di Carla Delle Vedove e Riccardo Sidoti

Spesso la mafia ci appare lontana e non pensiamo possa spostarsi dal Sud Italia, il suo luogo di origine, verso il Nord e il Friuli Venezia Giulia, considerato ancora da molti “un’isola felice”, come lo definiscono Luana De Francisco, Ugo Dinello e Giampiero Rossi all’interno del libro “Mafia a Nord Est”. Crediamo che vivendo qui possiamo considerarci al sicuro dalla criminalità. Purtroppo non è così: sebbene spesso non ce ne accorgiamo, la mafia esiste anche nel profondo Nord, che è il luogo ideale in cui riciclare denaro sporco e condurre attività illecite.

 

In che cosa consiste la mafia a Nord Est? In che modo si differenzia dalla mafia al Sud?

Ci sono differenze di approccio al fenomeno: al Nord la mafia è silente, non deve farsi vedere, ma deve continuare a muoversi e ad agire senza dare nell’occhio, al contrario del Sud, dove invece si presenta proprio come l’alternativa rispetto allo Stato governato da Roma. Al Nord non ci sono episodi roboanti e per la stessa magistratura è difficile capire dove si trovi la mafia. Nel Friuli Venezia Giulia per diverso tempo è valsa l’etichetta, parzialmente vera, dell’isola felice, che però non può esistere in nessun luogo.

 

Perché l’illegalità sussiste anche in un territorio come il nostro?

L’illegalità nasce da una predisposizione dell’animo finalizzata a delinquere, a imbrogliare e sopraffare gli altri attraverso la violenza in tutte le sue sfaccettature. Si delinque sempre e soltanto per il bisogno di ottenere un qualcosa di non dovuto o di ottenerlo in maniera facile e a costo zero, a discapito degli altri. Non c’è niente nel nostro territorio che ci mette al riparo dalla possibilità di avere delle infiltrazioni di criminalità organizzata: la nostra non è un’isola felice.

 

Com’è nata la mafia a Nord Est?

Spesso si dice che qui siamo brava gente, siamo virtuosi. Assolutamente è vero, ma questo non basta perché nulla impedisce a chi non è virtuoso di cercare di infilarsi e arricchirsi nel nostro territorio. Siamo tutti soggetti alla tentazione di arricchirci in modo più facile e più veloce e ci sono persone disposte a non seguire i canoni della legalità. L’illegalità ha canali di penetrazione comunque e dovunque. Il fatto che la mafia sia nata nel Sud Italia non significa che non possa giungere fino a noi. Al Sud sono diventati saturi i tradizionali canali di investimento delle mafie e quindi a un certo punto queste hanno cominciato a guardare altrove. Ad esempio, i classici ‘ndranghetisti, come i Piromalli, non avevano più possibilità di investire soldi in Calabria, anche perché erano controllati dalla polizia. Hanno così guardato da Roma in su, nella parte ricca dell’Italia in cui la gente non era ancora avvezza a riconoscere i segnali della mafia.

 

Che ruolo ha lo Stato nell’impedire la mafia?

Non si può dare una risposta univoca perché subentra la volontà del singolo cittadino e anche di colui che ci amministra. Se le mafie, nonostante vengano combattute, esistono, c’è comunque qualcuno a livello amministrativo e politico italiano, e non solo, che lo permette. Ad esempio, il magistrato Caselli al Teatro Giovanni da Udine ha spiegato che c’è un muro insormontabile: se c’è anche un solo ministro a cui interessa che il sistema di cointeressenze continui a esistere, si interrompe l’opera di repressione. Nel caso del maxi processo, quando sono stati toccati certi nomi, come Andreotti, Berlusconi o Dell’Utri, i magistrati, pm e giudici istruttori cominciarono ad avvertire una certa solitudine e si sentirono come se non servissero più a niente a causa della parte marcia della politica. Per quanto riguarda il Friuli Venezia Giulia, per il momento ritengo di credere che non ci sia una percezione di collusioni e interessi a sostenere i mafiosi a livelli alti, ma la raccomandazione delle forze dell’ordine è di stare attenti a quello che succede nelle realtà più piccole, in cui ci sono meno controlli. È lì che bisogna vigilare perché la tentazione e la debolezza umana non finiscano per assecondare un comportamento corruttivo.

 

Quali sono alcuni esempi effettivi di appalti legati alla mafia nel nostro territorio?

