di Raffaella Lorusso

La Seconda Guerra Mondiale ha comportato il massacro di milioni di persone non tanto nei campi di combattimento ma soprattutto nei campi di sterminio. Il regime nazi-fascista orientò la sua barbara ferocia contro tutti quei soggetti ritenuti “indesiderabili” ed in particolare contro il popolo ebreo. Nei campi di concentramento si annullò completamente il rispetto del principio fondamentale della persona, ossia il “Diritto di Umanità”. Le atrocità e le barbarie che si concepirono e produssero in tali campi sono difficili e faticose finanche da raccontare.

 


 

Di fatto circa 15 milioni di persone, fra cui quasi 6 milioni di ebrei, morirono nell’Olocausto, il genocidio attuato dalla Germania nazista e dai suoi alleati nei confronti di tutti coloro che erano ritenuti “sgraditi”.

Tale disumano orrore viene oggi ricordato con il termine “Shoah”.

Poche persone sono sopravvissute ai campi di concentramento nazisti. Il loro ritorno alla libertà è stato segnato per sempre dai tragici periodi trascorsi in quei luoghi di sterminio di massa e quindi difficilissimo è stato il loro ritorno alla vita ordinaria e quotidiana.

Rispetto alla esternazione ed al racconto del proprio vissuto e della propria esperienza personale inerente al periodo di prigionia in tali luoghi, diversi sono stati i comportamenti, ma potremmo pensare di suddividerli in maniera abbastanza esaustiva, in tre modalità distinte.

La prima è associabile a quelle persone che non hanno mai avuto la forza di raccontare le tantissime atrocità che esse avevano dovuto subire e quindi hanno taciuto fino alla morte; alla seconda appartengono quelle persone che, come Primo Levi, hanno testimoniato fin dalla loro liberazione le gravissime torture a cui erano state sottoposte; nella terza troviamo le persone che hanno avuto bisogno di un lungo periodo di tempo per metabolizzare l’immenso male subito e solo dopo sono state in grado di raccontare la loro triste e dura storia.

A quest’ultima categoria appartiene Liliana Segre, sopravvissuta ai campi di concentramento.

Liliana Segre nacque il 10 settembre 1930 a Milano in una famiglia ebrea e benestante. Da neonata restò orfana di madre e così instaurò un forte legame con il padre. Era una bambina curiosa e desiderosa di conoscere il mondo che la circondava ed adorava andare a scuola. Infatti ricorda come il giorno più brutto della sua vita quello in cui suo padre le comunicò che era stata espulsa da scuola; tale espulsione era derivata dall’applicazione delle leggi razziali emanate in Italia dal regime fascista, che vietavano agli ebrei la frequenza delle scuole.

Nel pieno della Seconda Guerra Mondiale Liliana e suo padre cercarono di scappare in Svizzera per evitare di essere catturati dal regime. Al confine vennero sorpresi dalle guardie di frontiera, le quali non credettero che erano ebrei ma pensavano che il padre di Liliana fosse un disertore e quindi li consegnarono alla polizia di confine italiana. I due vennero imprigionati e proprio in questa occasione Liliana ricorda perfettamente l’attimo in cui suo padre le disse: “Scusami di averti messa al mondo”.

Dopo circa un mese Liliana e suo padre vennero deportati al campo di Auschwitz. Durante la selezione all’arrivo al campo, prima dell’ingresso, Liliana venne separata dal papà, che avendo già più di 40 anni era considerato inadatto al lavoro.Allora Liliana capì ed era consapevole che non avrebbe mai più rivisto il padre. Qui conobbe una ragazza francese con la quale strinse una forte amicizia. Le due si sostennero a vicenda fino al giorno in cui la ragazza francese non superò la selezione e così Liliana si ritrovò nuovamente da sola e senza un minimo di sostegno morale.

Poco prima della liberazione del campo di Auschwitz da parte dell’Esercito Russo, Liliana si ammalò di una grave malattia e venne pertanto sottoposta ad intervento chirurgico. Durante la convalescenza post operatoria, nell’infermeria entrò un Capo del Campo tenendo sotto il braccio dei vestiti da contadino, indumenti necessari per poter occultare la sua vera identità e quindi poter scappare senza essere riconosciuto. Mentre si cambiava però, non essendosi accorto della presenza di Liliana, la sua pistola cadde a fianco del letto nel quale giaceva la ragazza e Liliana ricorda di aver fortemente desiderato di prendere quella pistola in modo da vendicarsi per le barbarie subite, ma poi si bloccò in quanto capì che se avesse attuato il suo proposito di vendetta sarebbe diventata la bestia che i nazisti credevano lei fosse.

Liliana superò la malattia e si aggregò alle marce della morte. Durante una di queste arrivano gli americani a liberare tutte queste persone, lanciando in aria cibo per tutti e Liliana ricorda che fu colpita da un’albicocca secca; incredula, la raccolse da terra e la mangiò: da quel giorno per lei le albicocche hanno il sapore della libertà.

Liliana da sopravvissuta al campo di sterminio tornò a Milano, dove in seguito si sposò ed ebbe tre figli. Oggi racconta con molta emozione che solo al momento della nascita del suo primo figlio, nell’attimo in cui l’infermiera le porse il suo bambino fra le mani, lei pianse per la prima volta dopo la notte di arrivo ad Auschwitz: aveva capito che la vita era tornata in lei.

Dopo diversi anni di silenzio i ricordi sono tornati ad assillare Liliana, che ha capito di aver bisogno di raccontare il suo vissuto: nel 2015 pubblica il suo libro “La memoria rende liberi”.

A distanza di circa 75 anni  dalla sua cattura, il 19 gennaio 2018 Liliana Segre ha ricevuto dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella un enorme riconoscimento ma soprattutto un grandissimo incarico: quello di Senatrice a vita, attraverso il quale lei spera di poter contribuire con la propria testimonianza a far prevalere sempre i principi nobili di pace e libertà tra gli uomini ed i popoli affinchè l’inenarrabile di Auschwitz non abbia più a verificarsi.