di Carla Delle Vedove e Michele Motta

 

Il film “Sulla mia pelle”, uscito il 12 settembre 2018 in Italia, vede come protagonista Stefano Cucchi, interpretato da Alessandro Borghi, il giovane geometra romano è deceduto in ospedale dopo essere stato arrestato il 15 ottobre 2009 e condannato per possesso e spaccio di droga. Le condizioni disperate in cui si trovava e che hanno provocato la sua morte sono state determinate dal pestaggio da parte dei carabinieri che si sono occupati del suo arresto.

Il film si basa sulle testimonianze di coloro che lo hanno visto e sono stati in contatto con lui nei suoi ultimi giorni di vita e riprende ogni minimo dettaglio di quest’ultima settimana, rendendo gli spettatori partecipi del dramma avvenuto.

Gli ultimi giorni del ragazzo, infatti, sono stati travagliati tanto quanto i diversi processi in primo, secondo e terzo grado che hanno avuto come imputati carabinieri, medici, infermieri e agenti penitenziari.

Uno dei primi processi si è concluso motivando la morte come dovuta alla malnutrizione, altri si sono chiusi per assenza di prove, mentre altri reati sono andati in prescrizione. Per molto tempo la causa della morte non è mai stata attribuita al pestaggio. Durante un processo del 2017 in cui sono state elencate le lesioni di Stefano Cucchi, tumefazioni ed ecchimosi al viso, due fratture alle vertebre, diverse escoriazioni, l’appuntato scelto Riccardo Casamassima ha testimoniato di aver saputo dal maresciallo Roberto Mandolini che un ragazzo era stato massacrato da coloro che lo avevano arrestato. Sempre nel 2017 i carabinieri Francesco Tedesco, Alessio Di Bernardo e Raffaele D’Alessandro sono stati accusati per diversi reati, tra cui omicidio preterintenzionale.

Poco dopo l’uscita del film, a distanza di ben nove anni dalla morte di Stefano Cucchi, Francesco Tedesco ha deciso di confessare e ha ammesso definitivamente che si è verificato il pestaggio durante l’arresto. Ha riferito che dopo una serie di insulti lo scontro è cominciato con uno schiaffo da parte di Di Bernardo. Stefano Cucchi ha perso poi l’equilibrio a causa di un calcio e una spinta, ha ricevuto una violenta botta in testa e un calcio in faccia. Tedesco ha spiegato anche di aver avvertito il comandante Roberto Mandolini e di aver scritto tutto in un file, mai più ritrovato. Sia gli altri due carabinieri sia il comandante però lo hanno più volte esortato a rimanere in silenzio e a far finta di niente.

Tutto questo, provocato da forze dell’ordine, ha causato la morte del ragazzo ed è emerso soltanto nove anni dopo.

Il regista Alessio Cremonini riesce a mettere perfettamente in luce uno dei problemi che affligge il nostro Paese: l’abuso di potere. Nonostante non sia presente la scena del pestaggio, nel film viene evidenziato molto bene l’atto compiuto da parte dei tre carabinieri ai danni di Stefano, lasciando allo spettatore la parte critica.

Dal punto di vista cinematografico può essere definito un capolavoro, grazie alla bravura del regista e ad Alessandro Borghi, che ha interpretato perfettamente il dramma vissuto da Stefano Cucchi. Vengono trasmessi il dolore, fisico e psicologico, il senso di abbandono e l’ingiustizia che hanno caratterizzato gli ultimi giorni di vita del ragazzo.

Sulla mia pelle” ha partecipato alla Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia del 2018 e ha ottenuto il Premio Pasinetti speciale al film e ai migliori attori, il Premio Brian UAAR ed il Premio FEDIC destinato “all’opera che meglio riflette l’autonomia creativa e la libertà espressiva dell’autore”.

Un film come questo si vede raramente in Italia: non accusa, non critica e non ferisce nessuno, ma si limita a raccontare i fatti avvenuti lasciando che gli spettatori, seduti sulle poltrone del cinema o sul divano di casa, si immedesimino nei personaggi e capiscano, anche semplicemente attraverso uno scambio di sguardi, la gravità di ciò che è accaduto.  

A parte le lesioni, forse ad uccidere Stefano sono stati l’assenza, il silenzio, l’omertà e l’indifferenza di coloro che sono venuti in contatto con lui. Il film vuole mettere in luce proprio l’invisibilità di Stefano Cucchi nel momento in cui tutti hanno creduto alle sue brevi giustificazioni riguardo le ferite e non hanno avuto il coraggio di ammettere quali fossero state davvero le cause. Se, come racconta il film, non si fosse voluto credere alle lesioni provocate da una caduta dalle scale e se ognuno si fosse preso le proprie responsabilità fin dall’inizio, tutto questo probabilmente avrebbe avuto una fine diversa.