di Lorenzo Della Savia e Marcello Rossi

Intervista a Giuseppe Costanza, autista di Giovanni Falcone, sopravvissuto all’attentato di Capaci del 1992: “Il magistrato mi disse che poteva guidare. La mafia, oggi, sta riposando, ma non dobbiamo mai abbassare la guardia. Voglio essere rappresentato da persone perbene”.

 

Giuseppe Costanza, l’autista di Falcone

Dal 2013 gira l’Italia e le scuole per portare ovunque la sua testimonianza. Giuseppe Costanza – autista di Giovanni Falcone fino al giorno dell’esplosione del tritolo sull’A29 fatale al magistrato, alla moglie e ad altri uomini della scorta – ha deciso di alzare la voce, dopo decenni passati nell’ombra, dimenticato. E lo ha fatto non senza sollevare malcontenti da parte di qualcuno: “Sono stato minacciato – spiega – In questi anni qualcuno mi ha telefonato, anonimamente, dicendomi ‘Peppino, stai dando fastidio…’”. Ma asserisce: “Allo Stato non ho chiesto protezioni di alcun tipo”.

 

Il 23 maggio 1992 c’era Falcone alla guida dell’auto, anziché lei. Il magistrato era autorizzato a guidare?

“La prima volta che mi chiese di guidare mi documentai, e gli chiesi se fosse autorizzato alla guida. Mi rispose di sì. Ma c’è un fatto anomalo: a Palermo, tutti i magistrati, indistintamente, guidavano. Tutti. Dopo il 1992, quindi dopo l’attentato di Capaci, smisero di guidare. Il Ministero della Giustizia mi citò in un decreto che diceva che io, al momento dell’attentato, non ero nel mio posto di lavoro. Chiesi allora chi avesse autorizzato Falcone alla guida. Non ebbi più notizie. Da quel momento in poi, però, i magistrati non hanno più guidato. È una domanda che mi sono posto anch’io: Falcone era autorizzato?”.

Foto scattata dopo l’attentato

 

Secondo lei, la mafia di adesso è cambiata rispetto a quella che ha vissuto in prima persona 25-30 anni fa?

“Adesso la mafia, che è diversa dalla manovalanza, si è un po’ immersa. Diciamo che sta dormendo, sta riposando. Ed è pronta a rialzare la testa, perché la mafia è gli affari. La mafia non è quella che ti spara: la mafia organizza gli affari, fa combutta tra pubblici amministratori e faccendieri. Quella è mafia. Dove c’è denaro, purtroppo c’è mafia. E dunque bisogna vigilare, stare attenti. Essa aspetta che noi abbassiamo la guardia, per poi riemergere”.

 

Lei ha detto che essere rimasto in vista è stato considerato dallo Stato quasi come una colpa. Fu, di fatto, accantonato, e non venne sfruttata la sua esperienza. Cosa avrebbe dovuto fare di diverso, lo Stato?

“I nostri rappresentanti istituzionali, nel momento in cui fanno queste manifestazioni antimafia, quindi manifestazioni in forma ufficiale, si dovrebbero accertare che tra i presenti non ci siano solo loro, ma anche chi ha dato un contributo di sangue e della sua integrità fisica. Perché altrimenti significa solo fare passerella per i propri tornaconti. Spero che questo messaggio arrivi a questi signori”.

Falcone e Borsellino

Si riconosce nella politica di oggi? Una politica piena di indagati e condannati nelle liste e in Parlamento non rischia di depotenziare la giustizia?

“Io posso parlare del mio agire. Quando in una lista ci sono persone incandidabili, io non voto più quel partito. Di qualsiasi colore esso sia. Se tutti facessimo così, andremmo a colpire anche le persone pulite di quei partiti, a scatenare in loro una sorta di ribellione, a tagliare fuori condannati ed inquisiti. Io voglio essere rappresentato da persone perbene”.