di Margherita Stagni

Un incontro che apre gli occhi su una visione realista e pragmatica a proposito del mondo dell’informazione

Il giorno 5 dicembre la redazione dell’Intrepido ha ospitato il giornalista Nico Grilloni per un’intervista che ha spaziato sul tema della libertà d’informazione. Grilloni, a cui questo argomento sta molto a cuore, ci ha raccontato la sua visione sull’editoria e il giornalismo nelle sue diverse forme, attraverso le sue esperienze dirette.

 

Ultimamente sentiamo sempre più spesso che le notizie vengono pilotate dai detentori del potere, che minacciano la libertà di fare informazione. Potrebbe essere questo secondo lei il più grande problema per la libertà d’informazione?

Gli organi d’informazione sono molto costosi, sia che si tratti di organi d’informazione radiofonici, televisivi o su carta stampata. Costano, e purtroppo noi non abbiamo l’informazione libera proprio perché i costi dell’informazione sono così alti. Se io gestisco un giornale, devo essere sicuro, se volessi fare veramente della stampa libera, di potermi assicurare la sopravvivenza del mio giornale attraverso le vendite. Ora, le vendite coprono sempre una parte minima dei costi, quindi queste vanno integrate  con gli inserti pubblicitari, ma spesso neanche questi bastano a compensare tutte le spese. Gioco forza è che ci sia il finanziamento pubblico, ma nel momento stesso in cui esso entra in funzione si perde la libertà d’informazione, in quanto entra la politica in campo. Pensate a tutti i casi che si sono verificati dal dopoguerra a oggi: tutti i giornali che seguivano il filone della politica di maggioranza vivevano bene, gli altri, quelli d’opposizione, spesso languivano e morivano, come è successo al giornale storico L’Unità, perché anche chi fa pubblicità si sente più salvaguardato con i giornali di maggioranza. I giornali d’opposizione quindi non hanno abbastanza finanziamenti per uscire con grandi tirature, perciò la loro diffusione, e di conseguenza il loro convincimento, diminuiscono progressivamente. Gli unici che vendono sono coloro che godono di un supporto reciproco con il potere, oppure quelli che sanno cosa piace alla gente. Basta vedere cosa riesce a fare Feltri, direttore di Libero, che è un esperto nel capire cosa vuole la massa e a basare su di essa le notizie, riuscendo a portare le vendite da poche migliaia di copie a diverse decine di migliaia.

 

Com’è stata la sue esperienza con RDF, l’emittente radiofonica da lei fondata?

Pensate che quando le frequenze radiofoniche sono state liberalizzate, e io sono stato uno dei primi a partire con una di queste, si parlava inizialmente appunto di emittenti libere, ma a distanza di qualche anno l’aggettivo era cambiato, venivano chiamate emittenti private. Alla fine si capì che non cambiavano da quelle precedenti, perché invece di essere gestite dallo Stato venivano foraggiate da gruppi industriali e imprenditoriali. E nel momento in cui la radio non dice più quello che i padroni pensano, questa viene chiusa. È quello che è successo a me con RDF non appena ho attaccato il potere costituito, non solo limitato al sindaco di Udine, ma anche ai politici della Regione. Bisognava far chiudere la voce scomoda, e questo si fa cercando di trovare la fonte di sostentamento dell’emittente. Io per un lungo periodo ho bluffato, affermando che la mia radio venisse finanziata da un gruppo di industriali veneti, però era facile capire che la mia emittente sopravviveva solo grazie alla pubblicità. E allora hanno spaventato quelli che facevano pubblicità con noi, usando un sistema che non ho paura di definire mafioso. Quando una di queste persone chiedeva un finanziamento pubblico per la propria azienda, veniva ricattato perché si vedeva “troppa pubblicità sua su un’emittente locale”, e ovviamente si trattava della mia, di RDF. Ed ecco quindi che l’industriale non rinunciava al finanziamento, ma smetteva di comprare gli spot pubblicitari. Ci furono anche dei casi di imprenditori che tentavano di rinnovare il contratto, chiedendoci però di non mandare in onda il loro spot, ma io non glielo permisi, per cui diminuendo di giorno in giorno gli introiti alla fine abbiamo dovuto chiudere. Allora capite bene che non può esserci un’informazione libera, se quello che vi ho raccontato è l’essenza di quello che succede ovunque con i mezzi d’informazione. Si può solo essere liberi di ripetere la versione che fa comodo al potere costituito. E allora come si fa ad avere un’informazione veramente libera? Io sono arrivato alla conclusione che bisognerebbe comprare almeno quattro giornali diversi, possibilmente di tendenze politiche differenti, e leggere gli articoli sugli stessi argomenti, e trarre infine, in funzione della nostra preparazione culturale, le proprie conclusioni. Ed è per questo che la cultura è così importante, perché senza di essa non ci può essere un pensiero critico, e quindi si crederebbe a tutto ciò che ci viene detto.

