di Lorenzo Della Savia e Marcello Rossi

Il candidato sindaco del centrosinistra: “Siamo in una situazione delicata, occorre un amministratore esperto. I cittadini vogliono dialogo. I profughi vanno distribuiti sul territorio. Minibus elettrici in centro.”

Chi è Vincenzo Martines e cosa fa nella vita di tutti i giorni?

“Io sono Vincenzo Martines, faccio 54 anni il 28 aprile, quindi tra poco. Ho fatto il vicesindaco per dieci anni, dal 2003 al 2013 e negli ultimi cinque ho fatto il consigliere regionale, quindi faccio politica a tempo pieno da quindici anni. Sono laureato in Economia e Commercio, ho lavorato in diversi ambiti del settore privato prima di essere eletto e cominciare questa bella avventura da amministratore pubblico. Ho una figlia di 15 anni e adesso provo questa avventura sperando che tutto vada bene. Altrimenti tornerò a fare quello che facevo prima di cominciare a fare politica, e cioè l’impiegato in un’azienda che ha tenuto il posto per me”.

 

La sua storia politica è abbastanza lunga. Altri candidati, invece, si affacciano per la prima volta a questi ambienti e sostengono che, essendo nuovi, possano dare qualcosa in più rispetto a chi anima i corridoi politici da anni. Lei cosa risponde? Cosa ha da dare di più rispetto a loro?

“Io credo che questa sia una fase molto delicata. Noi usciamo da una grave crisi economica, la più grande dal Dopoguerra in qua. Abbiamo avuto delle novità, a Udine, che sono l’avvento della profuganza e di persone che vengono da fuori e che hanno avuto un impatto notevole nella città e nella percezione dei cittadini. Finalmente usciamo, comunque sai, sia da questa straordinarietà sia da questa crisi economica che abbiamo vissuto negli ultimi dieci anni e quindi si tratta di impostare un lavoro che possa guardare al futuro. Per fare questo io credo che ci voglia gente che sappia cosa vuol dire governare una città, che possa dimostrare un un po’ di affidabilità e che abbia capacità di parlare con la gente. Per quanto riguarda il primo aspetto, il mio curriculum dice che ho fatto l’amministratore per un tempo sufficiente per propormi come persona un minimo esperta per quanto riguarda l’affidabilità. Siamo riusciti a costruire una coalizione di centrosinistra, miracolosamente, perché in Italia non succede da nessuna parte (ride, ndr), ho quattro liste e 160 candidati di tutte le età. C’è anche un ragazzo che ha fatto 18 anni il 31 marzo. C’è una variegata gamma di cittadini che ritiene che io possa essere la persona giusta. Infine, i cittadini, in questa fase, per i problemi che ho citato, cercano persone con le quali si possa dialogare alla pari, più di prima, più del passato, e io questo penso di saperlo fare, soprattutto perché mi piace farlo”.

 

C’è, a suo avviso, un allarme sicurezza in città dovuto alla presenza di troppi extracomunitari? Se sì, cosa ha in programma di fare in merito a questo?

