di Nicola Grion

Alziamo lo sguardo al cielo stellato e, tra tutte le infinitesime luci stellari, un’enorme sfera bianca ci colpisce: ci fa ritornare alla mente il fatto che l’uomo lì c’è stato. Eppure qualcuno pensa che nessuno sia mai arrivato effettivamente sulla superficie lunare o addirittura che la Terra sia tutt’altro che sferica. E allora ricordiamo l’impegno e la determinazione degli scienziati, dei fisici e di quei tre astronauti che portarono nel 1969 l’uomo sulla Luna. Invece sulla Luna c’è proprio l’impronta dei due astronauti e già le missioni spaziali proiettano l’uomo su Marte.

Il prossimo anno ricorreranno i 50 anni dello storico avvenimento e già la cinematografia mette fuori una pellicola che ripercorre alcune vicende di allora. The First man, uscito questo autunno nelle sale, racconta il percorso fatto da Neil Armstrong per arrivare ad essere nominato capo della missione Apollo 11. È una storia che va oltre la semplice narrazione di uno degli eventi più importanti della storia dell’umanità: racconta l’animo di un uomo, la sua tenacia e le difficoltà affrontate per compiere qualcosa di incredibile. Lo stesso Armstrong diceva che dopotutto l’uomo aveva cominciato a volare da meno di un secolo.

Grazie al film si ha modo di ripercorrere ancora quei momenti intensi: gli scossoni, le accelerazioni, i silenzi dello spazio dove l’uomo è solo ad affrontare l’ignoto.

Gira sulla rete un video nel quale si dice che là non ci siamo mai arrivati…è tutto un complotto. Venti minuti di video per poi, al diciannovesimo minuto, svelare che quelle affermate negli altri minuti sono false costruzioni. Molto probabilmente alcune persone non arriveranno mai a quel diciannovesimo minuto e, prima ancora di essere arrivate al quinto, condivideranno il video su facebook, whatsapp ecc… e altre persone faranno la stessa cosa, causando disinformazione, che a volte risulta più penetrante nelle menti dei “pigri della conoscenza”. Questo non per demonizzare il web, ma per mettere in guardia sui rischi di essere influenzati sul web.

Merita rileggere alcuni passi dell’intervista rilasciata ad Oriana Fallaci da Neil Armstrong Da Quel giorno sulla Luna, 1970, dove lui afferma che la sua missione non era avventura ma un normalissimo fatto di tecnologia.

” E perché rischiare la vita guidando un’astronave? Illogico quanto rischiare la vita usando un frullatore elettrico per fare un frappé. Non dev’esserci nulla di pericoloso a fare un frappé e non dev’esserci nulla di pericoloso a guidare un’astronave. Una volta applicato questo concetto, cade il discorso sull’avventura. Il gusto di andare su tanto per andare su…”

«Io, signor Armstrong, conosco qualcuno che andrebbe su anche sapendo di non tornare giù, solo per il gusto di andare su.»

«Tra noi astronauti?»

«Anche tra voi astronauti.»

«Lo escludo. Se lo conoscesse, sarebbe un ragazzo. Non un adulto. Io sono un adulto.»

«Signor Armstrong, a parte il frappé, le dispiacerebbe non andare sulla Luna?»

«Sì, ma non ci farei una malattia, non la prenderei come un’offesa. Io non capisco, vede, quelli che sperano tanto di andarci per primi. Sono sciocchezze, bambinate, residui romantici: indegni dell’epoca razionale nella quale viviamo. Ed escludo che accetterei di andare sulla Luna sospettando di non tornare giù: ammenoché non fosse tecnicamente indispensabile. Voglio dire: collaudare un jet è rischioso ma tecnicamente indispensabile. Morire nello spazio o sulla Luna non è tecnicamente indispensabile e, di conseguenza, fra morire collaudando un jet e morire sulla Luna, io scelgo di morire collaudando un jet. Lei no?»

Forse un po’ di questa razionalità fredda servirebbe anche a noi, per mettere nel giusto posto tutte le notizie e le sollecitazioni che ci vengono sparate dai media, proprio per cominciare a comportarci da uomini e non da bambini (indipendentemente dall’età).