di Tommaso Scarabelli

 

Metafisica ad Oxford

La definizione “Metafisica della luce” non è di origine medievale, ma fu coniata nel 1916 da Clemens Baeumker, storico  della filosofia tedesco, per indicare un ambito della cultura filosofica medioevale che si sviluppò tra il XII e il XIII secolo e che ha come maggiori esponenti Roberto Grossatesta  e Ruggero Bacone.

Maestro di Oxford e Vescovo di Licoln, Roberto Grossatesta (1175-1253) è uno dei rari filosofi del suo tempo che conoscesse il greco.

Ruggero Bacone (1210 – 1292), frate francescano e professore ad Oxford, considerato uno dei più grandi filosofi del suo tempo, precursore dell’empirismo e di un rinnovamento del metodo scientifico, mantenne forti legami con la tradizione alchemica ed ermetica.

L’università di Oxford era soprannominata l’università degli umili e il suo metodo era in contrasto con il principio deduttivo applicato alla logica, alla dialettica e alla teologia nell’università di Parigi.

 

La luce nella metafisica e nella fisica

La luce per i filosofi medievali costituiva il principio ontologico di tutto ciò che esiste, rappresentante le verità eterne e il divino. Intesa come lux spiritualis, la luce è Dio, lux increata, mentre le Intelligenze separate sono lux creata proveniente da Dio, cioè ciò che mostra la potenza di Dio. La struttura di fondo di questa riflessione era la struttura emanazionista della realtà, il rigoroso monismo neoplatonico di Plotino, caratteristico di una processione da un principio unitario, cioè Dio. Questa concezione si rivelò efficace per contrastare l’eresia catara, poiché la bellezza del mondo veniva fatta derivare dal principio divino. Tuttavia, dato che ciò che è inferiore non può agire su qualcosa di superiore, i cristiani sottolinearono la trascendenza divina rispetto all’intelletto per discostarsi da una sorta di panteismo.

Dio nella Divina Commedia

In quanto fenomeno fisico del mondo sublunare, la luce era oggetto delle scienze fisico-matematiche, degli studi astronomici e cosmologici. In questi campi un altro autore ripreso dai cristiani fu Platone, il cui Timeo diede importanza alla dimensione matematica del mondo. Proprio la matematica portò, grazie ad alcuni filosofi arabi, alla nascita della perspectiva, ovvero l’ottica. Quest’ultima era uno dei rami delle scienze fisiche che ebbe maggior sviluppo nel Medioevo e che studiava gli effetti della luce, riprendendo la tradizione aristotelica ed euclidea.

La luce della creazione

Nel De Luce Grossatesta ritiene che Dio abbia creato liberamente, dal nulla, il punctum lucis, sintesi di materia prima e forma corporeitatis, ovvero la luce stessa. La luce si autogenera e si propaga in linea retta, seguendo le leggi dell’ottica, fondate sulla geometria; poiché tutto è costituito da luce, ogni ente e fenomeno della realtà può essere interpretato attraverso le leggi di riflessione e rifrazione.

Ritengo che la forma prima corporea, che alcuni chiamano corporeità, sia la luce. La luce infatti per sua natura si propaga in ogni direzione, così che da un punto luminoso si genera istantaneamente una sfera di luce grande senza limiti…

Secondo un metodo rigorosamente matematico, che vedeva la luce irradiarsi e poi riflettersi tornando al centro dell’universo, cioè alla terra, venne riconfermata la visione del mondo secondo la tradizione aristotelica. La novità più significativa di questa teoria fu la sintesi della concezione della passività della materia e della struttura matematica della realtà secondo Platone con la cosmologia aristotelica del De coelo. Ne risultò un cosmo matematicamente ordinato, in cui la frattura tra mondo celeste e sublunare era fortemente attenuata, data l’unicità del principio universale.

La luce, la scienza e la Grazia

Le leggi geometriche che si credeva governassero il cosmo portarono Grossatesta a dare una giustificazione dell’applicazione della matematica agli studi fisici nella sua opera De lineis, angulis et figuris. In tal modo il filosofo spiegò vari fenomeni naturali grazie alla luce. Ad esempio nel De iride l’arcobaleno è spiegato non come fenomeno di riflessione, secondo la teoria aristotelica, ma di rifrazione della luce, mentre nel De natura sonorum il suono è “luce incorporata in un’aria sottilissima”.

Ruggero Bacone nella quarta parte dell’Opus Majus ritiene che l’infusione della grazia si manifesti attraverso la propagazione della luce: l’ottica geometrica può dunque chiarire questo processo. Negli uomini perfettamente buoni, il raggio di luce-grazia arriva perpendicolarmente; negli uomini imperfetti benché buoni subisce una deviazione; negli uomini peccatori la luce-grazia viene riflessa: il peccato è la tenebra, il male inteso come mancanza di luce-bene.

La luce come intermediaria fra Dio e il mondo

La teoria della conoscenza era anch’essa legata al tema della luce: ne è un esempio la dottrina dell’illuminazione di Agostino, secondo cui l’uomo non può raggiungere la verità senza l’intervento divino. Lo stesso Agostino aveva inoltre ricondotto le idee platoniche alla mente di Dio, il Logos coincidente con Cristo. Dato che non si può entrare in contatto con le verità eterne, l’intermediario fra il divino e il terreno divenne proprio la luce.

