di Michele Motta

 Il pensiero che andrò formulando parte da una realtà inesistente; una realtà solo nostra che non può (almeno apparentemente) interfacciarsi con le realtà altrui: l’opinione. Si potrebbe definire l’opinione come una dimensione prettamente personale, tant’è che spesso quando la nostra verità viene messa in discussione (anche sotto evidenti prove), generalmente ci mettiamo sulla difensiva in modo tale che l’altra persona si arrenda alla nostra testardaggine. Il punto della questione è: ognuno ha la sua opinione. Indiscutibilmente vero è anche il fatto che l’importanza dell’opinione vari da individuo a individuo, infatti spesso chiediamo consigli a chi reputiamo più colto sull’argomento.

Questo discorso ha un senso finché non si arriva all’esagerazione. Il Novecento ha portato la radicalizzazione dell’esagerazione, tant’è che oramai ciò che ci piace spesso è qualcosa di strano, diverso, esagerato. Il problema sorge quando tutto il mondo si omologa a questa concezione; un film per essere bello deve essere esageratamente filosofico, un vestito per essere apprezzato deve essere strano, un politico per essere seguito deve andare controcorrente. La causa, a  mio parere, di questo aumento esponenziale di opinioni futili e irrilevanti, è che la filosofia sia diventata accessibile a tutti; questo è sicuramente un aspetto positivo, se però il cosiddetto “filosofare” viene fatto con una base culturale più che ferrea. La filosofia è passata da essere riservata a pochi, culturalmente formati, a tutta quella fascia di persone, radical chic, che sfoggiano la loro cultura non capendo realmente cosa essa stia a significare. 

Per spiegare meglio il concetto vorrei prendere come esempio l’arte: tutto ormai sta diventando arte; la cucina, lo sport, persino saper pulire casa sta diventando “arte”. Si è passati dall’arte in senso stretto (dall’arte come tale, pensiamo al Rinascimento, ma anche al Barocco, ecc…), ad una commercializzazione di idee. Non si loda il prodotto, ma quello che ci sta dietro; non si loda più la signora che pulisce divinamente casa, ma la capacità intellettiva della signora che ha usato un detersivo diverso per pulire i pavimenti sporchi. ARTE. L’esempio più eclatante sono i  tagli di Fontana. Non oso giudicare assolutamente Fontana perché credo ancora che un artista metta se stesso nelle sue opere, piuttosto ho la necessità di criticare tutti coloro che la trovano una meraviglia, un’opera dalle mille facce, tanto da acquistarla a tre milioni di dollari. Secondo la mia non tanto modesta opinione, quell’opera rappresentava realmente qualcosa per Fontana, ma qualcosa che solo lui riusciva a vedere. Allora perché se solo lui riusciva a vedere la bellezza della sua opera, “tutti” la ammirano? Il concetto è estremamente semplice: non capiscono l’opera ma vogliono in salotto l’artista più discusso. Non capiscono l’opera non perché siano degli scemi, ma solamente perché non è possibile comprendere qualcosa che non è stato creato da te in una concezione dell’arte come rappresentazione dell’io interiore. Perché riusciamo a comprendere Michelangelo? Perché dipingeva scene, scene interpretate dal suo io mediante la sua bravura ovviamente, ma sempre scene riconducibili al reale. L’arte contemporanea, o forse è meglio dire l’arte negli ultimi duecento anni, ha cambiato (giustamente in quanto fenomeno naturale) visione radicalmente. Si è passati dalla rappresentazione della realtà, alla rappresentazione di una realtà modificata dall’io dell’autore (impressionismo) alla rappresentazione dei sentimenti dell’artista tramite segni astrali. Ma come detto precedentemente sono una rappresentazione personale non comprensibile da soggetti esterni, di conseguenza l’opera dovrebbe restare con colui che l’ha realizzata fino alla morte e non veduta senza sapere cosa realmente rappresenti. Sarebbe come vendere una scatola di metallo il cui contenuto ci rimane nascosto, ad un prezzo spropositato. Questa concezione dell’arte può essere applicata a tutto. Tant’è che spesso vediamo le cose come un’enorme bolla filosofica che non comprendiamo ma che ci risulta bella. Ciò che non comprendiamo è bello, e questo per me è sbagliato. A questo punto mi sento in dovere di tirare in causa Picasso; il piccolo Pablo era assolutamente consapevole di quanto valesse, ma non si sentiva in armonia con quello che dipingeva: “ a  12 anni dipingevo come Raffaello, però ci ho messo tutta una vita intera per imparare a dipingere come un bambino”. Picasso non si vedeva nei quadri impeccabili che faceva da bambino, applicava solo la tecnica, senza considerare le emozioni, senza considerare il suo cuore. Tant’è che, capito questo, capito il fatto che l’arte è emozione, emozione per l’artista che quell’arte la crea, il pittore (e scultore) si è distaccato dalla bellezza per dare voce al suo vero io. In effetti le opere di “Picasso adulto”, non sono comprensibili se non da Pablo stesso. Guernica, per esempio, tutti sappiamo che è stata stesa per denunciare le atrocità della guerra a tutto il mondo, dopo che un bombardamento rase al suolo tutta la popolazione della città di Guernica, e solo attraverso il quadro possiamo capire i veri sentimenti dell’artista nel momento in cui l’ha dipinto, ma c’è una cosa che ci è sconosciuta: il perché. Cos’ha spinto Picasso a stendere quel quadro? Cosa provava prima, cosa provava quando ha sentito la notizia del bombardamento? Non lo sappiamo e non lo sapremo mai. Ed è questo il fascino dell’arte, il fatto che l’opera è in primis dell’artista e che solo l’artista può comprenderla fino in fondo.

 Inoltre non si può dire che siano belle esteticamente. Eppure le amo. Ma le amo non perché siano belle o perché le abbia capite, le amo perché comprendo, se pure in parte, il desiderio dell’artista di elevarsi, di non fare più ciò che vuole il pubblico, ma fare ciò che sente. Un’opera è un pezzo dell’anima dell’artista che l’ha creata. E in questo ammiro Picasso perché si è concentrato su se stesso, certo, con tutte le influenze del suo tempo, ma non era come gli altri, lui cercava il suo stile, il suo cuore, l’apice della sua personale perfezione artistica. Chissà se alla fine dei suoi giorni, oltre ad aver lasciato opere dal valore economico incommensurabile, ha trovato realmente il suo io.

Tornando, per concludere, al discorso iniziale, il fatto di avere in noi questa tendenza alla “filosofia astratta” ovvero l’ammirazione per ciò che non capiamo, non dev’essere un muro che ci impedisce la comprensione, anzi, dev’essere un motivo per rompere questo muro, per umilmente abbassare la testa, e rivedere quel film che non abbiamo capito, ripassare davanti a quell’opera da noi incompresa, e forse soffermarci un attimo di più su quella frase di quel libro che ci appare così misteriosa, perché se mai dovessimo farlo sono sicuro che almeno una volta arriveremo a dire: “bella cagata!” invece che: “che significato profondo!”.