di Emanuele Campiello

 

Lo spettacolo, condito con una serie di critiche a noi giovani, è stato un innesto stridente di storie più o meno veritiere.

 

Il 7 dicembre due classi quarte della nostra scuola hanno assistito allo spettacolo teatrale “Tra due fuochi”, scritto e inscenato dalla “Compagnia di arti e di mestieri”, durato 85 minuti con l’aggiunta di una consistente digressione iniziale sulle cattive abitudini di noi giovani, non più abituati ad andare a teatro, e di un cosiddetto dibattito finale, in cui siamo stati sottilmente accusati di non conoscere opere d’arte come “Guernica” di Picasso, di non saper guardare i monumenti delle nostre città e, infine, ci è stato chiesto se le nostre scuole ci avessero mai portato a teatro (si spera fosse una domanda retorica, dato che eravamo lì in quel momento).

Lo spettacolo raccontava storie realmente accadute, mescolate a fatti storici più o meno parafrasati; errore forse più grave è il fatto che la scena iniziale lasciasse intendere che il popolo italiano fosse motivato ad entrare in guerra. Personaggio ricorrente è il famigerato Benito Mussolini, che compare all’inizio come un impegnato interventista, poi come un soldato eccitato dal combattere contro gli austro-tedeschi e infine definito uno di quella parte peggiore dell’Esercito (ovvero, citando gli stessi attori, gli ufficiali) che era sopravvissuta agli scontri. Tuttavia il Mussolini della Grande Guerra era un soldato semplice che combatté da soldato fedele agli ordini e, a differenza di quanto raccontato, non si ferì sparando all’impazzata sui nemici, bensì trovandosi nei paraggi di un’esplosione di un cannone.

Ci sono state poi le storie vere di alpini, portatrici carniche, crocerossine… tratte da alcuni romanzi, il tutto inframezzato dal canto corale degli attori, che hanno intonato alcuni fra i più famosi canti, tra cui anche “Sul cappello”. Ciò è stato confuso e innestato con vicende austriache e tedesche, trattate dalla stessa prospettiva, senza alcuna distinzione né dal punto di vista della scenografia (costituita da un bianco tendaggio), né dal punto di vista dei costumi. Infatti i pochi attori avevano tutti le stesse uniformi storicamente molto sbagliate, tra cui spiccava una mantellina verde in nylon; grosse imprecisioni probabilmente derivate dal disprezzo mostrato verso l’equipaggiamento delle truppe italiane, evidenziato durante un monologo tramite dati e numeri sbagliati, poiché, quantomeno per correttezza, sarebbe stato necessario menzionarli in maniera completa, evitando di riportare solo quelli di una certa fase del conflitto per l’unico fine di dare un messaggio alterato.

Nel complesso gli attori hanno, nonostante tutto, eseguito un’ottima performance, riuscendo ad alternare canti e dialoghi in lingue locali, riproducendo diverse parlate italiane con una buona verosimiglianza.  La mescolanza di temi e di intenti, tuttavia, ha reso l’esperienza inefficace e, secondo il sottoscritto ed altri studenti, insoddisfacente. Si cercava di fare propaganda contro il Fascismo, idea accettabile, ma non coerente con il periodo storico trattato, o magari si voleva sottolineare la durezza della guerra, o piuttosto il valore dei soldati semplici, sia italiani che non, o ancora criticare i loro superiori? Non è stato possibile dare risposta a questa domanda, ma di certo il trattamento di disprezzo che ci è stato riservato non ci ha messo nelle condizioni per capirlo.