“Noi dobbiamo distinguere la questione dei profughi da quella della sicurezza perché non necessariamente si sovrappongono. I profughi nell’ultimo anno e mezzo sono stati presenti a Udine con numeri che se si fossero verificati in altre città non so come sarebbe andata a finire. Con l’amministrazione, con il volontariato e con l’associazionismo si è fatto fronte ad un’emergenza che da altre parti in Italia non c’è stata. Questa emergenza è finita, Udine non può che fare la sua parte. Secondo me deve essere dimezzato il numero di presenze di profughi in città perché ce n’è più del doppio del previsto ministerialmente, ma questo significa che anche gli altri comuni vicini devono fare il loro dovere e non approfittare della capacità organizzativa di Udine e lavarsi le mani non occupandosi di questo importante argomento. Quindi innanzitutto gestione dei profughi significa ridurre il numero delle presenze, trattandoli bene come sono stati trattati finora, purché seguano anche loro, giustamente, le regole. Sotto questo punto di vista penso anche che la Cavarzerani debba essere adibita ad altro uso e le persone che sono qui debbano essere distribuite sia sul territorio cittadino sia fuori dalla città. È chiaro che la presenza di tante persone provenienti da fuori ha creato un certo disagio e quindi anche in molti udinesi si è creata la paura rispetto a questa presenza. Il questore di Udine ci ha spiegato che in verità problemi non ce ne sono, ma certamente bisogna intervenire sui casi che vengono citati in città, in particolare di Borgo Stazione e quant’altro. Quindi, quando si parla di sicurezza, per quello che ci riguarda le ricette sono aumentare il numero di polizia municipale, perché adesso siamo sottostimati: da 66 unità dobbiamo arrivare ad un centinaio circa. Queste persone devono essere preparate per stare in strada, quindi vanno formate perché stiano nelle strade cittadine, a contatto con le persone. Vanno fatti, poi, più controlli negli appartamenti e presso gli esercizi cioè i bar della zona, in particolare dove magari si creano delle situazioni di gente che si ubriaca o fa baruffa. E poi, siccome con uno Stato di polizia non si risolve il problema della convivenza e non si riesce a rendere tranquilla una zona solo con la presenza della polizia, c’è da fare un grande lavoro in collaborazione con i residenti e con chi lavora in determinate zone. E ci sono tante persone oneste, anche straniere. Occorre però creare un presidio che tranquillizzi l’area. In passato ci sono state iniziative come la Festa delle Magnolie, che era una grande occasione in cui la polizia, i cittadini, i residenti e il Comune lavoravano insieme per dare un’immagine positiva del quartiere allontanando anche quelli che delinquono, rispetto ai quali ovviamente bisogna reagire, com’è giusto che sia, mandandoli via o allontanandoli dalla zona”.

 

Non pensa sarebbe più facile mantenere il controllo della situazione tenendo tutti i migranti in un unico centro come la Cavarzerani, anziché distribuendoli?

“Sono assolutamente contrario. Questo ce lo dice anche il Ministero, che raccomanda di non aggregare tante persone in uno stesso posto. Innanzitutto perché si creano delle tensioni che poi vanno gestite, e poi perché se dobbiamo parlare di integrazione con le persone che hanno intenzione effettivamente di fermarsi qui, per conoscere meglio come viviamo e come ci muoviamo è bene che siano distribuite sul territorio. Sono seguite dalle associazioni con regole precise e queste regole sono fatte dal prefetto, dal questore e dal comune, quindi c’è un tavolo in cui tutti si incontrano per stabilire orari e modalità in cui queste persone devono muoversi, per stabilire cosa devono imparare e come si devono muovere; quindi sono distribuite in città, ma imparano a comportarsi e anche a convivere in città. La Cavarzerani non può essere un posto in cui stanno centinaia di persone ammassate con regole da caserma. Essa deve servire a dare loro tutte le condizioni quando arrivano, nell’immediato, ma poi devono essere distribuite sul territorio”.

 

Uno dei motivi per cui è stato criticato l’ex sindaco Honsell è stata la mancanza di dialogo con i cittadini udinesi. C’è oggettivamente un problema di questo tipo? Si può ovviare a ciò?

“Ognuno ha la sua storia, il suo stile, e ognuno si muove anche a seconda della propria esperienza. Devo dire che negli ultimi anni, probabilmente, la crisi e il fatto che diversi udinesi si siano trovati in condizione di difficoltà dovevano essere tenuti in maggior considerazione da parte dell’amministrazione precedente. Si sono un po’ distratti. È facile dirlo ora, poi bisogna trovarsi lì, bisogna capire che non è una situazione semplice. Adesso possiamo dire che i cittadini chiedevano una presenza maggiore, secondo me. Io mi sono reso conto che gli udinesi nel tempo hanno sempre chiesto al sindaco di essere una persona onesta, preparata e di saper portare alto il prestigio della nostra città, e in questo momento, come ho detto all’inizio, chiedono una capacità di dialogo molto forte.  In effetti, evidentemente, nell’ultimo periodo questa è stata carente e questo ha allontanato il consenso di cittadini, o almeno parte di esso, nei confronti dell’amministrazione precedente. Che pure ha fatto delle cose buone, ma la tensione rispetto ai problemi grossi che vedeva la città non è stata vissuta in condivisione con l’amministrazione”.

 

In questa campagna elettorale c’è chi vuole proporre dei referendum, anche senza quorum, magari a costi ridotti per l’amministrazione.

