di Carla Delle Vedove

È trascorso esattamente un secolo da uno degli avvenimenti più drammatici per il nostro territorio. Durante la Grande Guerra, a causa dei combattimenti, il Friuli fu una delle zone più devastate da terrore, spavento, distruzione e morte. Uno dei momenti di maggiore tragedia si realizzò tra il 24 e il 28 ottobre quando avvenne la disfatta di Caporetto, che provocò l’esodo non solo di soldati, ma soprattutto di civili in fuga dal nemico.

Infatti il 24 ottobre 1917 le truppe austro-tedesche, numericamente più consistenti di quelle italiane, sfondarono le linee tra Plezzo e Tolmino e utilizzarono i gas chimici e la tattica dell’infiltrazione per sconfiggere gli italiani, non abituati alla guerra di manovra e comandati in modo inefficace. Il 25 ottobre la difesa italiana cedette e il generale Cadorna ordinò la ritirata oltre il Tagliamento. Le truppe tedesche e austriache intanto superarono l’Isonzo invadendo diversi paesi friulani, tra cui Cividale.

A cento anni di distanza, oggi la città di Cividale non è più uno scenario di guerra e, per dare un segno di pace, ha voluto ricordare quei momenti tragici e rendere onore ai caduti. Nei giorni tra il 24 e il 27 ottobre infatti il Ponte del Diavolo, uno dei simboli di Cividale, è stato ricoperto da un telo che raffigurava il vecchio ponte crollato durante la distruzione che avvenne precisamente alle 15:45 del 27 ottobre 1917, quando venne fatto saltare in aria dagli italiani con lo scopo di bloccare l’arrivo delle truppe avversarie. In memoria di questo avvenimento cento anni dopo, alla stessa ora, è stato rievocato il brillamento. L’evento è iniziato con i cento rintocchi delle campane del duomo a indicare ognuno degli anni trascorsi. In seguito venti ballerini, vestiti di bianco a simboleggiare l’anima, hanno interpretato una danza che riproduceva un combattimento tra soldati spaventati, smarriti, ma fratelli per mettere in luce l’atrocità e il dolore della guerra insieme alla sua inutilità. Dopo l’intervento delle autorità, due cori alpini hanno intonato insieme l’inno d’Italia, lasciando poi spazio alla lettura del diario di Monsignor Valentino Liva da parte del famoso attore Luca Zingaretti, accompagnato dal suono del pianoforte.
Monsignor Valentino Liva era il parroco di Cividale e al tempo della Prima Guerra Mondiale si occupò di scrivere un diario per mantenere la memoria di tutto ciò che accadeva al suo paese. Raccontò giorno per giorno la fuga di gran parte dei civili cividalesi spaventati dall’arrivo dei soldati avversari che entravano in città saccheggiando, ferendo e uccidendo i suoi abitanti. Nonostante si battessero con tutte le loro forze, scappavano anche molti dei soldati italiani che non avevano abbastanza mezzi e non ricevevano i giusti ordini per poter contrastare il nemico. Alcuni di loro trovarono rifugio a Firenze, designata come sede della prefettura di Udine, ma furono costretti ad abbandonare tutti i loro beni, la casa e le terre che erano spesso la loro unica fonte di reddito. Chi fuggiva, come anche chi decideva di restare, non sapeva cosa sarebbe potuto succedere il giorno dopo, se avrebbe potuto vivere ancora oppure no. Nessuno aveva certezze sul proprio futuro, ognuno temeva di poter morire di fame, di freddo o ucciso e non sapeva se avrebbe rivisto i propri cari e la propria casa. Monsignor Liva decise di rimanere accanto agli abitanti di Cividale, prestando assistenza a chi fuggiva o veniva ferito. In particolare raccontò il momento in cui giunse l’ordine di far saltare il ponte di Cividale in modo tale da rallentare il passaggio degli austriaci e dei tedeschi, anche se molti di loro erano già arrivati al paese. Distruggere il ponte significava anche colpire la comunità e per questo fu uno dei momenti più dolorosi per gli abitanti rimasti.
In seguito il Ponte del Diavolo venne subito ricostruito, essendo una delle principali vie di passaggio, e dopo un secolo dalla sua distruzione ha lo scopo di ricordare ciò che successe e di trasmettere quindi un messaggio di pace affinché la crudeltà del passato non si ripeta più. Anche se la guerra può sembrare lontana da noi, un tempo è avvenuta proprio dove oggi sorgono le nostre case, ma in altre zone del mondo diverse persone stanno vivendo le stesse esperienze provate dai nostri nonni oppure addirittura peggiori.