di Sara Candussio

Quante volte ci sarà mai capitato di sentire che la storia è stata scritta dai vincitori?

La prima metà del 1900 è stata certamente segnata da un solo linguaggio: la violenza.

Le due guerre sono esempio di una degradazione dell’umanità collettiva, che prescinde le specifiche nazionalità, la cui rappresentazione forse più famosa furono i campi di concentramento.

Cosa forse poco nota è l’origine moderna dei campi di concentramento, che non deve essere fatta risalire alla Germania nazista, né al regime comunista, ma alla guerra di secessione americana. Tra il 1861 e il 1865 le perdite dovute a questi (di cui furono colpevoli entrambi gli schieramenti) furono 56.000 sul totale dei circa 700.000 caduti.

A seguito di questo conflitto si trova l’Inghilterra, che durante la guerra anglo-boera (1899-1902) in Sudafrica schiacciò la resistenza boera. Questi erano contadini discendenti dai primi olandesi che si erano insiedati a partire dal XVII secolo nell’area del Capo di Buona Speranza, per poi diffondersi nel continente arrivando ad istituire, nell’Ottocento, due repubbliche autonome.

Spinta da mire espansionistiche ed economiche, l’Inghilterra insisté nel provare a piegare i frequenti episodi di guerriglia boera, falciati dal generale britannico Kitchener, che trasformò campi in origine destinati a donne, bambine e pacifisti boeri, allestiti per la tutela degli innocenti nella forma più comune dell’immaginario di oggi.

Oltre ai 28.000 innocenti morti solo nel 1901, donne e bambini, si stima un totale di più di 45.000 bambini sterminati in questi campi.

La violenza con cui si apre il XX secolo non ha delle specifiche somatiche, né una lingua particolare, né una componente genetica che elevi una “razza” alla più degradata nella storia dell’umanità.

Gli stessi lager nazisti furono ispirati dalla modalità di sterminio degli oppositori politici della Russia di Lenin.

A sottolineare questo particolare pensa lo studioso polacco A. Kaminski, che nel suo libro del 1997 così scrive:

“Verso la fine del 1920 c’erano nella Russia sovietica 84 campi di concentramento, nei quali erano recluse circa cinquantamila persone; nell’ottobre del 1923 c’erano 355 campi con quasi settantamila persone” (A. Kaminski – I campi di concentramento dal 1896 ad oggi. Storia, funzioni, tipologia, Bollati Boringhieri, pagg. 350, lire 70.000).

Le finalità e le motivazioni furono distanti, ma le conseguenze le stesse. Il lavoro forzato russo, destinato sotto Lenin soprattutto a nemici politici, prendeva le sembianze di una persecuzione causata da tremendi sforzi fisici, malnutrizione e assistenza sanitaria nulla. Le esecuzioni sotto Lenin erano rapide, con un colpo di rivoltella, se proprio necessario.

L’olocausto nazista, come ampiamente raccontato da Primo Levi, aveva una finalità razziale completamente irrazionale.

Se inizialmente le leggi di Norimberga del 1935 avevano come obiettivo l’esilio “volontario” degli ebrei dalla Germania ariana e finalmente libera da tutte quelle minoranze che ne “macchiavano” l’integrità biologica e morale, successivamente la strage ebrea arrivò a segnare la cifra di 6 milioni di morti, a cui è necessario aggiungere altre categorie sociali internate nei campi.

Il numero complessivo delle vittime dei lager nazisti si stima attorno a 11 milioni di persone.

In nome di una teoria razziale sostenuta dagli scienziati del tempo, l’ideologia nazista esplicitò con violenza e sicuramente volgaritá l’idea di un “oltreuomo” che di “oltre” aveva ben poco.

Accanto al totalitarismo di Hitler si erge però un’altra figura che può essere ritenuta l’altro lato della medaglia della guerra, ovvero Stalin.

A renderli simili non ci fu di certo solo la passione per i baffi, ma una crudeltà indiscriminata che sotto certi punti di vista si può ritenere meno “impulsiva” e più calcolata in quest’ultimo.

I campi di concentramento staliniani ospitarono non solo oppositori politici, ebrei, criminali in generale, ma soprattutto innocenti, accusati da altri innocenti sotto tortura di crimini mai commessi.

Le stime di questo Terrore sono molto più vaghe di quelle (integrate da molte testimonianze) che si hanno per i lager nazisti, che scrupolosamente trovano un riscontro certo nei loro registri.

Situati in zone inabitabili (in cui le temperature potevano raggiungere i -50/-60°C) erano dei campi di lavoro coatto in cui prima i kulaki, i contadini lievemente benestanti, e poi fasce sempre più diversificate e varie della popolazione, venivano deportati per la realizzazione di opere pubbliche. Se la temperatura superava i -40°C, c’era l’obbligo di lavorare. Tragicamente famoso fu il lager di Kolyma, con un tasso di mortalità mensile del 10%.

Si ipotizza un numero tra i 10 e i 20 milioni di vittime, senza aggiungere i 7 milioni di ucraini morti per una “carestia artificiale” (holodomor) imposta dal regime in seguito alla resistenza locale, per poi deportare i superstiti. I nazisti trovarono i cadaveri del regime comunista nella loro avanzata successiva nel territorio russo, e vennero inizialmente incolpati per le vittime causate da Stalin.

Nella cultura di massa viene ricordato in particolare la Germania nasista in quanto “vinta” della guerra, per l’Olocausto che causò 6 milioni di morti, ma ci sono molte cose che non si dicono, a meno che non si vada a cercare.

Per esempio durante la seconda guerra mondiale pure Roosevelt creò con la “War Relocation Authority” del 18 marzo 1942 dei campi di detenzione per giapponesi, tedeschi e soprattutto per italiani, di maggior numero. Ancora in attesa di risarcimenti da parte degli USA, gli italiani subirono maltrattamenti con la sola motivazione delle loro radici, per la paura che si potessero rivelare spie. A nulla servirono le evidenti prove di consenso da parte degli italo-americani alla causa americana, recepite solo in ritardo dal presidente.

La moda del campo di concentramento in realtà riguarda quasi tutte le nazioni coinvolte nella seconda guerra mondiale, macchiando tutto il mondo di crimini contro l’umanità.

Non è neanche possibile creare una gerarchia delle stragi, per quanto ci siano stati diversi tentativi di ordinare numeri di portata internazionale spesso non affidabili o addirittura incompleti.

Certo, la storia non è nuova alle stragi e ai genocidi, ma il 1900 rappresenta una follia (o una stupidità) collettiva da cui sembrano salvarsi davvero in pochi.

Le motivazioni e le modalità erano diverse, sí, ma in fondo la fame di morte serpeggia per l’Europa ancora oggi come monito a ricordare per non ripetere.

Sarebbe ammirevole e davvero civile se scegliessimo di ricordare tutta la storia e non solo le parti che ci rendono nobili agli occhi degli altri.