di Giulia Di Giusto 5^B

28 luglio 1914. L’impero austro-ungarico dichiara guerra alla Serbia. Una volta aperte le ostilità, i vari trattati di alleanza stipulati negli anni precedenti scattano e, in un inarrestabile effetto domino, una dopo l’altra le cancellerie d’Europa intraprendono la via della guerra.

Per chiamare alle armi nel minor tempo possibile il maggior numero di volontari si fa ricorso a nuove forme di propaganda, dal tono diretto e persuasivo. “La patria ha bisogno di te” è il messaggio lanciato dal manifesto di lord Kitchener con il dito puntato. Si tratta di un conflitto che vede il coinvolgimento diretto della società civile, di tutti coloro che non sono in prima linea sui fronti militari. Un quesito su cui molti storici soffermano la propria analisi è: come l’opinione pubblica viene coinvolta? Che impatto ha la Grande Guerra nella mentalità europea? Davanti ad un popolo sempre più preoccupato di fronte ai milioni di soldati inviati in guerra e di morti, si passa attraverso un vero e proprio processo di “banalizzazione della guerra”, afferma lo storico ebreo George L. Mosse, che vede la neutralizzazione degli eventi più terribili e catastrofici, essi vengono“normalizzati”, resi ordinari e spogliati della propria solennità. Si ha la sdrammatizzazione di quanto esiste di più tragico. La guerra diviene qualcosa di familiare, ovvio e scontato. Grazie al controllo dei mezzi di comunicazione, l’opinione pubblica viene messa a contatto con un’immagine della guerra indirizzata in un senso patriottico e nazionalistico che, purtroppo, non ha nulla a che vedere con la realtà dei fatti. Lo storico Christian Delporte in “La prima guerra mondiale” rivela come le narrazioni rassicuranti sulla vita dei soldati al fronte che si leggono sui giornali italiani, non corrispondano nemmeno lontanamente a quella che è la reale esperienza di guerra. Le stampe, in linea con i governi belligeranti, hanno lo scopo di dare una visione positiva e ottimistica della guerra. Per riuscire in questo obiettivo si elevano conquiste di pochi metri di terra a grandi vittorie, conquiste pagate con il sangue di innumerevoli soldati. Si minimizzano quelle che sono delle vere e proprie carneficine e anche il disastro di Caporetto, la più bruciante sconfitta dell’esercito italiano, verrà banalizzata. Le voci che si staccano dal coro, come quella de l’“Avanti!”vengono messe a tacere, allo stesso modo in cui sono taciute o comunque rese vaghe, le notizie riguardanti eventi come i moti di Torino dell’agosto 1917 o la Rivoluzione Russa. Sempre lo storico L. Mosse, si sofferma ad analizzare i soggetti delle cartoline, unico punto di contatto che esiste con il fronte e ci porta a comprendere come queste diventino il simbolo della banalizzazione della guerra. Con i loro colori, le loro decorazioni, queste cartoline ci mostrano una guerra tranquilla e serena, con rappresentazioni di donne, di battaglie, in cui i morti non figurano, e se appaiono, la loro fine appare pacifica ed eroica. I feriti sono sempre accuratamente bendati e fra le braccia di infermiere premurose, la natura verde e rigogliosa fa sempre da sfondo effondendo un clima di speranza. Sono purtroppo immagini che portano il peso di una terribile bugia. Lo testimoniano diverse lettere scritte da soldati sul fronte verso i propri familiari, lettere che sono state a loro tempo censurate dal controllo sulle comunicazioni. Quello che emerge chiaramente non è certo uno spirito patriottico e una volontà di combattere per la propria patria, ma piuttosto, un generale senso di odio e risentimento. Appaiano terribili le condizioni di vita di questi soldati, trattati “peggio che i cani”, malnutriti e in condizioni igieniche disastrose: se non si muore in battaglia, ciò accade per effetto del colera o di altre malattie diffuse. È su questo aspetto che si concentra lo storico americano Paul Fussell. Volendo ricostruire quella che è stata la vera vita nelle trincee, apre nuovi punti di vista sulla guerra, mettendone in luce l’aspetto antropologico e sociale. I soldati vivono a contatto con i ratti e immersi nel lezzo dei cadaveri lasciati ad imputridire. Inoltre questa situazione di stasi, la tensione causata dallo stare immobili quasi ad aspettare di essere fatti a pezzi durante i bombardamenti, unita alla consapevolezza che queste situazioni hanno dei livelli inediti di violenza e sono una creazione dall’uomo stesso, saranno anche la causa di collassi e crisi nevrotiche. Su questa una strada poco battuta, quella della psicoanalisi si orienta lo storico Eric Leed.

Si forma così un evidente abisso fra quello che la propaganda vuole rappresentare e quello che questa guerra è stata realmente: una vera e propria distruzione del patrimonio comune dell’umanità, un momento in cui riemerge l’uomo preistorico, come afferma Sigmund Freud. Un momento di pura impersonalità, in cui ogni secondo vissuto potrebbe essere l’ultimo e che ha visto milioni di essere umani condotti ad un macello, ad una morte certa. Un vero massacro in nome degli interessi delle classi dominanti, disumano, denunciato da Erich Maria Remarque nel celebre romanzo “Niente di nuovo sul fronte occidentale”. Questo narra le vicende di Paul Baümer, persuaso dagli insegnanti della sua scuola con gli ideali di nazione, orgoglio e difesa della propria patria. Egli morirà alla fine della guerra, verrà ritrovato con la faccia sul terreno e un’espressione serena. E il rapporto del comando tedesco riportava, appunto,  “niente di nuovo sul fronte occidentale.”

Una canzone tradizionale di guerra intona così: “Traditori signori ufficiali, che la guerra l’avete voluta. Scannatori di carne venduta e rovina della gioventù”.