di Emanuele Campiello

La scorsa settimana la redazione de L’Intrepido ha ospitato un ex copernicano, uno qualunque, uno dei tanti passati per il nostro istituto, ma con una singolare storia da raccontare.

“Sei mesi fa – ha esordito – sono stato caricato su un’isola galleggiante, mentre ero in vacanza sull’isola di Bora Bora”, al che noi lo abbiamo tutti guardato un po’ perplessi. Noncurante, ha continuato: “una corrente di risacca mi aveva trascinato al largo, credevo di essere spacciato, quando mi fu lanciata una corda. La afferrai ed iniziai a muovermi, prima piano e poi sempre più veloce, verso un punto dell’oceano che non riuscivo ad identificare. Venni issato su quella che sembrava una grossa zattera circolare. Lì, a bordo, mi ritrovai in mezzo ad una folla di strane persone. Mi fissavano con un occhio e con l’altro guardavano imbambolati schermi di grossi cellulari. Nessuno, però, prestava veramente attenzione a me.”

“Questo qua è pazzo” ci siamo detti fra noi e ne eravamo ben certi, ma lui non dava nessun segno di voler smettere di parlare. Così abbiamo pensato di riportare comunque quello che ha detto, lasciando a voi il giudizio.

“Ad un certo punto arrivò un ometto dall’aspetto distinto e mi costrinse a chiedere colloquio al loro grande governatore. Mi portò fino alla porta del suo ufficio, attraverso tre piani di scale e lì mi lasciò in attesa di udienza. C’era un cartello che recitava: “Il re riceve solo ed esclusivamente tra le 11 e le 12”. “Che fortuna! Sono proprio adesso le undici – pensai – “mi basta suonare il campanel…” Allora notai un secondo cartello: “Vietato suonare il campanello”. Decisi di attirare l’attenzione in altra maniera. Chiamai, gridai, mi misi a saltare, a far gesti attraverso l’oblò. Dopo circa dieci minuti mi aprì un uomo dall’aspetto allegro.

Il colloquio fu breve, mi spiegò che la ricchezza della loro isola galleggiante stava nella tecnologia. Infatti essa dava dimora ai migliori hacker ed ingegneri informatici, che avevano il monopolio di tutta la rete internet delle isolette circostanti, e che da soli potevano condizionare la vita di molta gente debole. Mi affidò ad una specie di guida turistica e ci diede il permesso di raggiungere la terraferma. Visitammo un’isola, la più vicina.

Trovai una civiltà completamente diversa. Certo, qui non mancava la tecnologia di cui avevo avuto un assaggio sull’isola, solo che nessuna delle apparecchiature era funzionante. I lampioni, malgrado fossimo ben oltre il tramonto, erano tutti spenti, i semafori nelle strade (senza automobili) lampeggiavano ad intervalli casuali e nelle case le uniche luci che si vedevano erano prodotte da candele. Stupito, chiesi al mio accompagnatore il perché di tale disparità. Mi rispose divertito: “E perché mai dovrebbe essere diversamente? Abbiamo cose più importanti a cui pensare. Che vantaggio avremmo nel condividere  il nostro sapere con questa gente?” D’un tratto si fece serio e mi domandò preoccupato: “Da voi gli esperti non condivideranno mica le loro meritate conoscenze con la gente comune?” Lo rassicurai: “No, no, figuriamoci!””

L’ex studente è rimasto a fissarci per un po’. Il suo racconto sembrava una brutta copia dei viaggi di Gulliver o, forse, era una sottile allusione a qualcosa che accade anche qui? Ma non è possibile! Qui le apparecchiature sono tutte utilizzabili e correttamente manutenzionate. Non è mai accaduto infatti che una classe si sia ritrovata offline senza riuscire a contattare nessuno di competenza, dovendo contare solo sulle conoscenze degli studenti stessi per risolvere i problemi, non è così?