di Emanuele Cappelletti

 

Mercoledì 31 ottobre la redazione dell’Intrepido ha incontrato il professor Luca Grion, docente di  Filosofia etica all’Università di Udine, che ha fatto una riflessione sulla filosofia dello sport e ha illustrato la carta etica dello sport.

Grion ha iniziato spiegando da dove nasce la filosofia: inizialmente gli uomini spiegavano eventi naturali o le cose che li sorprendevano attraverso dei racconti che comunicavano il senso della nascita, della morte e dell’ordine perché avevano realizzato che il mondo era governato da leggi, anche se non le comprendevano tutte. In questo momento c’è stato il primo tentativo di dare un senso a queste domande. Poi è iniziata una stagione in Grecia nella quale gli uomini hanno provato a dare una spiegazione razionale alle domande invece di alludere a queste come fanno la poesia o la letteratura. Quindi la filosofia è nata dalla curiosità rispetto alle domande che si manifestano da sempre in noi semplicemente vivendo, e dalla forte pretesa di spiegare come davvero stanno le cose. Infatti i primi filosofi teorizzarono qual è il principio che spiega tutto. In conclusione, la filosofia è una sorta di sguardo critico sul mondo che ci circonda.

Di seguito il professore Grion ha spiegato che la filosofia dello sport, una delle tante componenti della filosofia, consiste nel provare a mettere la testa su qualcosa che ci appassiona per capire se c’è qualcosa di buono che possiamo imparare. Questo è il motivo per il quale i genitori mandano i figli a fare sport o per cui la politica investe molto su questo; “è sotto gli occhi di tutti la contaminazione che lo sport subisce quando l’originaria purezza e pulizia viene macchiata da fattori extra tecnici che ne intaccano le potenzialità virtuose,” [….] vi è quindi la necessità “di indicare percorsi per ridare allo sport i suoi valori e i suoi significati”. Infine il docente ha mostrato e spiegato che cos’è la Carta etica dello sport del Comune di Udine. Nata da una serie di incontri tra diversi soggetti impegnati nello sport (allenatori, genitori, insegnanti) che si sono trovati attorno ad un tavolo e hanno deciso quali erano e quali sono tuttora i valori che si condividono rispetto allo sport e che valgano per tutti, per l’agonista e per l’amatore, per il disabile e per il normodotato, per il genitore e per l’allenatore, la carta non ha l’obiettivo di dare una serie di regole, di doveri, ma è una carta etica, ossia una sorta di patto che sottoscrivono liberamente le persone che si riconoscono in determinati valori e che ha vincoli di natura morale. Tale carta è nata dall’idea che lo sport fosse un’opportunità per chi la sottoscrive, l’assunzione di un impegno, quello, a seconda del proprio ruolo, di vivere lo sport in una certa maniera.

Al termine della spiegazione sono seguite alcune domande al professore:

Ogni tanto si dice che lo sport sia una sorta di guerra simulata che rispetta delle regole e che serve anche a far sfogare certe persone che non saprebbero come far uscire la rabbia. Quindi secondo me c’è anche questa dimensione dello sport, secondo lei?

È vero, qui entrano in gioco due fattori. Uno, la disciplina con cui noi lo studiamo, ed è interessante perché noi abbiamo un fenomeno: lo sport, e io lo posso studiare con gli occhi del sociologo, che sostiene che gli sport siano forme di depotenziamento di quell’aggressività che storicamente prendeva forma nella guerra e che noi abbiamo in qualche modo limitato, convogliato. Lo sport però si può studiare anche con gli occhi del filosofo, che si chiede: «Ma è davvero così?», e da qui nascono due teorie: una è proprio questa, ossia che il gioco è una forma simbolica della guerra, detiene la stessa logica. La seconda invece sostiene che il gioco è alternativo alla guerra perché strutturalmente la logica del gioco è un’altra ed è incompatibile; lo scopo della guerra è annientare il nemico e la vittoria si ottiene sconfiggendo il nemico, è quindi limitare e annientare l’altro, mentre se io nel gioco limito l’altro, smetto di giocare. Quindi nello sport, a differenza della guerra, ho bisogno dell’altro e ho bisogno che l’altro sia bravo per tirare fuori il meglio di me.

Il calcio al giorno d’oggi ha molte ombre, soprattutto a livello di economia, lei cosa ne pensa?

Penso che il calcio professionistico non sia più uno sport perché non rispetta quelli che sono i suoi criteri e quindi diventa solo uno spettacolo, infatti segue le logiche del business. Poi ci può essere l’eccezione della persona che, pur essendo dentro questo business, riesce a coltivare a livello personale la cultura ludica.