Quando si ha la possibilità di assistere ad un evento dal titolo “Lo scambio monetario come utopia” non ci si può esimere dal dubbio rispetto all’ inusuale attribuzione del termine “utopia” per indicare uno scambio monetario. Difatti viene naturale chiedersi cosa ha di utopico un processo, ormai normalizzato nella vita quotidiana, che è divenuto, parafrasando Agamben, istituzione sacra del capitalismo.

Il professor Andrea Zhok, professore ordinario di Antropologia filosofica presso L’Università degli studi di Milano, nel succitato incontro, ci ha dunque fornito l’occasione per capire la relazione tra lo scambio nell’epoca contemporanea e la falsa concezione antropologica che sta alla base della sua legittimazione. Infatti, l’utopia è proprio ciò da cui la pratica monetaria trae la propria forza nel creare una falsa realtà antropologica a fondamento dell’agire umano, per la quale il fine ultimo che guida le dinamiche storiche sono l’ottimizzazione e l’accumulazione dei propri profitti. Questi hanno determinato un nuovo soggetto di Homo Oeconomicus volto al perseguimento del proprio interesse egoista, definito come ideale normativo in quanto unico obiettivo dell’uomo, la cui riduzione a mero agente economico, dibattuta nel Methodenstreit di germanica memoria, ha creato una distorsione della realtà sociale. Tale premessa porta a vedere lo scambio come qualcosa di naturale e spontaneo, da cui sorge il denaro come libero gioco degli interessi individuali  equivalente universale e simbolo introiettato della realizzazione individuale. La funzione artificiale nello scambio monetario moderno diviene sostitutiva di ciò che permette il legame intersoggettivo, ovvero il riconoscimento reciproco, il dono o la diffidenza (moventi non meno importanti della fame e del profitto): il denaro diviene vera potenza, unico potere e generale pervertimento della realtà, tanto da affermare, a ragion veduta, il suo carattere fondante più sulla distopia che sull’utopia.

 

di Elia Pupil 4^F