Vorrei aprire una parentesi sul linguaggio del politico, perché questi quando parla non si rivolge agli intellettuali, prima di tutto perché sono in numero ristretto, che dà poco suffragio, e in secondo luogo l’intellettuale è pronto a criticare il potere e ne ha la capacità culturale. Quindi il politico si rivolge alla massa, per cui la massa, che viene mantenuta ignorante con un disegno ben congegnato, non può muovere critiche. E questo si è verificato pochi giorni fa, dopo la critica mossa dal procuratore Spataro nei confronti della politica di Salvini. Il ministro dell’interno ha risposto: “Si faccia eleggere prima di iniziare a parlare.” Ed è palese che questa frase non è rivolta agli intellettuali, ma è rivolta al cosiddetto “popolino”, a cui piace questo tipo di interventi sfrontati. E Salvini, il quale ripete spesso che ha la maggioranza del Paese dalla sua parte, sa benissimo che chi l’ha votato non ha la preparazione per rendersi conto che non è vero, perché lui ha il 31%, la maggioranza sta in quelli che non l’hanno votato.

 

Appare chiaro che la sua voce può risultare pericolosa per molti. Ha mai ricevuto messaggi minatori a causa delle sue opinioni scomode?

Ho ricevuto minacce di morte, sia dai Brigatisti che da una setta. I membri di quest’ultima avevano inviato una lettera all’ANSA, dove dicevano che avrebbero ucciso me e due miei collaboratori. Le BR invece mi minacciarono molto più seriamente, tanto che il questore mi ha detto di comprarmi una pistola più seria di quella che già possedevo ma non mi sono mai preoccupato più di tanto. Inoltre, ero convinto di sapermi difendere, quindi non avevo troppa paura. Avevo capito che i Brigatisti sbagliavano a uccidere chi non gli andava a genio, perché all’italiano non piace vedere le persone assassinate, e l’ho a tutti i membri delle BR con cui ho parlato. Ad esempio, Oreste Scalzone, che era il teorico delle Brigate Rosse a nel tempo, mi chiese mentre gli parlavo che cosa avessero sbagliato. Io gli risposi che avevano sbagliato quando avevano alzato il tiro, iniziando a uccidere gli oppositori, perché prima gambizzavano e basta. Le BR fino a quel momento avevano grande popolarità, perché se sparavano a un politico che era ritenuto un corrotto dalla società la gente era felice, ma queste stesse persone non erano preparate a vedere sparatorie e assassini per strada. Oreste Scalzone mi diede una spiegazione di questo fenomeno: mi disse che quando avevano iniziato erano in pochi, e avevano più controllo su chi entrava a far parte della loro organizzazione. Ma quando il movimento si ritrovò notevolmente ingrandito, questo controllo capillare venne a mancare, e da qui si spiega la presenza di elementi molto violenti, come Cesare Battisti, l’omicida del maresciallo Santoro vicino al carcere di via Spalato.

 

Per concludere: qual è la sua definizione di libertà d’informazione?

Bisogna distinguere fra la libertà del giornalista e quella di informazione, perché sono due cose ben diverse. Uno dei giornalisti storici più famosi, uno dei migliori d’Italia, Indro Montanelli, una volta disse: “Io mi sono sempre sentito libero. E per me essere libero vuol dire scegliersi un editore che la pensa come te.” Sembra un po’ poco però, perché nel momento in cui io smetto di suonare la campana del mio editore, questo mi taglia i fondi. Il giornalista è quindi libero di scrivere quello che vuole, ma se al suo editore non sta bene questo non verrà pubblicato, ed è per questo che Montanelli se n’è andato dal Giornale nel momento in cui Berlusconi è sceso in politica.

Cosa ci vorrebbe per una stampa libera? Un ente super partes finanziato da una banca internazionale, ad esempio, che rendesse i giornalisti liberi di dire quello che vogliono. Ma questo non esiste e non esisterà mai.