di Riccardo Iellen

Prima di cominciare a parlare effettivamente del viaggio, voglio che sia ben chiara una cosa: questo non è un articolo. O meglio, è un pessimo esempio di articolo.

Non sarà effettivo o dritto al punto né tantomeno imparziale come sono i pezzi di cronaca che si vedono sui giornali o che gli altri autori scrivono su questo piccolo tesoro letterario tutto di origine copernicana, anzi: sarà fin troppo dettagliato e forse anche prolisso per alcuni versi, mentre sbrigativo, superficiale ed eccessivamente sintetico per altri, riflesso indubbio del sottoscritto… ma anche riflesso indubbio della stessa New York.

Ex-colonia esuberante e sfavillante, da sempre considerata simbolo di prestigio e “sogno americano”, New York è impossibile da descrivere se non in ore e ore di discorsi: per questo motivo le parole che andrete a leggere non potranno mai essere quelle di un articolo decente.

Scordatevi le 5W, qui si parla della Grande Mela.

Detto ciò, cominciamo. O meglio, ricordiamo.

28 febbraio 2018, sveglia alle 6.30. Neanche tanto male.

Mi aspettavano 4 ore e mezza di strada per arrivare al capoluogo lombardo, intervallate da qualche sosta qua e là per la strada; appena scesi, ci ha accolti il check-in, una gran massa di nostri coetanei e il nostro tutor Mario Maistru, che per la settimana a venire sarebbe stato il nostro punto di riferimento.

Consapevole che quello sarebbe stato il mio ultimo pasto che effettivamente sapesse di Italia per un po’ di tempo a venire, mi sono goduto per bene un trancio di pizza prima di partire; dopo aver passato le procedure di sicurezza – indovinate chi hanno estratto per i controlli extra? – lentamente siamo giunti al fatidico imbarco in aereo.

Oltre al solito carico di pensieri catastrofici che accompagnano ogni volo (OMMIODDIOESECASCAL’AEREO) sono rimasto sorpreso dalla stazza dell’aereomobile con cui avremmo viaggiato: punta di diamante della compagnia  Emirates, ecco l’Airbus A380, due piani di ingegneria pura divisi per classi sociali ove al di sotto giace la categoria “persone normali” mentre al di sopra aleggiano gli spiriti dei “ricchi straricchi e ancora più ricchi”.

Le nove ore di volo sono anche passate in fretta, grazie a film, snack e qualche dormita, e prima che potessimo accorgercene eravamo già in territorio americano.

Quasi per essere sicuri che nessuno si dimenticasse dove fosse effettivamente atterrato, una gran bella Star and Stripes era piazzata all’uscita dei gates, solo un assaggio del patriottismo dilagante che avremmo incontrato durante tutta la nostra permanenza.

Dopo aver compilato il modulo più serio e al contempo ridicolo di tutto l’Universo – in cui esplicitamente veniva chiesto se si fosse terroristi o meno – e aver superato ulteriori controlli, un pullman ci ha accolti e, dopo essere passati attraverso quartieri residenziali, industrie e periferie, ci ha regalato la prima, stupefacente vista di New York.

Grattacieli, un garbuglio di strade e tante, tantissime luci: la combinazione di questi tre elementi e uno scorcio rubato per un attimo a Times Square hanno lasciato senza fiato anche il più stanco dei viaggiatori e ci hanno comunicato in maniera efficace come per le giornate a venire avremmo avuto quasi perennemente il naso rivolto all’insù.

Entrati nell’Hilton, il nostro gigantesco albergo, e saliti 8 piani per raggiungere la nostra stanza, l’unica idea che ci si sia prospettata per passare una prima notte ai limiti dell’epicità… è stata quella di dormire sonoramente.

E così è stato.

Dopo una notte di sonno ristoratore siamo subito partiti all’esplorazione della metropoli: passeggiando fra parallele e perpendicolari – e persino rubando uno sguardo ad una delle sedi della NBC sperando di trovare nei paraggi un Jimmy Fallon selvatico – siamo giunti alla prima tappa, la United Nations Plaza, in seguito alla quale siamo passati alla Trump World Tower per infine giungere in uno degli edifici limitrofi al Palazzo di Vetro, dove l’ambasciatore all’ONU del Giappone ci ha esposto la sua esperienza lavorando in questo ambiente multietnico ed internazionale e ci ha esposto cosa avremmo avuto modo di sperimentare con le simulazioni.

Finita questa prima parte della mattinata, ci siamo diretti al Grand Central Terminal, la stazione principale di New York, che – rimanendo fedele al suo nome – si è presentata enorme ai nostri stupefatti piccoli occhi e ha fatto riaffiorare non pochi ricordi infantili al vedere dal vivo ciò che in molti film, primo fra tutti Madagascar, veniva visualizzato su uno schermo.

Non contenti, abbiamo quindi proseguito alla celeberrima Empire State Building, dove – 102 piani e un ascensore molto rapido più tardi – la città di New York si è prostrata ai nostri piedi, mostrandosi in tutta la sua verticalità e geometria unica, lasciando spazio a vedute mozzafiato condite con raffiche di vento da far volare via anche i parrucchini più resistenti.

E poi la prima, sfavillante visita a Times Square: persino di giorno la piazza più pubblicitaria del mondo risplendeva e brillava a tout allé, e il suo effetto di faro non faceva che amplificarsi durante la notte, diventando una vera e propria bomba di luci colorate.

