Mercoledì 12 dicembre 2018, presso l’Auditorium Zanon, alcune classi del liceo Copernico hanno assistito all’incontro di formazione su bullismo e cyberbullismo, con la partecipazione dei delegati del progetto UNICEF “Scuola Amica” a cui la nostra scuola aderisce.

L’incontro, risultato di una progettualità fortemente voluta dalla Consulta Provinciale Studentesca, ha visto personaggi d’eccezione avvicendarsi sul palco, come il Presidente del Consiglio Regionale Gian Mauro Zanin, il tutto coordinato dal giornalista Luca Pagliari, figura di grande spessore intellettuale ed umano, nonché autore del romanzo “#dodicidue”.

Costui, nelle vesti di eccezionale conduttore ed interlocutore, ha avuto un tale impatto sul pubblico da farmi rinunciare all’uso dell’impersonale nell’articolo per proiettarlo in un’altra prospettiva, ovvero focalizzarlo sull’eredità che mi sono potuto portare appresso dopo l’incontro.

Oramai è da quasi due anni che seguo i vari progetti approvati dalla Consulta, e posso ben affermare quanto la loro realizzazione presenti quel “quid” emozionalmente emergente rispetto alla sola progettazione. Forse per questo motivo, forse per il fatto che sono riuscito ad avere un rapporto privilegiato con i protagonisti dell’evento per l’incarico di intervistarli assieme al collega Enrico Stefanel (memori ambedue dell’esperienza del Tg Studenti), mi vorrei permettere di oltrepassare la sterile descrizione dell’incontro.

La domanda che devo rivolgermi per strutturare questo elaborato è dunque una sola: cosa mi ha lasciato questo evento?

Tra toccanti esperienze personali di chi è uscito dalla spirale del bullismo, sia come vittima che come carnefice, si è arrivati ad una dissertazione morale determinante: è ora di tornare all’imperativo categorico, ad un’etica che si basi sulla responsabilità dell’individuo, disinteressata e libera.

Come detto dallo stesso Pagliari riferendosi alla tragedia della discoteca Lanterna Azzurra, viviamo in una società in cui “colui che tutto move” è uno strano bisogno di realizzare i nostri intenti profittevoli a scapito degli altri: è qualcosa di spersonalizzante, senza autore, senza volontà propria. È il potere del numero, dell’essere numero e del voler quantificare, dell’alienarsi e del voler dominare, espressione della sistematicità algoritmica della telematica. Quando si parla di “leoni da tastiera” entro i termini dell’hating e del cyberbullismo, si tende ad evocare nell’ascoltatore quell’immagine ironica della libera volontà del soggetto d’agire contro terzi mediante lo strumento – inizialmente neutro – del web. Tale figura, cosí come quella del classico bullo, ha un qualcosa di deprecabile ed assieme affascinante: la libertà di commettere l’azione, seppur immorale. Pare, infatti, che la spietatezza del singolo possa arrogarsi il diritto di dirsi libera: non esiste cosa più falsa!

Durante il processo Eichmann, la filosofa Hannah Arendt scrisse che l’unico modo affinché un uomo piccolo ed inetto come il gerarca nazista avesse potuto avere un tal peso nella Soluzione Finale era lo sfruttamento dell’impersonalità del male, rappresentato da un sistema complesso in cui la singola parte non aveva la capacità di riflettere sulla totalità in cui era disposta.

In effetti, la spietatezza dell’individuo non è mai effetto del libero arbitrio: la banalità del male in tal senso agisce su più gradi, ognuno di questi accomunato da giustificazioni standard: il “lo faccio perché lo fanno tutti” dello schiavo, del conforme non è diverso dal “ho eseguito solo gli ordini” delle Waffen-SS.

Ed infatti le mani colpevoli del carnefice spesso nascondono una persona mediocre, che forse pensava di scherzare: vinta dalla logica del più forte, vinta dal velo di anonimità del web grazie a cui assume il significato più multiforme tranne il proprio, vinta dalla psicologia della massa che va a “caccia della strega” non curandosi della propria condizione di schiavitù.

Vorrei subito evitare di cadere nel giustificare tali individui asserendo che tutto questo è causa del loro modo di vivere, del loro “abito”.

In effetti, dal bullo sino al peggior criminale, si ha in sé una colpa cardine, ovvero non essersi liberati dal giogo della necessità d’essere ingranaggio.

Ed è da queste basi che bisogna costruire un’etica alternativa, come detto dallo stesso giornalista, mutuando in parte Hans Jonas: esiste la necessità per la quale, in una ritrovata libertà, bisogna ricercare il suo complementare, la responsabilità.

Tale invocazione perciò si eleva dalla pura discussione in merito alle tematiche dell’incontro, per costituire un inno al giusto metro, alla responsabilità dell’individuo in quanto autonomo contro “le pecore della tastiera (e non solo)”.

 

di Elia Pupil (5^F)