di Lorenzo Della Savia

I movimenti giovanili di protesta negli Stati Uniti stanno acquisendo sempre maggior popolarità grazie a due battaglie fondamentali: quella contro le armi e quella contro le molestie. Raccolgono il testimone lasciato a terra da un’amministrazione che non vede e non fa, e da una giustizia in cui non crede nessuno.


Lo spasmodico utilizzo delle armi da fuoco – che alimentano il mito della giustizia fai da te – ed il tema della violenza sulle donne sono problemi che attanagliano l’attualità mondiale, ed in special modo quella statunitense. Due problemi seri, che necessitano di una pronta risoluzione, ma di cui la Casa Bianca pare non occuparsi. E così il testimone passa in mano alle generazioni più giovani, che dagli States stanno lanciando grida di protesta e di denuncia contro un’amministrazione col paraocchi – attraverso manifestazioni come il “Me Too” o simili – che stanno facendo il giro del mondo.

PAESE ARMATO, GOVERNO CIECO. La diffusione e la libera messa in circolo delle armi da fuoco è un fenomeno che porta a concrete minacce per la pubblica sicurezza, che rischia di essere minata anche con attentati piuttosto gravi.

L’ultimo in ordine cronologico è quello verificatosi lo scorso febbraio a Parkland, in Florida, dove a rimetterci la vita sono stati 17 studenti dell’università locale, uccisi per mano di un ex allievo dell’ateneo – già espulso per una lite con il compagno di una ragazza con cui aveva avuto una relazione – di nome Nikolas Kruz. Uno a cui sono state messe in mano delle armi nonostante fosse stato descritto come un “ragazzo difficile”, nonostante postasse foto sui social definite “inquietanti” dagli investigatori, nelle quali definiva l’atto di sparare come “una terapia”. Il perfetto profilo, insomma, di una persona che non dovrebbe arrivare a detenere mezza arma nemmeno per sbaglio, e che invece era in possesso, secondo le autorità, di un fucile Ar-15, svariati caricatori e probabilmente altre armi. Dicono di lui: “Tutti scherzavamo sul suo conto, dicevamo che avrebbe potuto fare una cosa del genere, ed alla fine avevamo ragione”.

Pronto lo j’accuse verso la Casa Bianca da parte dei movimenti giovanili: “Quanti ragazzi debbono ancora morire così stupidamente prima di prendere provvedimenti seri?”.

L’unico provvedimento serio – si fa per dire – venuto in mente al presidente Trump è stato reso noto da lui stesso: “È venuta l’ora di armare gli insegnanti”. Poi il parziale dietrofront, visti anche i malumori interni al suo partito e quelli degli studenti dell’Università di Parkland, che hanno ironicamente replicato: “Ah sì, ma allora perché non diamo i fucili da guerra anche ai portieri di albergo, ai cassieri dei cinema, alle hostess degli aerei e così via…”.

 

IL “ME TOO” E L’EQUIVOCO DELLA GIUSTIZIA. Un altro fronte su cui i movimenti giovanili di protesta sono parecchio attivi riguarda quello degli abusi sulle donne, specie quelli esercitati dai potenti: vuoi fare carriera? Allora fa’ quel che ti dico io.

Il “Me Too” non è altro che una sorta di catena di sant’Antonio di denunce di donne molestate – in larga parte appartenenti al mondo dello spettacolo – che trovano il coraggio di denunciare e accusare i propri molestatori, perché spinte dall’appoggio ideale di tutte quelle che prima di loro hanno parlato e spinte inoltre dalla volontà di sostenere, sempre idealmente, quelle che parleranno domani. E mentre sui giornali, sulle televisioni e sui social infiammano i dibattiti sulla genuinità o meno di alcune denunce a scoppio ritardato, in pochi hanno provato a fare un’analisi più profonda del problema.

Lancia uno spunto Dacia Maraini dalle colonne del Corriere della Sera: “Una donna sola, quando denuncia un potente, rimane schiacciata. Lo sa bene chi ci ha provato e le cronache lo raccontano con chiarezza. Di fronte a una ragazza che denuncia un ricatto sessuale saltano fuori frotte di avvocati pagatissimi, molto bravi nel ribaltare i fatti. La colpa è di lei: è lei che l’ha sedotto, lei che l’ha fatto cadere dentro una trappola e ora lo denuncia per ottenere soldi. Per questo di solito le donne non denunciano”.

È qui che si crea un equivoco fondamentale. Una donna non denuncia perché l’opinione pubblica ha un’influenza maggiore rispetto ai mezzi che la legge mette a disposizione di tutti i cittadini per denunciare eventuali torti subiti? La giustizia finisce in secondo piano rispetto alla notorietà? Allora evidentemente qualche problema è celato proprio nel sistema giudiziario. La remissività nel denunciare le molestie è un doppio pericolo per la società: in primis chi è molestato è costretto a tenersi l’umiliazione e la costernazione per i fatti che ne segneranno inevitabilmente l’esistenza. Il secondo aspetto è che i molestatori – se nessuno denuncia – continuano a rimanere impuniti, con la possibilità di molestare altre donne e vivere comunque felici.

Ma dell’equivoco della giustizia ci rendiamo conto anche quando affrontiamo il discorso delle armi: la giustizia fai da te non è mai la soluzione, eppure in tanti vi ricorrono, o sono perlomeno tentati. Perché? Forse perché in pochi si sentono tutelati da un sistema che preferisce veder la gente sparacchiare in casa, in mezzo alla strada o davanti alle scuole, anziché assicurare ai cittadini una cupola che li protegga trasversalmente, a partire dagli uffici giudiziari fino alla vita di tutti i giorni.

Per qualcuno, è meglio la guerriglia.

Non per i giovani: i giovani urlano, e scalpitano per prendersi il futuro.