di Tommaso Scarabelli

James McMullen Rigg, storico e biografo inglese(1855-1926), descrisse il personaggio di Giovanni Pico Della Mirandola (1463-1494) come The Phoenix of the wits, “La fenice dell’ingegno”.

Rigg riteneva che il nome di Pico avrebbe portato solo quei bighelloni amanti della letteratura (who love to loiter curiously in the bypaths of literature and philosophy) a seguire il suo curioso e intricato pensiero, spesso anche labirintico.

In ogni caso le opere di Pico ottennero (e continuano ancora oggi) una larga diffusione già ai tempi del Rinascimento, raggiungendo anche l’Inghilterra. Nell’opera di Shakespeare Hamlet, nel dialogo fra il principe di Danimarca e due compagni di studi di Wittemberg, l’eroe della tragedia allude chiaramente alle parole utilizzate da Pico nella sua più importante opera “De hominis dignitate”: “How noble in reason, how infinite in faculties! … in apprehension how like a god!” “Com’è nobile in virtù della ragione, quali infinite facolta possiede! … somiglia a un dio per la facoltà di discernere!”, dice Hamlet riferendosi all’uomo nell’omonima opera shakespeariana, così come in Pico, De hominis dignitate “…l’artefice (Dio) desiderava che vi fosse qualcuno capace di afferrare la ragione di un’opera sì grande, di amarne la bellezza, di amarne l’immensità.[…]Accolse perciò l’uomo come opera di natura indefinita […] a cui è concesso di ottenere ciò che desidera, di essere ciò che vuole. […]”

Storia

 

Ultimo figlio di Gian Francesco e Giulia Boiardo (zia del famoso poeta), Giovanni Pico della Mirandola fu uno dei più importanti protagonisti della filosofia rinascimentale. Formatosi all’Università di Bologna, frequentò gli ambienti aristotelici di Padova e quelli neoplatonici di Firenze, dove fu protetto dall’importante figura di Lorenzo il Magnifico negli anni del Rinascimento.

A differenza della riflessione filosofica di Marsilio Ficino ed altri letterati del tempo, Pico cercò di conciliare e armonizzare le dottrine più disparate. Grazie ad una memoria eccezionale, divenuta proverbiale, e ad un ingegno precocissimo, si era formato una cultura vasta e varia. Si dice conoscesse a memoria numerose opere e che fosse in grado di recitare la Divina Commedia al contrario: pare che ci riuscisse anche con qualunque altro testo appena terminato di leggere.

Ottenuta questa enorme conoscenza, aveva intenzione di indire una pubblica discussione sul sapere filosofico che aveva raccolto ed organizzato in 900 tesi, dal titolo Conclusiones philosophicae, cabalisticae et theologicae per realizzare una pace filosofica fra le varie culture. Come introduzione stese la già citata Oratio, pubblicata e chiamata solo successivamente alla sua morte De hominis dignitate. In quest’opera Pico afferma che l’uomo è figlio dei propri atti, poiché a differenza degli altri animali non possiede una natura predeterminata: è libero.

Una commissione di teologi nominata da Innocenzo VIII tuttavia riconobbe in alcune tesi degli elementi sospetti d’eresia e Pico fu costretto a fuggire in Francia. Nonostante fosse lontano dalla sede del Papato, fu comunque arrestato a Lione. Fu liberato solo in seguito a diverse proteste provenienti dai principi italiani e da Carlo VIII. Si stabilì dunque a Firenze, dove rimase fino alla morte. Quest’ultima rimane ancora oggi molto misteriosa: è possibile che sia stato avvelenato per essere entrato nel circolo di Girolamo Savonarola, che verrà condannato per eresia poco tempo dopo. Fra Savonarola e Pico vi era infatti una profonda amicizia, nonostante le radicali idee cristiane di Girolamo e l’obiettivo di pace filosofica della Fenice dell’Ingegno.

Il pensiero di Pico rimarrà comunque “ancorato” nell’ambiente italiano, come verrà testimoniato dalla resistenza opposta alla diffusione della Riforma protestante di Lutero, personaggio che, come Pico, scriverà alcune tesi (solo 95 se si pensa alle 900 del filosofo italiano) per proporre un cambiamento, ma che al contrario di lui, svilupperà il suo pensiero sulla totale assenza di libertà dell’uomo.

Dalla storia della sua vita l’immagine ultima che ci rimane di Pico è quella di una sensibilità estremamente viva, preannunciante le inquietudini e i travagli che seguiranno la già citata Riforma.