Su proposta del prof. Roberto Grison, la classe 4^E si è impegnata nell’elaborazione di un’argomentazione filosofica a modello della quaestio su uno fra i seguenti temi:

  • L’uomo è libero?
  • Abbiamo il diritto di toglierci la vita?
  • È possibile dimostrare l’esistenza di Dio?

 

Che cos’è la quaestio?

Il metodo viene utilizzato nelle varie opere di Dante, ad esempio nel Convivio, ma anche nella Commedia stessa.

Il vocabolo (dal latino quaero) trae dall’etimologia il valore fondamentale di “interrogazione”, “domanda”:

io, che la ragione aperta e piana

sovra le mie questioni avea ricolta…

(Pg XVIII 86: cfr. i vv. 5-6)

 

Nel portato semantico del termine è sempre implicita però l’idea di un dubbio dell’intelletto. Dante dà il nome di questione alla domanda rivolta a Virgilio sulla soglia della città di Dite:

” In questo fondo de la trista conca

discende mai alcun del primo grado,

che sol per pena ha la speranza cionca? “

Questa question fec’io (If IX 19);

 

La domanda ha origine in verità solo dal terrore ma si presenta in forma indiretta, quasi mossa da curiosità distaccata e teorica, appunto ironicamente suggerita e ribadita dal vocabolo scelto a qualificare l’interrogazione.

 

Dante e Virgilio nell’inferno

 

Una questione è dunque costituita da un enunciato e da un’interrogazione: essa esprime da una parte l’oggetto del dubbio – la verità cui si tende-, dall’altra la ricerca o la richiesta di essa (cfr. Pd IV 25). Sul piano dell’indagine filosofica la questione apparecchia una ricerca razionale, secondo il procedimento dialettico del metodo scolastico.

 

Per approfondire meglio il tema della quaestio è stato possibile anche rivolgere alcune domande al prof. di Storia della filosofia medievale Andrea Tabarroni, dell’Università di Udine.

 

Secondo lei, dove sta l’importanza della quaestio?

Nella quaestio è fondamentale la capacità di argomentare. In epoca medievale non era solo una questione didattico-pedagogica, ma anche scientifica. Il valore maggiore di questo esercizio, di affrontare un problema secondo il modello della quaestio, sta nell’affinare e mettere alla prova le capacità argomentative, soprattutto per il fatto di dover esporre pareri argomentativi opposti. È utile come costruzione di un atteggiamento mentale: spesso siamo abituati o indotti a dire come la pensiamo senza però sentirci in dovere di motivare, schierandoci senza una struttura argomentativa. Di per sè non è sbagliato: ci possono benissimo essere posizioni che non hanno bisogno di essere giustificate razionalmente. Ad esempio, per sostenere una squadra di calcio non è necessario argomentare la propria fede calcistica, in altri casi invece si dovrebbe essere capaci di rendere conto sia a se stessi sia ad un altro del perché si ha una certa posizione o non se ne ha nessuna eventualmente.

La quaestio mostra che vale la pena di confrontare posizioni diverse: ognuno prende in considerazione la possibilità che la propria idea sia sbagliata e ne valuta i pro e i contro, in caso contrario non sarebbe una vera disputa. Non è tanto una questione di lealtà, ci si dovrebbe mettere in discussione dando valore all’ipotesi di sbagliare.

 

Discorso durante la notte

 

Il metodo della quaestio è ancora attuale?

Anche se per noi l’autorità sembra qualcosa di medievale, oggi facciamo spesso riferimento ad alcune autorità, come quella della scienza ad esempio. Dal punto di vista scientifico oggi siamo abituati a richiedere altri argomenti di validità, principalmente il successo sperimentale oltre che ad una struttura argomentativa. Il dato scientifico sperimentale può essere considerato come un’autorità, un elemento da tenere in considerazione nella discussione. Ad esempio, nelle riviste scientifiche si stabilisce la posizione che si intende dimostrare e poi si portano a sostegno i dati sperimentali. Anche se le questioni danno l’idea di cose esotiche, un po’ polverose, come tutte le cose medievali, queste tecniche tendono a documentare, sostenere e dimostrare in modo non molto diverso da quello dei nostri giorni.

Oggi, contro questo vecchio feticcio delle fake news (una volta si parlava di propaganda ma queste sono la stessa identica cosa), l’antidoto migliore è proprio mettersi in discussione, con  lo scopo di approfondire meglio l’argomento. La maggior parte delle fake news, se si va a scavare a fondo, si rivelano per ciò che sono in realtà. Il Medioevo è un’epoca storica in cui questi problemi sono stati affrontati nella forma della quaestio continua. Anche altri sistemi vanno bene, ma l’abitudine a valutare ciò che ci viene proposto è sempre un atteggiamento positivo.

 

 

Di cosa si tratta quando si parla di definizioni all’interno della quaestio?

