di Riccardo Sidoti 

La sera del 24 marzo, di fronte a un teatro Palamostre tutto esaurito, dieci giovani attori della compagnia “Nuovo Teatro Sanità” di Napoli hanno portato in scena lo spettacolo “La paranza dei bambini”, scritto a quattro mani dal giornalista Roberto Saviano e dal regista Mario Gelardi, che abbiamo avuto l’occasione di incontrare prima dello spettacolo.

 

Quali sono le differenze fra la camorra raccontata nella “Paranza dei Bambini” e quella descritta in “Gomorra”?

Il romanzo di Roberto “Gomorra” e l’omonimo spettacolo risalgono al 2006. Sono passati ormai più di dieci anni e la camorra ha come sempre dimostrato la sua straordinaria capacità di adattarsi. Nella realtà attuale che raccontiamo, i vecchi “boss”, i padri, sono in galera e i protagonisti diventano i giovanissimi che spesso non provengono neanche da famiglie già camorriste ma che, attratti dal potere e dal denaro, decidono di intraprendere la strada della criminalità. Quella della “Paranza” è una camorra più selvaggia, senza regole, che, per affermare il proprio potere, mette in atto molti atti violenti spesso a scopo puramente dimostrativo.

 

Qual è stato il riscontro che ha ricevuto dai ragazzi con cui ha lavorato al “Nuovo Teatro Sanità” di Napoli?

Quando parlano di noi ci definiscono spesso “miracolo del rione Sanità”. Infatti qui i ragazzi non sono solo attori, ma gestiscono anche gli altri aspetti del teatro come l’amministrazione e l’economia, soprattutto sono loro che si sono dati da fare per far nascere questa realtà e che tutt’oggi la fanno sopravvivere senza aver mai visto un centesimo di soldi pubblici. Quando sono arrivato ho subito percepito una straordinaria energia e forza di volontà che difficilmente si trovano in altri ambiti.

 

Ultimamente quando si parla di criminalità organizzata spesso si va incontro alla critica di riportare gli aspetti “esclusivamente negativi” e di fornire “una visione parziale”. Lei come risponde a queste accuse?

Io sono convinto che finchè si tratta la realtà oggettiva dei fatti, non ci sia un modo di raccontarla opinabile. Io e Roberto raccontiamo di situazioni realmente presenti e lo facciamo con un grande senso di responsabilità.

 

Trova delle differenze fra teatro e televisione nel modo di raccontare il fenomeno camorrista?

A teatro abbiamo la fortuna di rivolgerci a un pubblico più ristretto, senza dover rincorrere grandi numeri,  potendo quindi affrontare i problemi in maniera più complessa. Non dobbiamo fornire una morale o una soluzione. Ci limitiamo a lasciare al pubblico delle domande, delle questioni, una base su cui poi riflettere.