“Questo è uno dei primi temi che noi abbiamo messo nel nostro programma, che è su www.vincenzomartines.com. Lo slogan è “Governare con i cittadini”. Noi siamo per la partecipazione vera, siamo per la riabilitazione di un ruolo fattivo dei quartieri e quindi del rafforzamento delle circoscrizioni, cioè di quei posti fisici dove ci sono persone preparate del Comune, che oltre a dare servizi ai cittadini anche animano il territorio chiedendo agli stessi cittadini se hanno progetti e idee da portare in consiglio comunale. Questa per noi è la prima questione. Non è una cosa facile da mettere in piedi, quindi è molto di più che un referendum o un bilancio partecipativo: è la ricerca di un dialogo costante e paritario che significherà anche formarsi reciprocamente perché i cittadini che propongono progetti dovranno anche sapere che ci sono regole, regolamenti, leggi,  burocrazia. Dobbiamo essere capaci di instaurare un dialogo concreto, vicendevole”.

 

Nel quarto punto del suo programma, che si intitola “Rigenerazione urbana”, scrive che lei vorrebbe realizzare una definitiva pedonalizzazione del centro, ridando funzione alle piazze ed alle vie storiche come via Mercatovecchio. Però in merito a questo non si è entrati nello specifico della questione trasporti pubblici: in tutto il suo programma si legge solo, all’ottavo punto, che lei vorrebbe facilitare il trasporto con i mezzi pubblici. Analizzando quello che si vuole fare nel centro, però, si creerebbero dei problemi.

“No, perché? La pedonalizzazione non è mai un problema se organizzata come si deve. Io penso che via Mercatovecchio debba essere pedonale, penso che ci debba essere un bus navetta elettrico che salvaguardi lo spostamento da nord a sud. Nel frattempo che noi scrivevamo il programma è successo che finalmente si è sbloccato il contratto del trasporto pubblico locale che fa capo alla Regione, e finalmente Udine ha la possibilità di discutere al tavolo della Regione le nuove tratte e i nuovi percorsi degli autobus. I percorsi udinesi sono vecchi di quarant’anni e intanto sono cambiate completamente le cose. C’è l’università, ci sono dei poli che non sono raggiunti bene dagli autobus, quindi si tratta di sederci attorno al tavolo tutti quanti, associazioni, professionisti, categorie, per proporre alla regione un nuovo bando che faciliti la percorribilità a Udine. C’è una ricetta precisa: bisogna mettersi al tavolo e definire quali sono le priorità che Udine chiede alla Regione per far funzionare meglio la mobilità complessiva. Dopodiché, quando sapremo come si muoveranno gli autobus, sapremo anche come finire il percorso ciclabile nuovo che vogliamo fare dalle periferie verso il centro per facilitare gli spostamenti casa-lavoro anche in bicicletta. Quindi si tratta di creare una mobilità completamente alternativa rispetto al passato. Al centro di questa mobilità alternativa c’è un centro storico, che è il cuore di Udine, pedonalizzato”.

 

E per quanto riguarda le tariffe? C’è qualcosa da ritoccare o vanno lasciate così?

“Le tariffe non le può decidere il Comune, ma certamente esso può agevolare determinate categorie di persone dimodoché possano pagare poco o niente, come gli studenti, gli anziani, persone con disabilità, o gli accompagnatori dei disabili. Queste sono tutte questioni che dobbiamo affrontare ragionando complessivamente sul nuovo piano del trasporto pubblico”.

 

Da azionisti della SAF, comunque.

“Certo, dicendo la nostra anche sull’importanza sociale del trasporto”.

 

Tornando sulla pedonalizzazione, non pensa troverebbe dei problemi con i commercianti?