Nelle questioni che rappresentano un resoconto di ciò che effettivamente avveniva durante la disputa, all’inizio del rispondo del maestro, cioè dell’esposizione della sua posizione, veniva dedicato del tempo alla definizione dei termini cruciali della questione. La stessa idea di definizione è strettamente pedagogica ed aveva una motivazione precisa: definire il perimetro, il campo semantico. Ad esempio, quando parliamo di suicidio quali sono i casi in cui noi parliamo propriamente di suicidio? In realtà a volte presupponiamo un significato che non è esattamente quello che abbiamo intenzione di trattare. Più o meno abbiamo tutti in mente il significato di libertà, però se dopo ci si chiede di definirla non è poi così semplice. Poter fare ciò che si vuole ad esempio non è sempre possibile, ma questo non significa necessariamente che la libertà non esista. Nei manuali medievali per le discussioni si legge che ci sono tre possibili posizioni rispetto ad una tesi: concedo, nego e distinguo. Esse corrispondono a “sono d’accordo”, “non sono d’accordo”, “prendendo i termini della tesi con un certo significato sono d’accordo, con altri termini non lo sono”: vi è l’esigenza che la tesi venga definita in maniera univoca all’interno della disputa.

 

Dato che nel Medioevo il Cristianesimo era diffusissimo, non era una vera opzione prendere in considerazione, ovvero discutere l’esistenza di Dio?

In realtà nelle facoltà di teologia era previsto che si discutesse riguardo l’esistenza di Dio. L’insegnamento nelle facoltà di teologia si basava su un manuale scritto da Pietro Lombardo, le Sentenze, costituite da un’antologia di brani, di detti e proposizioni della Chiesa e delle Scritture. La parte iniziale del primo libro di queste Sentenze era dedicato alla definizione di teologia e vi veniva affrontato anche il tema dell’esistenza di Dio, nonostante essa non fosse messa in dubbio.

 

Dunque si fingeva di non credere a Dio per dimostrarne l’esistenza?

 

Raffigurazione di San Tommaso

 

Fingere non è il termine esatto: è più una questione di immedesimarsi nell’altro. Si tratta di mostrare quali sono le prove che ci sostengono nell’affermare l’esistenza di Dio. Questa dimostrazione era considerata scientifica come all’epoca di Newton dimostrare la forza di gravità. Non si tratta di un atteggiamento ipocrita: anche se si sa già la risposta, vi è comunque la necessità di dimostrare. Ad esempio San Tommaso nella Somma contro i Gentili si immedesima in un predicatore che deve andare in missione presso i fedeli per convincere che credere nel Dio cristiano è più razionale che non credere. Tommaso ammette la liceità di una persona che non crede ma poi il suo scopo è dimostrare che la posizione opposta non debba essere tenuta, non che vada esclusa. La quaestio richiede che uno si metta onestamente nella posizione contraria a quella che si vuole sostenere. Non per moralità o per rispetto, ma perchè altrimenti non si tratta di una discussione. È come una partita a scacchi: bisogna cercare di capire quali mosse il tuo avversario potrebbe fare, mettendosi nei suoi panni. La posta in gioco in questo caso non è vincere, ma trovare la verità.

Questo tipo di discussione si applica anche al campo del diritto e della politica in quanto non sono campi scientifici nel senso sperimentale. In Parlamento si confrontano varie opzioni politiche che si devono affrontare per mezzo di argomentazioni.

 

Fra scienza e speculazione filosofica, secondo lei il futuro dell’uomo dov’è?

 

 

Io spero su entrambi i fronti. Oggi c’è una forte tendenza nell’ambito scientifico. Specialmente nel mondo anglosassone c’è la tendenza a mettere in dubbio l’utilità della filosofia. Alcuni scienziati si chiedono se valga ancora la pena di occuparsi di filosofia ma ce ne sono molti altri che rispondono di sì. Nello stesso tempo io credo che anche ai filosofi spetti di dimostrare che la filosofia ha qualche utilità nel senso che propone una riflessione su se stessi o sulle proprie scelte. L’arte, la poesia, le arti figurative, la letteratura, la religione, la storia: sono tante le sfere culturali che possono spingere ad una riflessione e la filosofia rientra fra di esse. Sarebbe contrario alla filosofia stessa se essa prendesse il sopravvento e se la scienza fosse messa in crisi. Si perderebbe infatti questo valore dialettico di discussione fondamentale. La filosofia diventerebbe pretesa di monopolio di una verità e non meriterebbe più il nome di filosofia. È utile che ci siano entrambe le posizioni, sia scientifica che filosofica. Non avrei timore a riservare a quella filosofica una funzione di sostegno, un po’ come la divisione dei compiti fra l’attacco e il centrocampo: il fatto che il secondo non sia costituito da quelli che  hanno il compito di fare goal non è null’affatto una svalutazione.

La metafisica, la più filosofica fra le discipline filosofiche, dovrebbe tenere insieme e mostrare i rapporti fra le varie scienze e coprire quegli interstizi, quelle zone che le varie scienze non ricoprono. Già discutere se questa posizione valga oppure no significherebbe filosofare.

 

classe 4^E