Dal 4 al 6 maggio, assieme a 150 studenti di diversi istituti superiori della provincia di Udine abbiamo partecipato al Viaggio della Memoria organizzato dall’ANED di Udine, l’Associazione nazionale ex-deportati nei campi nazisti.

Conclusa l’esperienza, vogliamo condividere le riflessioni che abbiamo maturato durante quei giorni.

 

Università di Monaco

 

Il primo giorno, venerdì 4 maggio, abbiamo incontrato il dott. Umberto Lodovici, ricercatore della Fondazione Weisse Rose, che nell’atrio dell’Università  Ludwig Maximilian ci ha parlato della Rosa Bianca, un movimento di resistenza non violenta di studenti universitari nella Germania nazista, e dei fratelli Hans e Sophie Scholl, condannati a morte per essersi opposti al regime nazista e alla guerra in atto.

Ci ha colpito in modo particolare ricordare questa vicenda proprio nel luogo in cui Hans e Sophie  vennero arrestati mentre distribuivano il loro ultimo volantino.

Oggi per noi è facile affermare quanto sia stato inumano ciò che il regime nazista ha fatto da quando è salito al potere e durante gli anni della seconda guerra mondiale. In quegli anni invece criticare la realtà dei fatti era un atto impensabile, che comportava la pena di morte. Nonostante ciò i membri della Rosa Bianca ebbero il coraggio di esprimere il loro sdegno verso il regime. Questa vicenda è un chiaro esempio che ci sono state, ci sono e ci saranno sempre, in ogni luogo, anche quando il male è incarnato nel sistema stesso, persone disposte a sacrificare la propria vita per evitare che vengano commessi crimini del genere contro l’umanità. Questi ragazzi devono essere un esempio affinché sviluppino in noi giovani uno spirito critico nei confronti della società contemporanea e della storia odierna. Paradossale è vedere come in quei tempi privi di diritti civili alcuni ragazzi ebbero il coraggio di esporsi in nome dei propri ideali, mentre oggi giorno dobbiamo confrontarci con una generazione sempre più passiva ed indifferente rispetto ciò che le accade intorno.

Nel pomeriggio ci siamo recati al campo di concentramento di Dachau, vicino a Monaco, dove abbiamo partecipato ad una cerimonia di commemorazione in onore delle vittime del nazismo. Buona parte del campo oggi è diversa da come era 80 anni fa, ma il suo passato lascia sempre un segno su coloro che vi entrano.

 

Il vecchio forno di Dachau

Il cielo era grigio sopra di noi e il vento si alzava, mentre attraversavamo il grande cancello di ferro all’entrata. Era un vento caldo, ma addosso sentivo solo gelo, un gelo che mi entrava dentro e che mi faceva rabbrividire, che si insinuava in contrasto con il calore che emanava il sole, quando usciva allo scoperto. Assurdo sentire freddo nel grande spiazzo al centro del campo, io che ero coperta dai miei caldi vestiti; assurdo sentire caldo all’interno delle baracche, noi che eravamo così pochi lì dentro in confronto a quante persone dormivano lì una volta.

Non è facile spiegare a parole cosa significhi sentire l’aria pesante di tutte le urla rinchiuse da quei fili elettrici, cosa significhi entrare da visitatore immaginando di arrivare lì in una scura notte, con la paura nel cuore. Forse è proprio questo che mi ha portata inevitabilmente a crollare emotivamente: immaginare di arrivare lì dopo un lungo viaggio ammassata in treno, immaginare di non sapere cosa mi potesse attendere. Ma la verità è che, per quanto noi possiamo provare ad immedesimarci in queste assurde situazioni, neanche minimamente potremmo mai avvicinarci al puro terrore che hanno provato i deportati.

Non è facile rimanere impassibili quando ci si trova in questi posti, la speranza è persa non c’è neppure nelle baracche, speranza che i deportati hanno perso all’arrivo.

Sembra banale fermarsi a domandarsi, tra i forni crematori e le baracche ricostruite, come tutto questo sia stato possibile. Sorge spontanea, ancora più spontanea che davanti ai molti documentari e film visti, ai libri letti, qua sorge ancora più spontanea la fatidica domanda: ”Come è stato possibile?”. E una risposta, forse, non c’è.

Non c’è risposta al dolore umano che uomini, comuni uomini, hanno provocato ad altri uomini. Non c’è motivazione razionale, non c’è un senso. Mi aggiravo tra le stradine di ghiaia, con le lacrime agli occhi, impotente davanti a tutta questa malvagità umana.

 

Il giorno seguente, sabato 5 maggio, abbiamo visitato il campo di sterminio di Mauthausen, in Austria, e il suo museo, dove è possibile osservare foto, documenti e reperti che testimoniano quanto fosse difficile e inumana la vita dei prigionieri.

 

Campo di concentramento di Mauthausen

Spesso si parla della complessità del sistema concentrazionario, di quanto fosse articolato, organizzato e gestito tramite un enorme numero di funzionari e membri addetti a ogni singolo compito.

Quello che a mio parere colpisce, invece, è la semplicità all’interno di tutta quella complessità. Presi i processi uno a uno, infatti, sono di per sé semplici, organizzati secondo pura razionalità, messi in atto come un enorme gioco matematico in cui ogni tassello va al suo posto solo per stretta necessità di calcolo, con l’unico fine dell’efficienza del sistema. Oltre a questo, colpisce anche la semplicità con cui idee, che agli occhi degli uomini dei nostri giorni sembrano così assurde e irrealizzabili, siano state messe in atto per un fine così tanto lontano dalla natura umana, eppure così incredibilmente vicino alla pura razionalità.