“I commercianti ci sono da sempre, il problema è coinvolgerli per far diventare il centro storico un centro commerciale naturale. Si basa su due principi: il primo è la residenzialità. Noi abbiamo bisogno di portare la gente a vivere in centro, e io penso che avendo una popolazione giovane, legata in particolar modo alla presenza degli universitari, possiamo mettere in piedi progetti come da altre parti d’Italia o d’Europa dove certe vie vuote, come via Grazzano, potrebbero essere riempite di giovani, giovani coppie e gente che possa tornare a vivere in un posto bellissimo come il centro storico. Significa mettere a disposizione dei proprietari dei muri, altri protagonisti di questa vicenda dei fondo per mettere a posto gli appartamenti in maniera agevolata, in cambio dei quali essi dovranno dimezzare il costo degli affitti per dieci anni. Quindi per dieci anni si rende possibile a persone che hanno meno capacità ma che iniziano un nuovo percorso, come le giovani coppie, di vivere il centro storico. Sono cose che si possono fare insieme all’università e agli immobiliari ma dobbiamo cambiare un po’ la mentalità agli udinesi, perché il centro commerciale naturale si costruisce con la residenzialità, e poi con una collaborazione con i commercianti e i proprietari dei muri sui quali si svolgono le attività, sperando siano meno speculativi e più attenti alle vicende della città. In questo modo insieme al turismo della cultura noi possiamo rendere appetibile il centro storico anche a nuovi investitori. Ci sono delle idee: il centro commerciale naturale è un’idea che ho avuto io quando facevo l’assessore al commercio a Udine. Gli udinesi e i commercianti udinesi devono imparare a lavorare insieme e questa è un po’ una carenza. Io sono sicuro che nessuno degli udinesi vuole che le macchine corrano e parcheggino in via Mercatovecchio. Quando si parla di pedonalizzazione significa che comunque passa l’autobus. E poi le attività commerciali vanno salvaguardate con orari fissi in cui effettuare il carico/scarico”.

 

Interviene la prof. Clocchiatti. Da Udine sono sparite le botteghe, si sono trasferiti tutti nei centri commerciali.

“E di chi è la colpa? Dell’amministrazione? Non è Udine che ha deciso i centri commerciali e quant’altro. Ci dimentichiamo di Martignacco? Quella pianificazione l’ha fatta la regione. Io non voglio entrare nel merito, però chiaramente dal punto di vista strategico è stato fatto un errore. La nostra città non è una città emporiale, Udine si è sviluppata negli anni su un profilo fatto di cultura, di turismo di conoscenza, perché l’università recita un ruolo fortissimo, ed anche di nuove imprese, di start-up notevoli, decine e decine ogni anno. Quindi il commercio è solo una parte. Cultura, commercio e turismo sono un nuovo strumento che dobbiamo utilizzare soprattutto in favore del centro storico. Questo discorso riguarda anche la capacità imprenditoriale di richiamare il turismo in città, che sta crescendo e noi dobbiamo essere bravi a trattenerlo, perché se non gli diamo dei servizi è chiaro che non resta. Per quanto riguarda il commercio dobbiamo essere bravi a diversificare un po’ meglio quello che abbiamo in città perché se in città troviamo quello che c’è al centro commerciale, forse è un po’ un problema. Dobbiamo arrivare a creare una rete museale, perché è molto importante e costa molto al Comune dal punto di vista dell’impegno, ma non è collegata, per cui immagino che si possa fare ai turisti che vengono qua un percorso che vada dal Castello fino in piazza Garibaldi passando per il Museo Diocesano o Casa Cavazzini, mettendo loro a disposizione percorsi affinché si sentano a loro agio in centro storico. C’è molto da fare, però dobbiamo creare spazi accoglienti anche attraverso la pedonalizzazione”.

 

Spostando l’attenzione sulla situazione periferie, sembra che la gente percepisca un certo degrado. È d’accordo? Si può fare qualcosa?

“Io non sono d’accordo su questa cosa della città degradata. So che ci sono problemi di percezione, so che ci sono dei quartieri come borgo stazione nei quali effettivamente si deve intervenire, però dire che nei quartieri della città si vive male mi sembra francamente esagerato. Sicuramente vanno migliorati i servizi come la viabilità, la ciclabilità e gli autobus, è evidente, la cosa importante è che nei quartieri ci siano servizi più vicini alla gente, e quindi come dicevo prima vorrei che si rafforzassero le ex circoscrizioni, che sono uffici fisici del comune nei quali si danno servizi di qualità ai cittadini. Per esempio, una forte richiesta che abbiamo è quella di avere assistenti sociali in pianta stabile in ogni circoscrizione. Io sono per portare nei quartieri persone formate e di qualità”.

 

Parlando di edilizia scolastica, conoscerà il problema di scuole come la nostra o altre qui in città costrette a mettere il numero chiuso alle iscrizioni oppure di altre scuole che sono piene di succursali. Il comune potrebbe fare qualcosa?

