di Michele Motta 

 

Mi trovavo su uno dei tanti treni che ogni giorno passano per Milano. A quel tempo avevo trentatré anni, dormivo per strada, ero un senzatetto. Ero rimasto senza lavoro dopo aver lavorato sedici anni. Le uniche cose che possedevo erano i vestiti che avevo indosso e uno zaino. Il biglietto non ce l’avevo, ma i controllori ormai mi conoscevano, sapevano chi ero e cosa facevo.

Era la seconda volta quel martedì che salivo su un treno. Come ogni giorno recitavo le mie solite, ma fottutamente vere frasi: “Ciao a tutti, sono Paolo, ho trentatré anni, dormo in strada e le uniche cose che posseggo sono uno zaino e i vestiti che indosso. Cerco di vivere con i sostegni che mi danno le persone. Posso solo dire grazie a chi mi darà qualche moneta”.

Nessuno generalmente mi porgeva qualche soldo, e chi lo faceva, teneva sempre la testa bassa come in segno di vergogna. Capivo dagli occhi delle persone che non avevano paura di me, avrebbero solo voluto che io sparissi, ma non per cattiveria o perché fossi brutto e sporco, ma solo perché le mettevo in imbarazzo. Non sono abituate a dover vedere e a dover ascoltare un senzatetto. Vengono costrette perché nessuno mi può fare tacere. Quando camminano per le strade possono evitare o fare finta di non vedere chi dorme per strada, chi chiede elemosina, chi muore di freddo. Ma sul treno no. Sono obbligate.

Dopo aver percorso gli undici vagoni, scesi alla fermata di Verona e appena misi piede a terra un signore sui quarantasette anni mi strinse il braccio costringendomi a fermarmi.

“Tieni” mi disse. “Se quello che hai detto sul treno è vero – aggiunse – sono bel lieto di darti un po’ del mio denaro”.

Lo ringraziai e quando si allontanò aprii la mano e vidi che mi aveva donato un solo euro. Di scatto mi rigirai e lo vidi regalare distrattamente due pezzi da cinquanta ad una signora che, chinata sul marciapiede, chiedeva l’elemosina.