di Emanuele Campiello

Il film di Andrea Segre ci investe di interrogativi sugli equilibri europei, più fragili di quello che sembra

Il film “L’ordine delle cose”, lanciato il 31 agosto di quest’anno, è girato da Andrea Segre. Tratta il tema attualissimo e scomodo dell’immigrazione e lo fa in maniera problematica e razionale, una modalità che si addice ad un uomo di cultura quale il regista, un esperto di analisi etnografica della produzione video e di pratiche e teorie di comunicazione sociale.

La trama si basa sull’incarico di Corrado Rinaldi, interpretato dall’attore Paolo  Pierobon, un alto funzionario del Ministero degli Interni italiano, un maniaco dell’ordine spedito nel disordine libico, dove deve mediare fra la Repubblica Italiana e il sistema tribale della Libia. Qui vede di persona le condizioni dei migranti africani rinchiusi in strutture decrepite, tra cui quella dove incontrerà la somala Swada (Yusra Warsama) che lo pregherà di aiutarla a fuggire e di consegnare una microcard ad un suo parente immigrato a Roma. Ma come si comporterà Corrado? Preferirà rimanere nella sua normalità o lasciarsi trascinare dentro al mare delle problematiche e delle contraddizioni?

Per capire quale sarà la sua decisione dobbiamo entrare nella sua testa, un’operazione difficile, ma facilitata dalla grande quantità di particolari sparsi in tutto il film.

Partiamo dal carattere. Corrado ha un temperamento tranquillo, concretizzato nella pratica dello sport della precisione: la scherma. È un abitudinario incallito, la sua casa è un ambiente candido e moderno, in cui egli trova la pace del rifugio. Ama collezionare oggetti, come la sabbia delle spiagge, alla quale però, ad un certo punto, si rifiuta di aggiungere quella libica per il desiderio di dimenticare il suo difficile periodo in Nord Africa.

Egli opera in una realtà difficile, in un contesto verosimile, fondato sui rapporti tra Italia e miliziani libici, oggi pagati per trattenere i migranti.

Nel film, di ritmo lento, si nota un’alternanza fra ordine e disordine, scandita da scene in cui Corrado pratica la scherma con videogiochi e, alla fine, con il figlio. Inoltre l’ambientazione nel paesaggio monocolore nordafricano dà una sensazione di monotonia fastidiosa, che, unita alla quasi totale assenza di colonna sonora, rende  quasi irritanti le scene girate nel vicino continente.  Queste ultime, come osserva il personaggio Luigi Coiazzi (Giuseppe Battiston), collega del protagonista,  sono in netta contrapposizione con quelle girate in Italia, colorate ed animate da suoni e passanti nelle strade.

È proprio la differenza fra la nostra allegra società europea, rappresentata da Corrado, e quella problematica africana, rappresentata dai capi tribali che gestiscono i traffici di uomini, che ci costringe ad una riflessione su quanto l’equilibrio politico sia precario. Infatti attualmente l’Italia (e quindi anche noi) sta facendo accordi con le milizie libiche, ovvero uomini non del tutto onesti, che lucrano alle spalle dell’Europa e dei migranti. Questo è il momento adatto per chiedersi: “Cosa è giusto fare?”. Vogliamo preservare l’“ordine delle cose” in cui viviamo o vogliamo un cambiamento radicale?

Il lungometraggio obbliga a porsi queste domande, non è possibile uscire dalla sala e fare ritorno alla propria casa senza farlo.  Questa è una prova di come il regista sia stato abile nel tessere una trama piena di dubbi, difficile, che si pone fin da subito una serie di domande senza risposta, che io riassumo in una sola e rivolgo ad ognuno di voi: Sei disposto a cambiare l’ordine delle cose?