di Camilla Zanini

Nadezda Mandel’štam fu la moglie di quel poeta che diceva che ” L’amore muove Omero e muove il mare”.

Come sappiamo questo verso di Osip Mandel’štam ?

Questa coppia visse durante il regime comunista.

⟪ Durante il regime in cui Stalin eliminava  tutti gli intellettuali che non erano funzionari al potere.

Durante un recital di poesia, sfruttato spesso come occasione per verificare chi era ancora fedele ai dettami del regime, Osip sale sul palco, con questa andatura un po’ dinoccolata…(era molto alto e quindi con le spalle un po’ incurvate) comincia a recitare….ed è una poesia dedicata a Dio, in cui si parla anche di Dio. Nadezda lo guarda e capisce. Capisce che é finita.

Dietro le quinte, quando finisce la lettura, gli chiede:

“Ma perché, fra tutte le poesie hai scelto proprio questa?” con il candore di una moglie che parla con suo marito ingenuo, ingenuo come un bambino. E lui risponde ingenuo come un bambino, ma forte come un uomo che sa cosa sta facendo: “Perché é la più bella.”

Perché i poeti, gli artisti lo sanno che la bellezza fa crollare tutta la menzogna.⟫1

Non poteva leggere meno che quella poesia. Sapendo che questo avrebbe comportato un’ autocondanna a morte. E così fu, cominciano a cambiare casa, a scappare, ma finalmente il regime li trova e se lo porta via. L’unica cosa che Osip potrà portare con sé è una copia della Divina Commedia, perché in quel periodo stava leggendo, stava imparando l’italiano di Dante proprio per poter leggere Dante direttamente. Ed aveva scoperto nell’ultimo canto dell’Inferno che “tutto il male del mondo entra perché la creatura più bella fatta da Dio, Lucifero, ha deciso di diventare brutta”. Quindi che tutto il male nella vita entra lì dove la bellezza è stata ferita.

Nadezda lo sa questo. Sa che quella bellezza va preservata. Perché? “Perché i regimi, con la loro violenza e le loro ideologie, non distruggono solo la carne dei poeti, ma anche la carta dei poeti.”

 

 

Cosa decide di fare prima che il regime prenda quel baule pieno di carta in cui ci sono le poesie di Osip?

Le impara a memoria. Nottetempo. Le impara a memoria e le ripete. E quando non riesce più, si affida a qualche amico che può imparare un’altra poesia a memoria.

Noi conosciamo le poesie di Osip perché lei, sfuggita al regime, riesce a raccontarle. A dettarle.

1 cit. Alessandro D’Avenia, Ogni storia è una storia d’amore

La poesia di Osip Mandel’štam :

 

A STALIN

Lo dico in brutta copia, a voce bassa,

ché non è ancora venuto il momento:

il gioco del cielo irresponsabile

si attinge col sudore e l’esperienza.

 

E sotto il cielo dimentichiamo spesso

– sotto un purgatoriale cielo effimero –

che il felice deposito celeste

è una mobile casa della vita.

Voi, strappandomi i mari, la rincorsa, lo slancio

e dando al piede il sostegno di una terra forzata,

che avete escogitato? Un calcolo sagace:

il moto delle labbra non può venir sottratto.

 

Descrizione:

Osip Mandel’štam (1891-1938) è stato un poeta russo. La dittatura stalinista lo aveva ormai messo sotto la lente, analizzato, condannato al confino per la sua visione del mondo considerata antisovietica.

Nadezda Mandel’štam (1899-1980) è stata una scrittrice sovietica. Moglie del poeta acmeista Osip Mandel’štam, fu, come lui, vittima delle Grandi purghe staliniane che la costrinsero all’esilio dall’Unione Sovietica tra il 1938 e il 1958.

 

IPOESTESIA MENTALE

di Camilla Zanini

 

Sta finendo.

Le nuvole viola, nel cielo nero,

terre emerse dai desideri più segreti.

 

Cuori rintanati,

a causa di notti passate.

Sorriso dolci e malinconici,

l’ignoranza fuori brucerà.

 

Pronta ad un addio sincero.

‘Per quanto il tuo cammino ti porterà

dolore e cicatrici,

non posso fare in modo che tu possa

imparare senza sbagliare.’

 

Ero qualcuno, sono nessuno.

Occhi di ghiaccio,

parole infuocate.

Improponibile equilibrio.

 

L’ ANIMA SUA

 

Non è disagio,

nè insoddisfazione

quel fondo

dell’anima sua.

 

È il suolo

di un pozzo a secco

che inghiotte

la luce del sole.

 

Sul fondo,

laggiù,

dove tra l’arida

terra

e qualche pietra

antica

s’arena l’identità.

 

di Federica Del Monte