di Linda Stroppolo

 

“La donna elettrica” è un film scritto e diretto da Benedikt Erlingsson, prodotto in Francia, Islanda ed Ucraina nell’anno 2018.

L’inizio in medias res introduce lo spettatore al senso di urgenza che la storia si è proposta di comunicare: Halla, la protagonista, è intenta in un’ opera di sabotaggio contro gli impianti siderurgici che minacciano il meraviglioso luogo in cui vive. È così che viene presentato il suo personaggio: una donna silenziosa, innamorata del suo paese, che non ha paura di compiere gesti estremi per preservarlo da tutti i possibili attentatori. Nasconde questo aspetto della sua vita sotto le spoglie di una signora di mezza età tranquilla e pacata. Quando però la informano che una sua vecchia richiesta di adozione, ormai dimenticata, è stata accettata, la situazione cambia; forse da questo nasce il bisogno di dare una svolta ai suoi attentati: in un messaggio anonimo che diffonde in città rivendica i sabotaggi come suoi, della “donna elettrica”. I pericoli crescono esponenzialmente fino a culminare con la sua cattura dovuta al tentativo di conciliare le due vite. A concederle un’altra possibilità è la gemella Asa, che sfrutta la loro somiglianza per prendere il suo posto in prigione e dare alla sorella l’occasione di essere madre per quella bambina che in Ucraina la attende con ansia.

le due vite di Halla si vedono raffrontate e poste molto vicine in modo da rendere con più chiarezza il contrasto,: quella visibile a tutti e dal colore azzurro cielo, fatta di lezioni con il coro, giri in bicicletta e sorrisi ai passanti, e quella più nascosta che assume tutte le tinte verdi dei prati e che la donna vive in costante allerta in quanto reagisce alle dannose operazioni delle multinazionali con atti di sabotaggio. Metaforicamente parlando, si trova un contatto tra l’erba e il vento, un’interazione fra le due personalità in cui è divisa la figura della protagonista e tale interazione consiste nella voglia inestinguibile di salvare il mondo. Ma mentre questa voglia nella Halla più ribelle si traduce in un odio smisurato nei confronti delle imprese e del governo, nell’altra Halla essa diventa amore per l’umanità che si concretizza con la richiesta di adozione di una bambina ucraina per strapparla dall’esistenza dolorosa a cui quest’ultima, come molti altri, sarebbe andata incontro.

Il confronto fra i due colori e quindi fra le due vite fa da sfondo alla maggior parte delle scene, anzi, l’ambientazione non è soltanto sfondo, ma assume un ruolo estremamente importante per il film: obiettivo del regista infatti è quello di far nascere nell’animo dello spettatore il bisogno di proteggere l’ambiente dalla sete di guadagno delle multinazionali e quindi di svegliare l’uomo dalla pigrizia in cui dorme.

Si può allora intendere il gesto di Halla come un esempio? Il messaggio che la storia porta è molto chiaro: il futuro siamo noi ed è dunque indispensabile considerare le conseguenze che il nostro agire provoca. Il modo in cui la morale, forse scontata dopo aver inteso il tema del film, viene suggerita è molto originale: non è proposto un modello o un esempio di comportamento ideale, ma viene derisa con ironia mista a malinconia l’inattività dell’uomo di fronte a pericoli incombenti, come appunto quello dell’inquinamento e della distruzione di paesaggi incredibilmente belli a vantaggio delle imprese multinazionali. La presa in giro che va comunque interpretata come un invito ad alzarsi e a reagire, si intuisce nel consiglio derisorio del regista di rispondere alla violenza con altra violenza. Non lo si deve interpretare alla lettera, ma piuttosto tradurre con il celebre detto “a mali estremi estremi rimedi”, a significare che se un’unica persona dovesse risolvere da sola i problemi del mondo intero, fallirebbe sicuramente nel suo intento in quanto il lavoro le diverrebbe insostenibile e lo eseguirebbe con odio e senza alcun orgoglio per la propria fatica.

Incombente fin dall’inizio questa sensazione di fallimento di cui Halla è di sicuro cosciente, anche se tenta di ignorarla e di avere fiducia nei suoi sforzi. Ma una donna sola non può agire al posto del mondo intero; se avesse almeno provato a coinvolgere altre persone nel suo ideale, questo non sarebbe stato calpestato e storpiato dai media, dalla stampa e dal governo, perché allora sarebbe stato condiviso e forse difeso. La prigionia è dunque la pena da cui Halla si salva per aver intrapreso la giusta battaglia, la sconfitta è la conseguenza che paga per aver utilizzato le armi inopportune.