di Beatrice Ciancarella

A Palazzo Morpurgo si racconta l’ex manicomio di Sant Svualt con la mostra “Oltre le porte” di Ulderica Da Pozzo

A partire da dicembre fino allo scorso 14 gennaio, i Civici Musei di Udine hanno promosso l’esposizione della fotografa friulana che ha catturato l’abbandono di una normalità misteriosa: l’ex manicomio di Sant’Osvaldo.

 

 

La struttura per malati di mente sorgeva appena fuori la città di Udine e da quando venne istituito, tra il 1902 e il 1904, fino alla chiusura dei manicomi prevista dalla Legge Basaglia nel 1978, ospitò oltre 100 mila donne, uomini e bambini friulani. Il manicomio di Sant’Osvaldo costituiva un complesso di più di 25 edifici che formavano quasi una cittadella; era infatti dotato di cucine, alloggi, un oratorio e una chiesa, un forno, i bagni, stalle, officine, oltre alle abitazioni del personale e tante altre strutture. Dopo anni di abbandono è stato avviato un processo di riqualifica degli spazi che in parte oggi sono diventati sede di alcuni servizi dell’Ass 4 “Medio Friuli”.

Nel pannello introduttivo alla mostra Ulderica Da Pozzo racconta come da bambina immaginava quel luogo lontano, tra fantasia e storie accennate in un misto tra curiosità e timore. Da adulta è tornata a Sant’Osvaldo, si è fatta aprire tutti i padiglioni, ha attraversato i saloni, ha visitato le celle, ha camminato nel parco; dove prima entrava solo l’immaginazione ora entrava la macchina fotografica e coglieva ogni dettaglio della casa della solitudine, del delirio, del dolore.

Specchi, finestre e porte semiaperte oggi si susseguono nel rappresentare le stanze nelle quali Ulderica ha incontrato le anime di coloro che furono etichettati come i reietti della società. Le opere raccontano questo mondo attraverso le scritte sulle pareti, gli oggetti appesi e dimenticati (come lo scatolone del progetto di riabilitazione Primavera, pieno di disegni rubati all’umidità), le cinture di contenimento, la macchina per l’elettroshock, resti di pellicole, telefoni… Su questi ultimi, l’artista si sofferma particolarmente nel testo d’apertura: i telefoni rappresentavano fili veri e propri che collegavano quel complesso isolato alla realtà cercata, sognata, inventata anche grazie alle numerose fotografie nei dormitori, attimi di vera vita tra le sbarre. Gli scatti portano agli occhi l’angoscia di certi spazi così ampi e così vuoti, reso possibile dall’ attento studio della luce e dall’articolazione nello spazio degli oggetti.

Ulderica Da Pozzo cresce a Ravascletto, ha uno zio fotografo che certamente la ispira a intraprendere la carriera che segue ormai da più di 30 anni, è conosciuta per la sua capacità nel velare di surrealtà la quotidianità e al contempo per la spontaneità che cerca sempre di mantenere nei suoi scatti. Non era la prima volta che lavorava in luoghi abbandonati e in questo reportage è riuscita a fotografare i pensieri, gli attimi e le paure degli internati che diventano le paure dell’osservatore, i suoi sentimenti, le sue ombre. Ulderica conclude il suo racconto con queste splendide parole:

«… l’ultima porta aperta, sui santi dipinti e sull’oltre. Oltre il dolore, nello stormire delle foglie, dut ‘lé nuie, e siamo oltre non più connessi al grigio della materia, siamo solo vento, nebbia che sale leggera sopra le foglie, sopra le valli, via dal Friuli, e via oltre, siamo nell’universo, sani di mente, malati di mente, finalmente senza mente.»