Il 27 dicembre 1947 il capo provvisorio dello stato Enrico De Nicola, firmando la nostra Carta costituzionale, l’asse regolatore dei diritti e dei doveri di ognuno di noi  nonché del funzionamento delle istituzioni dello Stato, in un momento quasi d’intimità con De Gasperi, disse: “L’ho letta attentamente, possiamo firmare con sicura coscienza”.

La mattina di martedì 9 gennaio 2018 in Senato, alla presenza dei ministri Padoan e Fedeli e del Presidente Grasso,  si è celebrata una festa, la festa degli italiani che si riconoscono nella Costituzione. Ma è possibile festeggiare la Costituzione con la stessa coscienza sicura e serena che contraddistinse la neonata Italia repubblicana 70 anni fa? E se sì, come la si deve festeggiare?

La Costituzione potrebbe dirci molto; come per ogni documento, ad essa risale una storia, una storia di donne e uomini che, con un impetuoso scatto d’orgoglio, riuscirono ad unire le varie anime della Resistenza antifascista entro un fine comune, lo stesso su cui le stesse persone giurarono anni prima, in memoria di martiri come Gramsci e Matteotti.

Come per ogni documento, ciò che è scritto e come è stato scritto descrive senza dissimulazione determinati rapporti sociali, idee, fedi. Descrive, senza voltarsi indietro, non solo la dimensione realistica dell’oggettività storico-empirica e le reazioni più immediate ad essa, bensì il testamento di una generazione che cadde talmente in basso da avere, come unico “porto sicuro” il significato profondo della vita dell’uomo. La grandezza di questi uomini, appartenenti al calibro intellettuale di un corpo politico costituito da eminenze grigie da Croce a Nenni, ritrovava nel sogno ad occhi aperti e nelle possibilità di istituzionalizzazione di nuove norme morali la causa di una felice unione di intenti: pur venendo da tradizioni culturali diverse e sostenendo opinioni politiche spesso antitetiche, i padri costituenti fecero lo sforzo di raggiungere un comune obiettivo, finalizzato alla costruzione di una Carta alla cui fondazione si potessero ripercorrere le diversi voci facenti capo al neonato stato repubblicano, maturate anch’esse nelle esperienze della Resistenza partigiana. Questo sforzo, trascendente ad ogni interesse individuale o partitico, portò ad una comune formula di convivenza al fine di determinare criteri, azioni e comportamenti in grado di tendere alla realizzazione della persona, nella sua dignità, nei suoi diritti inalienabili, garantendo de iure il proprio libero sviluppo. Si può dire allora, con estrema tranquillità, che si può festeggiare i 70 anni di tale opera giuridica somma, senza alcun rimorso o dubbio, anche recondito? Basta la formalità celebrativa nell’esaurimento di tale adempimento, o festeggiare la Costituzione può assumere significati più profondi? Si deve innanzitutto specificare che, come in ogni festa, ci possono essere degli infiltrati: lo stesso libero sviluppo sovra citato, svincolato da qualsiasi vincolo di genere, economico, etnico, linguistico, politico e sociale, il cui perseguimento viene sancito da quel famoso articolo 3, tuttora è mortificato e denigrato dalle grandi forze economiche di mercato, additato come residuo d’uno spettro sociale che ben poco identifica la Costituzione Italiana nell’ambito dei documenti “flessibili” alla volubilità e volatilità del mercato.

Tale caratteristica spesso ci sovviene quando, con pensiero critico, ragioniamo sulla contraddizione tra il messaggio diretto dei 12 Princìpi Fondamentali della Costituzione, fondato sulla dignità umana nella sua manifestazione sotto forma del lavoro, e quei dettami inerenti all’imperativo di subordinare la stessa occupazione alla priorità della stabilità dei prezzi, oppure quando sentiamo le eminenze della finanza che, lamentandosi, mettono alla berlina le stesse istanze sociali all’interno del documento costituzionale. Uscendo dalle pallide quanto fosche celebrazioni rituali, quasi routine autonome piuttosto che pregnate d’un simbolismo popolare, uscendo dalla retorica stucchevole ed arlecchina della “più bella del mondo”, depurando da rimasugli referendari, paura e rassegnazione tipicamente italiane, la Costituzione diviene grido nel buio: abbiamo il dovere di difendere i diritti minacciati dalle contingenze e dalle avversità storiche, e non solo! Non si vede più lo stesso entusiasmo dei giovani nell’approcciarsi al testo fondamentale, ai principi cardini

regolatori del proprio vivere: si crede che la Costituzione, in particolare la prima parte, definisca solo un orizzonte legislativo a cui ci si deve attenere, imponga valori istituzionalizzati ai quali bisogna ottemperare. Al contrario essa è la fondazione di uno scopo finalisticamente determinato: in definitiva, festeggiare la Costituzione non deve più consistere in una pura celebrazione formale, spesso sin troppe volte declinata in trivialità, bensì deve divenire sviluppo di un progetto non ancora divenuto, un progetto fondato quel lontano giorno invernale di 70 anni fa.

 

di Elia Pupil 4^F