Ad esempio, i Piromalli, che prima ho citato, hanno cominciato a investire nel mercato ortofrutticolo di Milano attraverso dei prestanome, persone senza scrupoli che vogliono semplicemente riempirsi le tasche e che diventano quindi facilmente corruttibili e a loro volta corruttori. I Piromalli sono anche riusciti a gestire la vendita delle clementine provenienti dalla Calabria. A un certo punto hanno voluto entrare nel settore dell’abbigliamento e hanno acquisito con dei prestanome due società di marchio francese per far circolare quei soldi che non riuscivano umanamente a spendere. Tra queste attività c’erano, come si è scoperto nel 2016, anche due negozi che si trovavano al centro commerciale Bennet di Pradamano. Piromalli si è preso l’ennesima condanna per associazione di stampo mafioso. Questa è la prova che, senza nulla sapere, involontariamente anche noi possiamo venire in contatto con queste realtà. Ad esempio i soldi utilizzati per comprare una maglietta con regolare rilascio di scontrino – perché loro si insinuano nell’economia legale – in qualche modo hanno contribuito ad alimentare il signor Piromalli. Inconsapevolmente, se nessuno indaga e lo scopre, contribuiamo ad alimentare l’economia, fintamente legale, di personaggi mafiosi.

 

Oltre al riciclaggio, c’è anche l’effettivo svolgimento di attività illecite che, come aveva detto il procuratore di Trieste Mastelloni, porta ad incendi o altri episodi di violenza?

Mastelloni è il procuratore capo della procura e della sede distrettuale antimafia di Trieste. Da quando è arrivato nel 2014 c’è stata una specie di “colpo di reni” nelle investigazioni e ha cominciato a valorizzare gli uomini della Dia, Direzione Investigativa Antimafia. Da quel momento sono state avviate tre o quattro indagini, che non sono poche, anche perché poi c’è la criminalità “spicciola” di tutti i giorni: lui ha dato un input nel prendere in considerazione gli incendi come indici di intimidazione.

In questi giorni stiamo trattando le attività al Nord Est dei Casalesi, provenienti dalla Campania. Questa vicenda comprende anche episodi di violenza fisica, minacce e pedinamenti. In un periodo di crisi, i Casalesi avevano anche aperto una società chiamata Aspide che erogava finanziamenti. In realtà erano degli strozzini e facevano prestiti con tassi di usura tali da aiutare inizialmente chi chiedeva il prestito, con l’obiettivo poi di portarlo alla disperazione e spingerlo a svendere la propria azienda. Questo è andato avanti per molto tempo proprio perché sono state usate violenza e minacce, finché uno degli imprenditori ha denunciato la sua situazione. Durante il processo, il magistrato ha chiesto al capo Mario Crisci perché, con tutti gli affari che avevano in Campania, i Casalesi siano venuti proprio in Veneto. Lui ha risposto di essere venuto perché in questo territorio la gente è disonesta e c’è tanto di quel nero, liquidità che sfugge alla tracciabilità, da aver bisogno di specialisti che sappiano dove investire e far circolare i soldi. Ha detto anche che al Nord Est si è più disonesti di quanto si sia al Sud. Questa è mafia “a chiamata”, ovvero arriva quando convergono gli interessi di chi ha bisogno di soldi e di chi vuole investire. Chi si mette nelle mani dei mafiosi però perde la libertà.

 

Cosa ne pensa della mafia all’interno della politica?

Da quello che percepisco io ci sono gruppi di interesse che non sono necessariamente mafia, i quali fanno lobby e riescono ad arrivare grazie alle giuste conoscenze dove altri non possono. Che questo sia sempre mafia è da vedere, bisogna usare con cautela questi termini. Bisogna diffidare della tentazione di cadere nel metodo mafioso e in tutto quello che è regolato da regole non scritte. Non credo che al momento la mafia sia infiltrata nelle nostre istituzioni anche perché ci sarebbe ormai qualche spia. Ad esempio, in Veneto sono usciti dei casi di sindaci o amministratori collusi con imprenditori.

 

Che cosa si potrebbe fare per contrastare la mafia?

È importante che gli studenti non si lascino trascinare da ciò che sentiamo ultimamente: sono importanti lo studio, la specialità e la competenza. È anche fondamentale che ci siano teste pensanti e che la futura classe si informi leggendo giornali e guardando telegiornali affinché ci sia la consapevolezza.