di Marcello Rossi

 

Luciano Canfora, nel suo nuovo libro èdito da Laterza “La scopa di don Abbondio. Il moto violento della storia” presentato alla stampa lo scorso 21 settembre a Pordenonelegge, compie un’analisi dei movimenti politici a noi contemporanei. Ne esce un duro e sconfortato, esito.

 

Canfora parla di fascismo: non solo fascismo storico, bensì anche della sua capacità di riproporsi in forme aggiornate, diverse dalle formazioni esplicitamente neofasciste e perciò marginali. Un fascismo che dunque mobilita e coinvolge le masse, e ottiene consenso mescolando sciovinismo, vale a dire un patriottismo quasi fanatico, a uno Stato sociale.

Stato sociale che sceglie con molta attenzione gli interessi ai quali dare assistenza: si propone sia nel capitale finanziario, che essendo di per sé ‘senza patria’ non ha bisogno di disporre di personale politico, sia nel capitale medio/piccolo che invece di una rappresentanza politica nazionale ha bisogno e che perciò si orienta verso un certo tipo di formazioni politiche. Il tutto agevolato, secondo Canfora, dal baratro venutosi a creare fra ‘sinistra’ e ‘popolo’, dovuto soprattutto al netto peggioramento della condizione economica dei ceti più deboli che provocano un’ abdicazione (forzata) della sinistra, favorendo l’ascesa al governo dei neo movimenti fascisti pronti a lucrare sul disagio, vero, del ‘popolo’. Partita politica che in Italia, semplificando, è combattuta dall’’Ex sinistra’ (Pd), che si è presa il ruolo di accessorio dell’élite europeista, e la destra leghista che si pone come paladino del ‘popolo’ (il vecchio amico della sinistra).

Per fortuna, e per la felicità di chi negli ultimi tempi si sente classificare come fascista e si offende e sbraita, di differenze fra il fascismo storico e quello attuale ce ne sono ancora. Infatti ci si vergogna ancora di chi conquistò il potere a mano armata e che poi da regime seppe egemonizzare il popolo.

L’odierna paralisi italiana è quindi molto istruttiva: “è il segnale più chiaro della fine del ciclo della democrazia politica otto-novecentesca, e al tempo stesso prova che il moto dell’eterno fascismo -come lo definì Eco- non dà segni di esaurimento”.

Mi è stata concessa l’opportunità di parlare con Luciano Canfora, al quale ho chiesto se può essere corretta una valutazione secondo la quale al giorno d’oggi si cerchi di nascondere o camuffare in qualche modo il moto della storia. Questa la sua risposta:

“Non è un fenomeno soltanto attuale: ci sono forze che tendono a dire che lo stato attuale delle cose è l’approdo: abbiamo raggiunto il meglio, fermiamoci qui. Chi sta bene sta bene, chi non sta bene si arrangi. Però è una scelta velleitaria: chi lo suggerisce è in malafede. Semmai è vero il contrario, che cioè il movimento storico è perenne, ininterrotto, non potrà mai esserci la fine della storia se non per fattori che ci trascendono. Non è mai successo che ci fosse un punto d’arrivo. Molti filosofi hanno l’ambizione di indicarlo: sta proprio lì il punto debole dei loro sistemi”.