“Costruire nuove scuole la vedo difficile. Dobbiamo lavorare sugli spazi vuoti a disposizione, questo si può fare. Intanto continuiamo a lavorare sulla sicurezza degli edifici”.

 

E tornando in centro, nello specifico via Mercatovecchio, si era parlato di pietra piasentina, e c’era una diatriba in corso. Qual è la sua posizione?

“La mia posizione è che purtroppo l’amministrazione precedente non ha risolto il tema. Secondo me avrebbe dovuto chiudere la strada due-tre anni fa, all’inizio, ma col passare del tempo si è aperto un dibattito per cui sembra che la pietra piasentina sia il vero problema del centro storico. Il vero tema è pedonalizzare o no via Mercatovecchio, o parlando più in grande il centro storico. Io sono per andare avanti nelle cose, mai fermarsi, purtroppo devo dire che a differenza del passato alcuni commercianti hanno scelto la via del tribunale, ovvero hanno fatto ricorsi, e questo secondo me fa male a tutti, perché si allungano i tempi, non ci sono soluzioni e continuiamo a parlare della pietra piasentina”.

 

Però comunque non sono discorsi che possono prescindere. Se non si pedonalizza, non si può mettere la pietra piasentina.

“In questo momento la pietra piasentina è proposta e anche approvata dalla soprintendenza dei beni culturali, quindi dipende tutto dal tribunale: se ci darà ragione, si farà così. Non possiamo fare un dibattito sul materiale, e non sulla sostanza. La pietra deve essere un argomento marginale, non l’argomento centrale”.

 

Ma secondo lei piace ai cittadini? È stata giudicata da qualcuno anche una scelta antistorica.

“Io non sono un architetto, ci facciamo tutti prendere dai dibattiti però bisogna stare molto attenti: dire che la città è insicura, che si vive male, che è degradata, che il problema è la pietra piasentina ci fa perdere di vista qual è la vera natura di questa città. Con i suoi problemi, certo, ma non può essere considerata una città dove si vive male a prescindere. Io sono per non fermarsi mai, perché fermarsi vuole dire non risolvere i problemi”.

 

Ma gli autobus rimarranno comunque gli stessi? Non pensa che, pietra piasentina o porfido, il vero problema di via Mercatovecchio sia il traffico?

“Prima di tutto è previsto di passare a degli autobus più piccoli ed elettrici. Io penso che via Mercatovecchio dovrebbe diventare una via senza gerarchie, ovvero dove pedoni, bici e bus, arrivati lì, vadano tutti alla stessa velocità, senza nessuna segnalazione verticale. Una specie di grande piazza in cui l’autobus, il pedone o la bicicletta sono trattati paritariamente. Naturalmente non è semplice, però questo potrebbe essere un bell’esperimento, non presente in Friuli, per dire che a Udine si cerca di utilizzare gli spazi fisici in maniera alternativa rispetto al passato. È chiaro che non potrà passare l’autobus lungo 6 metri”.

 

Ma, una curiosità, nella scelta della pietra c’è stata una consultazione anche con i cittadini? Non pretendendo che siano tecnici, ma la scorsa giunta era stata criticata appunto per questa mancanza di dialogo.

“Sono completamente d’accordo. Come è successo per piazza Garibaldi, o le telecamere della ZTL. Non è che non si debbano fare, ma devi creare le condizioni per cui la gente sia preparata, condivida, capisca”.

 

ZTL che, tra l’altro, è segnalata malissimo.

“Sì, questo è un altro dei temi per far migliorare il centro”.

 

Interviene la prof. Clocchiatti. Ma per rivalutare anche vie come via Aquileia e via Gemona, che ora come ora sono un po’ tagliate fuori dal punto di vista commerciale, cosa si dovrebbe fare?

“Le faccio un esempio positivo, perché giustamente voi guardate i vuoti e pensate che non si possa trovare soluzione. Pensate a Largo del Pecile: una volta che abbiamo pedonalizzato il “triangolino”, quello è diventato un posto vivacissimo. Attorno alla pedonalizzazione si è creato un incontro positivo: questo è il modello che può essere importato nelle altre zone della città. Dove ci sono spazi vuoti, come via Vittorio Veneto, bisogna prendere i proprietari dei locali e ragionare insieme a loro per richiamare in quelle zone determinate attività. Certamente il tema degli spazi vuoti sarà uno dei temi principali dei prossimi 5 anni”.