di Lorenzo Della Savia

Il nuovo disegno di legge Zanda-Filippin, che alimenta le schermaglie da campagna elettorale, sembra quanto mai irrealizzabile. Viene messo sul piano politico un problema che va risolto in altre modalità.

È uno dei temi che ha occupato per diversi giorni le prime pagine dei giornali nel corso di quest’ultimo mese, ed è – più in generale – un tema capace di rimanere sempre attuale. Quello della lotta alle fake news – diffuse in larga scala soprattutto sul web – ha ora fatto capolino anche in campagna elettorale ed in Parlamento, con gli esponenti dei vari partiti impegnati in strenue battaglie e nella formulazione di disegni di legge anche su questo fronte.

Il primo ad accendere la fiammella – poi divenuta un vasto incendio – è stato il leader del Partito Democratico, Matteo Renzi. In occasione della “Leopolda”, il segretario PD ha sostenuto che “il problema è l’idea che il web possa diventare territorio di conquista per i falsari, perché il web è il luogo dove passano molto tempo i nostri figli, e questa battaglia è per loro, non solo per la prossima campagna elettorale”. Non solo, si capisce. In particolare, Renzi si rifà alle inchieste divulgate dalle testate giornalistiche statunitensi del The New York Times e di BuzzFeed.

BuzzFeed ha pubblicato un’inchiesta che ha messo nel mirino un imprenditore italiano, a cui farebbero riferimento siti web di “retorica nazionalista, contenuti contro l’immigrazione e disinformazione in generale”. Il NYT ha invece accusato il Movimento 5 Stelle e la Lega di avere in comune alcuni sponsor, tra le altre cose, legati a siti creati con il – più o meno dichiarato – fine di diffondere notizie non corrispondenti al vero. Come quella secondo cui Maria Elena Boschi – Sottosegretaria alla Presidenza del Consiglio – avrebbe presenziato ai funerali di Salvatore Riina, poi rivelatasi falsa. Pronta la replica di entrambe le forze politiche chiamate in causa, attraverso i rispettivi frontmen: Beppe Grillo (M5S) ha smentito la notizia del quotidiano newyorkese attribuendo la responsabilità della diffusione delle notizie false ai singoli individui che le generano e che le fanno girare. Più colorita la replica di Matteo Salvini (Lega), che ha affidato a Twitter i suoi pensieri, accusando Renzi di essere lui la vera bufala.

Schermaglie politiche a parte, la necessità di arginare il pericolo delle fake news è forte ed alcuni provvedimenti in tal senso sono attualmente in discussione in Parlamento. I senatori PD Luigi Zanda e Rosanna Filippin hanno recentemente formulato una proposta di legge riguardante le “Norme generali in materia di Social Network e per il contrasto della diffusione su internet di contenuti illeciti e delle fake news”. Secondo il disegno di legge dei due senatori, i social network dovranno sviluppare “Sistemi, procedure ed organismi di autoregolamentazione e controllo dei contenuti veicolati dalle proprie piattaforme, capaci di contrastare la pubblicazione di contenuti illeciti e di diminuire sensibilmente l’entità e la diffusione dei danni provocati da tali crimini”. In soldoni: secondo quanto pensato dai senatori del PD, ai social sarà attribuita la facoltà di censurare notizie riportanti contenuti falsi o illeciti. La pena per chi non cancellerà contenuti di questo genere sarà un’ammenda che può andare dai 50mila ai 5 milioni di euro. Ma sul fatto che l’eventuale passaggio della legge Zanda-Filippin possa rappresentare un vero passo avanti nella lotta alle fake news vigono forti dubbi.

La prima cosa che pare spontaneo chiedersi è chi si occuperà della selezione e dell’eventuale eliminazione di parte delle notizie circolanti sul web. Delegare il controllo delle news direttamente alle piattaforme – notoriamente potenti su scala mondiale e regolate da numerosi interessi – esporrebbe gli utenti al rischio di ricevere notizie sottoposte ad una censura maggiore rispetto alla semplice estirpazione delle notizie false. Al rischio, cioè, di ricevere solo le notizie che fanno comodo a chi gestisce le varie piattaforme. Il pericolo-censura per le notizie scomode aumenterebbe esponenzialmente. Per evitare la diffusione di notizie false, insomma, si rischierebbe di censurare anche eventuali notizie vere.

La seconda cosa che ci si chiede è con quali elementi i censori dei social potranno decidere quali news siano false e quali siano vere, escluse quelle spudoratamente diffamatorie, fermo restando che chi si occupa di informazione può essere querelato o denunciato in caso di divulgazione di fake news riguardanti qualcuno o qualcosa. Quale sarà il ruolo delle leggi del codice penale che regolano situazioni di calunnia o diffamazione?

La sensazione è quella di trovarsi di fronte ad un film già visto. Non è la prima volta che – analizzando proposte informali o a veri e propri disegni di legge contro le fake news – ci si rende conto di come queste iniziative siano, se non pericolose, quantomeno irrealizzabili.

Quello delle notizie false non è un problema politico, benché come abbiamo visto abbia una certa influenza sul mondo politico. Di balle, nei secoli, se ne sono sempre raccontate e sempre se ne racconteranno. E a contribuire alla soppressione delle stesse deve essere la testa delle persone. Indifferentemente se giovani o più anziane: ciò che servirebbe davvero è una maggior educazione di ogni utente all’utilizzo del web e all’interazione con le notizie che vi circolano. Un occhio più distaccato, una maggiore attenzione alle fonti. Dominare le news e non farsi dominare dalle stesse. E provare a capire autonomamente quali possano essere fake e quali no.