Perché certo l’uomo è sicuramente fatto di razionalità, ma è anche evidentemente altro, un insieme di emozioni e mille sfaccettature di idee e pensieri che vanno al di là della pura logica. Si parla infatti anche di logica, ma cos’è in fondo essa se non ciò che ci distingue dal mondo animale? Sono certo che ognuno di noi è portato ad accettare questa visione, sono certo che ognuno di noi sarebbe pronto a difendere questa tesi utilizzando la logica, la ragione, come baluardo, ma anche come mezzo per sfuggire la bestialità. Ma, a questo punto, quello che fa più paura nel riflettere su quello che è accaduto, è la possibilità che l’umanità possa regredire a un comportamento che non rispetti i più basilari diritti dell’uomo – tutti quelli che vennero calpestati all’interno dei campi – nel caso di un’applicazione senza alcun limite della ragione stessa, ma prima ancora senza quel sentimento umano che si chiama empatia.

Il mio quindi è una specie di appello all’emotività, un avvertimento per ricordarci che non si può vivere di solo raziocinio. Nella vita dell’uomo passione e ragione devono dialogare tra loro, non possono e non devono esistere azioni in cui una delle due dimensioni è scissa dall’altra: ricordiamo che una conseguenza sono gli scempi nati dall’ideologia nazi-fascista che hanno trovato la loro deriva nei campi di sterminio. Quello che viene stravolto in definitiva è quindi la complessità che caratterizza la natura umana, sformata dalla meccanica applicazione di processi capaci di ridurre a zero l’uomo stesso, in funzione di un ideologico progresso tecnico-scientifico che annulla qualsiasi progresso umano e civile.

 

Luogo altrettanto terrificante è il castello di Hartheim, che abbiamo visitato nel pomeriggio di sabato, trasformato dal 1940 in uno dei centri per l’eutanasia nell’ambito del progetto T4 di eliminazione delle vite giudicate indegne di essere vissute.

 

Il castello di Hartheim

“Il male non è soltanto di chi lo fa: è anche di chi potendo impedire che lo si faccia non lo impedisce”. Ho letto questa frase di Tucidide e mi ha subito colpito e a distanza di secoli credo che questo concetto sia uno dei migliori per descrivere il disastro causato dal nazional-socialismo e dai regimi totalitari in generale. Oggi, mentre la guida parlava al castello di Harteim ha sottolineato come tutti sapessero e come nessuno fosse interessato a ciò che agli altri, ai vicini di casa, agli amici veniva fatto. Il male è un concetto grande, astratto ma che diventa straordinariamente concreto entrando nella logica della soluzione finale. Ma cos’è il male? Da bambini il male è una cosa piccola e che si può sempre vincere, ci sono però adesso dei bambini e dei ragazzi per cui il male è una cosa enorme e ne vengono annientati. Proprio come durante il nazismo. Parliamo di ciò che è successo allora e non si può che pensare a ciò che succede oggi, al bambino disteso a pancia in giù su una spiaggia e sembra che non sia cambiato niente. Sembra che non ci sia speranza. Parliamo di come cambiare le cose, ma a me sembra che noi non possiamo fare niente se non ricordare e riprometterci di non essere come la cuoca di Hartheim che chiese di mettere dei paraventi nel cortile per non vedere le persone che venivano condotte nella camera a gas. Noi dobbiamo voler vedere e magari fare qualcosa di più concreto che limitarci a parlare.

Domenica mattina abbiamo preso parte alla cerimonia commemorativa del 73° anniversario della liberazione del campo di Mauthausen avvenuta il 5 maggio 1945, prima con una cerimonia davanti al Memoriale degli italiani, poi sfilando lungo il piazzale dell’appello insieme alle delegazioni provenienti da tutta Europa.

“AGLI ITALIANI CHE PER LA DIGNITÀ DEGLI UOMINI QUI SOFFERSERO E PERIRONO”
Ma cos’è la dignità? La dignità è ciò che noi concepiamo come inviolabile, che deve essere rispettata e tutelata. È il sentimento che proviene dal considerare importante il proprio valore morale, è la più alta forma di amor proprio. Pensare che lo scopo principale dei campi di concentramento era azzerare la dignità delle persone con tutti i mezzi possibili, mi ha toccato nel profondo e appena letta la frase sul monumento mi sono chiesta come avrei potuto fare io senza una delle certezze della mia vita. Ma la risposta è che Dignità è una parola che non riesco a immaginare staccata dalla mia persona. Il punto è che, mentre io sto parlando della mia dignità, in questo momento moltissime donne, uomini e bambini la stanno perdendo, stanno perdendo una certezza che non dovrebbe essere per nessuna ragione al mondo portata via ad una persona. E questo mi fa rabbia perché sappiamo tutti quello che sta succedendo ai giorni nostri e tutti ne parlano, ma sono pochi quelli che cercano effettivamente di cambiare qualcosa. Credo che noi ragazzi abbiamo il dovere di impegnarci per migliorare il mondo nel quale ci troviamo, perché si tratta del nostro futuro e non dobbiamo permettere che la dignità dell’uomo venga calpestata come è successo facilmente in passato.

 

Federica, Chiara, Carlotta, Sofia, Luca, Martina, Noemi, Elettra, Martina, Davide, Sofia, Irene, Elisa, Anna, Lorenzo, Elia, Tommaso, Arianna, Giulia

Liceo Scientifico “Niccolò Copernico” – Udine