La mattina successiva iniziava il vero e proprio lavoro: con la fierezza che può avere solamente un italiano delegato dell’Uganda nella commissione per il disarmo internazionale (DISEC), sono entrato nella conference room dello Sheraton, pronto a discutere stile Kruscev di bombe nucleari et similia con altre 185 persone (la maggior parte delle quali nemmeno mai vista prima); e a forza di “Honorable Chair, fellow delegates” come apertura nei discorsi, mozioni per votare, contromozioni per ricontare i voti, dibattiti, risposte, attacchi, difese, alleanze e chi più ne ha più ne metta, la prima, indimenticabile sessione in commissione si concludeva, lasciandomi senza fiato, con due occhiaie da stress lunghe fino alle caviglie e quattro litri di adrenalina in circolo.

Giusto per aiutarci a far dimenticare i nostri doveri lavorativi, la sera siamo stati i protagonisti della Cerimonia di Apertura di questa simulazione, tenutasi nientemeno che nella Great Hall delle Nazioni Unite, ove diplomatici e leader da ogni parte del mondo siedono e discutono le sorti dell’umanità: è quasi impossibile riuscire a descrivere a parole l’immensità del luogo, sia dal punto di vista strutturale (23 metri di altezza) che dal punto di vista storico e sociale; in questa straordinaria sala abbiamo assistito, fra le altre cose, ad una cover di Imagine di John Lennon cantata proprio da noi delegati.

Così i due giorni seguenti si sono svolti, con mattina e pomeriggio sessioni in commissione a discutere e lavorare insieme per raggiungere una soluzione comune e quindi la sera dedicata a visite o tempo libero; il duro lavoro però ha ripagato, con la Resolution 1.1, di cui ero uno degli sponsor (ovvero degli scrittori) principali assieme a Ucraina, Togo e Liechtenstein, uscente vittoriosa dalla commissione e quindi approvata alla General Assembly.

E non è finita qui, poiché la settimana più memorabile della mia esistenza è stata costellata di decine e decine di visite: al Metropolitan Museum of Art, a Wall Street, al World Trade Center e al Memorial per le Torri Gemelle, a Chinatown, a Little Italy; e poi ancora a Central Park, al Ponte di Brooklyn, a Liberty Island, alla 5th Avenue, al Museum of Modern Art.

Ma il viaggio non si è fermato ad essere una mera vacanza, anzi è diventato una straordinaria memoria da portarmi dentro, una serie di reperti di persone, luoghi e momenti che serberò con gelosia per un infinito periodo di tempo: non lo dico “giusto per”, tant’è vero che mi sono portato a casa un quadro di un artista di strada (per ottenere il quale mi sono perso a Times Square in mezzo a migliaia di persone, ma questa è un’altra storia), tanti fogli e tanti scarabocchi sul nostro “lavoro” e centinaia di stupidissimi souvenir che però per me hanno un valore affettivo enorme per gli straordinari coetanei che ho avuto la fortuna di conoscere, provenienti da ogni parte d’Italia.

Una serata di Delegate Dance allo Sheraton, una cena in un tanto minuscolo quanto delizioso ristorante imbucato nella hall di un hotel, l’ebbrezza di ritrovarsi sul tetto di un grattacielo alto trecento volte te e pochi minuti dopo in treno dentro a un lungo tunnel sotterraneo: quale altra città può offrire le stesse emozioni in un così breve intervallo di tempo?

Molti una volta tornato a casa mi hanno chiesto cosa mi avesse colpito di più, se fossero stati i palazzi, le persone, i monumenti.

No, non sono stati quelli, o meglio hanno ovviamente giocato un ruolo di punta nello shock a cui sono stato esposto, ma la sorpresa più grande ed inaspettata è stata costituita dagli odori.

Ebbene sì, proprio gli odori, le puzze e i profumi di questa sfavillante Mela con gli steroidi sono stata la cosa che mi ha stupefatto di più. Ogni passo fatto, ogni metro percorso le narici venivano sedotte e conquistate da un effluvio diverso dal precedente, andando a creare una costante curiosità: che fossero le spezie di un camion di cibo pakistano, le ventate di profumo e trucco dall’interno di boutiques e negozietti frivoli, le riconoscibilissime zaffate di erba da una sospettosamente ripiena sigaretta di un barbone o ancora i fumi di scarico dei taxi gialli che coloravano le grigie strade newyorchesi, le narici non potevano prendere un attimo di pausa dal respirare un aroma sempre diverso.

Inutile anche dirlo, consiglio vivamente a chiunque di provare i modelli delle Nazioni Unite: essi infatti aiutano a capire tutto ciò che riguarda la politica internazionale e simulano in maniera estremamente fedele le sessioni che realmente accadono negli stessi posti – tant’è vero che la nostra cerimonia di chiusura non si è potuta tenere nella Sala Centrale in quanto utilizzata dai diplomatici “veri”! – e, oltre a contribuire ad un miglioramento dell’inglese dal punto di vista formale sia orale che scritto, offrono un accenno del mondo sempre più globalizzato e multiculturale che fortunatamente ci aspetta in un futuro lavoro.

Per me il viaggio è stato un misto di emozioni una più forte della precedente: dai brividi provati a Ground Zero alla frenesia della metro, ho vissuto un miscuglio di sensazioni che ogni volta si reinventavano e riscoprivano, tatuando ogni secondo nella mia memoria.

Che dire, quindi? Per me, e sono sicuro anche per gli altri copernicani che mi hanno accompagnato, è stata l’esperienza di una vita (considerando anche una non propriamente prolungata esistenza) e non posso far altro che augurare di provare le stesse sensazioni anche a coloro i quali decideranno di seguire le nostre intrepide orme.