di euro all’ anno al governo gibutiano, e inoltre la Cina è arrivata ad acquistare circa il 70% percento del debito pubblico del Paese. Un ammontare così ingente di possedimenti cinesi ha messo in allarme gran parte degli economisti nel mondo, i quali temono che la cosiddetta “trappola del debito” possa scattare. Nonostante le assicurazioni poco convincenti del Capo di Stato cinese Xi Jinping, il suo Paese potrebbe monopolizzare il debito di molti Stati africani, guadagnandosi la possibilità di ricattare economicamente i governi con la minaccia di vendere i titoli di Stato, rischiando quindi di mandarli in default e aggravare la crisi in cui già si trovano.

Nonostante la costituzione e i rappresentanti politici cinesi declamino che il Socialismo sia alla base della loro società, appare chiaro che ormai la Cina si sia adattata all’economia capitalista e consumistica che caratterizza la nostra epoca, sviluppando parallelamente una particolare inclinazione all’imperialismo. Questa politica finanziaria e commerciale sta portando a quello che sembra essere un nuovo ordine mondiale, che vede la Cina come una potenza mondiale, forse persino la più forte. È un risultato impressionante, considerando che la nazione era vista fino a pochi anni fa come povera e in via di sviluppo.