Sempre secondo Agostino l’anima sensitiva era solo passiva, poiché l’anima poteva solamente agire contemplando ciò che proveniva dall’illuminazione. Il senso più nobile era quello della vista e la visione avveniva proprio grazie al raggio luminoso presente nei corpi. Questa concezione della vista venne ripresa dai poeti stilnovisti, secondo cui dallo sguardo della donna fuoriusciva una vera e propria potenza luminosa.

La luce,  paladina della fede

La visione cosmologica aveva anticipato lo sviluppo della scienza, anche se essa non aveva un obiettivo scientifico. Nel Medioevo infatti la scienza non era ancora autonoma e il suo scopo era dare una risposta alle sfide proposte alla fede cristiana nel XVII secolo.

La prima fu la sfida al creazionismo, contemporanea al ritorno dei testi aristotelici dalla Siria, che durante il Medioevo erano quasi totalmente sconosciuti. Aristotele non ragionava in metodi creazionistici, concependo un universo eterno, inconciliabile con il Cristianesimo. Grossatesta elaborò dunque un modello della luce che, dato lo spontaneo irradiamento della luce, non necessitava del motore primo e immobile aristotelico. Il secondo tema dibattuto fu l’inseparabilità fra la materia e la forma, che aveva portato alla nascita di 3 errori nella fede cristiana.

Il primo fu la visione timaica di Bernardo Silvestre, che si fece portavoce della corrispondenza fra Dio e il Demiurgo platonico, limitato dall’azione della materia, contestando quindi l’onnipotenza divina. La seconda dottrina riprendeva la visione emanazionistica di Plotino, secondo cui Dio aveva “creato” il mondo per gradi, attraverso entità intermedie, gli angeli. Significativa è la posizione di Dante, secondo il quale Dio non creò i quattro elementi ma “la materia ch’ei hanno” e 1a”virtù informante” dei cieli.

Infine vi era l’eresia catara, che per poco non spazzò via il Cristianesimo. I catari avevano recuperato il concetto di reincarnazione, vedendo nella materia l’eterna entità del male contrapposta a quella del bene. Per i medievali invece non esisteva materia che non fosse una forma di luce partecipe di Dio, luce metafisica. Si poteva dunque conoscere Dio procedendo verso questo vertice luminoso senza ricorrere alla liberazione dell’anima dal corpo.

La luce nelle cattedrali gotiche

Organo della cattedrale di Saint-Denis

Come dirà l’ideatore di Saint-Denis, l’abate Suger,

Chiunque tu sia che vuoi esaltare l’onore di queste porte, non ammirare l’oro né la spesa, ma la fatica dell’opera, opera nobile che splende, ma che splendendo nobilmente illumini le menti, affinché attraverso lumi veri giungano alla vera luce, dove è Cristo, porta vera.

Il pensiero di Suger si basava sul prologo giovanneo, in cui si dice, riguardo Cristo,Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo.

La chiesa di St. Denis diede il via allo stile gotico, che si diffuse da Parigi nel XVII secolo, dando vita ad una nuova architettura, che sostituì il romanico. Le cattedrali possedevano altezze ardite, forme slanciate ed elaborate, le mura vennero ridotte all’essenziale per lasciar spazio alle finestre e furono costruiti dei contrafforti per reggere l’edificio.

Le vetrate della cattedrale di Chartres illuminavano l’interno della Chiesa, illustrando l’intera storia biblica. L’intera chiesa era pensata per assorbire la luce e poi farla risalire attraverso i pinnacoli. La luce nelle varie cattedrali gotiche aveva dunque due significati: era segno della bellezza divina e della positività della realtà, con funzione anticatara.

La cattedrale lotta contro i catari, negatori della creazione, dell’incarnazione e della redenzione; ciò che soprattutto proclamano i suoi ornamenti è l’onnipotenza di un Dio trino e uno, un Dio creatore, un Dio fatto uomo, un Dio salvatore.

(Duby)

 

Vetrate della cattedrale di Chartres

Nella cattedrale di St. Denis vennero conservate le spoglie di vari sovrani di Francia, dalla dinastia dei Merovingi a quella dei Borboni. Al centro dell’edificio, non più nella cripta oscura e ombrosa, sono raccolte le reliquie di Dionigi, in una teca ricoperta di gemme, di pietre preziose e di cristalli che riflettono i bagliori della luce penetrata dalle vetrate:

Perciò, quando per l’amore che nutro per la bellezza della casa di Dio, la caleidoscopica leggiadria delle gemme mi distrae dalle preoccupazioni terrene e, trasferendo anche la diversità delle sante virtù dalle cose materiali a quelle immateriali, l’onesta meditazione mi persuade a concedermi una pausami sembra di vedere me stesso in una regione sconosciuta del mondo ….(Suger, citato da Agnoli pp. 158-9)

 

Bibliografia

Filesharing della prof.ssa Vidal:Metafisica della luce, percorso interdisciplinare di Roberto Grison e Maria Vidal