“Il ’68 è un sentimento non un momento storico”.

Così mi accoglieva la Sala Carmelo Bene, una rampa di scale sotto la scena del Palamostre: striscioni appesi alle pareti e srotolati sul pavimento, cartelloni scritti a mano e slogan potenti, accompagnati dall’elettricità ineguagliabile della rivoluzione speranzosa.

Al centro della stanza, per l’occasione tinta di rosa, campeggiava un palco di fortuna a un metro da terra; tutt’intorno sedie piene e vuote in cui riconoscere volti amici e intravederne curiosamente di nuovi.

Così il 9 novembre mi si presentava “L’assemblea”, spettacolo di teatro partecipato prodotto dal CSS: un’occasione per parlare di cosa rimane alla società di oggi delle conquiste effettuate negli “anni della contestazione”, di cosa è cambiato, di come siamo cambiati noi.

Ad alternarsi su e giù dal palco, passando da sedia a scena e viceversa, ecco tante donne di ogni età, provenienza, cultura; testimonianze in prima persona e performance si intrecciavano in una vicenda carica di verità elettrostatica ed emozionante come poche, un valzer di opinioni, interventi, generazioni e umanissime lacrime liberatorie: chi raccontava l’esperienza orgogliosa dell’occupazione scolastica o delle manifestazioni imperterrite anche sotto i colpi dei manganelli, chi degli stupri scampati per un soffio e delle incapacità giudiziarie sopportate in seguito, chi delle violenze psicofisiche subite da mariti che di umano non hanno nulla, chi dei luoghi comuni ancora troppo validi che circondano mestruazioni, aborto, donne in carriera et similia, chi della propria famiglia costruita con sudore e operosità, chi dei figli, chi dei primi amori e di quelli di una vita, le attrici hanno portato in scena ognuna la sua storia, ognuna il suo pezzo di storia.

Con la forma di dibattito simbolo delle proteste, appunto l’assemblea, la regista Rita Maffei fotografa l’eredità di una generazione di Donne con tanto da dire, aprendo il dialogo anche allo spettatore, coinvolgendolo all’interno dello spettacolo, dandogli la possibilità di poter intervenire in qualunque momento per dire la sua mediante una semplice alzata di mano.

Più di 80 sessantottine si sono alternate fra 15 repliche nei mesi di novembre e dicembre, rendendo ogni spettacolo unico e uguale a nessun altro e regalando al pubblico attivo sfaccettature sempre nuove, sempre veritiere e sempre emotivamente pregnanti della rivoluzione femminista: con testi di sicuro effetto che mai sfociano nel banale o nel cliché e con performance di alto livello, l’assenza di una trama organica in favore di un filo conduttore comune non pesa affatto e anzi immerge lo spettatore ancora più in profondità nell’atmosfera assembleare ricercata dall’assenza di barriere fra creatore, creato e ricevitore.

Personalmente ho apprezzato molto lo spettacolo (nonostante si sia prolungato un po’ più del necessario, ma si sa: nessuno è perfetto). Non solo è riuscito, grazie alla potente arma dell’empatia, a relazionarsi con persone che – ahinoi! – non hanno mai vissuto quel periodo, ma è anche stato fonte di riflessione (e indignazione) personale una volta uscito dal teatro: lo spirito che attraversava i giovani in quegli anni che fine ha fatto? Com’è che l’interesse per le questioni sociali fra gli studenti è ai minimi storici? Ci siamo rammolliti?

di Riccardo Iellen (4^C)