di Nicola Grion e Marcello Rossi

Intervista alla band formata da 4 studenti del Copernico: Enrico Visintini, Francesco Bianchini, Tommaso Tess e Francesco Giacomello. Broken Glass, il loro primo album uscito il 4 gennaio 2019, è disponibile su tutti gli store digitali. ———————————————————–more————————————————————–

 

Quando e come siete nati?  

Siamo nati due anni fa, quando frequentavamo la terza; noi quattro suonavamo la chitarra e quindi abbiamo deciso, visto che Tommaso aveva iniziato a suonare il basso e io (Francesco, ndr) sapevo suonare la batteria, che potevamo suonare assieme anche perché avevamo in comune alcuni generi musicali. Così abbiamo deciso di iniziare a suonare assieme, vederci per le prove, e da lì è partito tutto.

 

A proposito di generi: come definite il vostro stile?

Prendiamo esempio dalla scena musicale australiana: è una sorta di Surf rock o Garage rock, semplice e diretto.

 

Perchè il nome Paincakes?  

Abbiamo avuto diverse idee per il nome della band, ma inizialmente nessuna abbastanza buona. Questo nome è nato totalmente a caso: stavamo parlando di pancakes, e ci è venuto in mente. Suonava bene, quindi l’abbiamo scelto.

 

Ci sono band a cui vi ispirate in particolare?  

Noi ascoltiamo diversi generi: alcuni dei musicisti che ci hanno ispirato sono Mac DeMarco e gli Skegss,  ma, come già detto, abbiamo sempre ascoltato molta musica di ogni genere, in particolare rock. Ognuno di noi mette del suo, non c’è un vero e proprio idolo comune.

 

Che ruolo avete nella band?  

Enrico Visintini è voce e chitarra elettrica, io (Francesco Bianchini, ndr) sono chitarra solista ed eventualmente seconda voce, Tommaso Tess il basso e Francesco Giacomello la batteria. Le seconde voci, comunque, le scegliamo in base al tipo di canzone.

 

Come avete registrato le tracce?  

Per le prime due canzoni che abbiamo registrato, quando non pensavamo ancora ad un album, abbiamo chiesto ad un nostro amico il suo microfono, quello della Guitar Hero (ridono, ndr) e con un computer e una scheda audio abbiamo suonato a presa diretta e registrato. Poi le abbiamo caricate su SoundCloud. Le canzoni sono Obama e Throwin’ Up Yellow Stuff.

Le versioni successive sono fatte meglio, ogni strumento è stato registrato singolarmente: c’era un progetto, che purtroppo non esiste più, chiamato Officine giovani. Era un punto di ritrovo ai Rizzi per band e gruppi teatrali, che poteva fungere anche da studio di registrazione. Tutto gratuitamente. Quest’estate siamo stati lì più volte, e nel giro di due mesi abbiamo registrato tutto l’album.

Successivamente per il mixing ci siamo affidati ad un nostro amico più esperto di noi. Dopo la registrazione puoi aggiungere molti effetti agli strumenti, per rendere il tutto migliore.

 

Avete dei progetti per il futuro?  

Dopo la pubblicazione dell’album, ci hanno proposto di suonare in alcuni locali della città. Il progetto futuro è quello di suonare in giro, farci conoscere. L’anno prossimo non sappiamo se ci sposteremo per l’università, perciò non sappiamo se faremo nuove canzoni.

 

Parlando sempre della registrazione, avete riscontrato delle difficoltà tecniche?

Di difficoltà tecniche ne abbiamo avute e anche problematiche varie, una dietro l’altra, date dalla poca esperienza. Capitava di sbagliare una nota e dover ricominciare a registrare la parte da capo. A volte ci dimenticavamo di portare strumenti, cavi e attrezzatura oppure di cancellare tracce registrate per sbaglio, di dimenticare di registrare pezzi di traccia, registrare più volte alcune parti. Le voci sono state le parti più provate: può sembrare la parte più scontata, ma cantare intonati richiede numerose registrazioni.

 

Come avete caricato le tracce sugli store digitali?

Per poter caricare le tracce su Spotify, Apple Music, Google Play e altri store digitali è necessario avere una casa discografica, che sponsorizza il gruppo e… noi non ce l’abbiamo. Esistono però servizi che permettono di caricare canzoni online ad un costo ridotto e senza limitazioni, noi usiamo Distrokid. Questi servizi vengono incontro a band indipendenti, emergenti e senza budget; il servizio di cui usufruiamo costa soltanto 20 euro all’anno. Abbiamo deciso di approdare su Spotify poichè lo usiamo tutti ed è in grado di riprodurre brani in background.  Soundcloud lo usano pochissime persone ed è meno comodo. Spotify permette la riproduzione di brani casuali da tutto il mondo e per questo abbiamo ascolti anche dall’America e da Paesi al di fuori dell’Italia.

 

Di cosa trattano i vostri testi? E perché cantate in inglese?

L’album appena uscito si chiama Broken Glass.

I testi che scriviamo parlano di cose che ci colpiscono, momenti particolarmente nostri; le parole le pensiamo assieme, spesso un testo nasce da poche parole.

 

Cantiamo in inglese poiché cantare in italiano è più impegnativo, inoltre ci permette di avere ascolti non solo in Italia. Anche per il genere di musica che facciamo, l’inglese diventa uno strumento, ci permette di giocare con le parole. Altre band italiane del nostro stesso genere cantano in inglese. Cantare bene è difficile, il nostro punto di forza non sono i testi, ma le basi musicali.

Come create le basi?

Le basi vengono create in jam session: uno di noi inizia a suonare un giro d’accordi e gli altri poi accompagnano il pezzo. Non facciamo musica studiata, non ci riteniamo professionisti, suoniamo per divertirci e passare il tempo.