di Lorenzo Della Savia

 

Cronache di una giornata passata tra libri e autori al noto festival di Pordenone Legge. Un racconto tra il (poco) serio ed il (molto) faceto.

 

A chi non sapesse di cosa si tratta (pochi, si suppone), la raccontiamo così: PordenoneLegge è uguale a tante altre fiere o manifestazioni che si vedono in giro, anche se è totalmente diversa. Se suona come un controsenso, vi basti pensare che si tratta di una fiera del libro abbastanza comune a tutte le altre (ci sono stand di giornali o di altre organizzazioni, c’è una libreria mobile sotto un grande tendone, ci sono conferenze stampa, eccetera), solo che lì ci sono anche “angeli”, oppure “amici” (non nel senso di due o più persone amiche tra loro, ma intesi proprio come categoria di persone: potresti essere un “amico” anche se ci andassi da solo), oppure altre figure indefinite che vengono assimilate agli “amici”, perché gli angeli di PordenoneLegge sono una cosa precisa, mentre gli “amici” sono un po’ tutti. Gli angeli, in sostanza, sono dei tipi (generalmente gente giovane) vestiti con una magliettina gialla, sulla cui schiena sono disegnate delle ali da angelo, che danno informazioni alla gente, e sono sparsi un po’ per tutta l’area della manifestazione. Solo che la gente (almeno quella più inesperta) non sa della loro esistenza, oppure non li sa distinguere dagli “amici” (che sono tutti gli altri), e quindi ogni tanto ci si può confondere. Perfino allo scrivente (che se finirà all’inferno potrà già ritenersi soddisfatto) è stato chiesto se fosse un angelo, quando ancora ignorava l’esistenza degli angeli di PordenoneLegge. Ne è uscito un “…Nnno…” poco convinto.

Cosa ci facevo lì? Non lo so, ma mi ricordo tre cose. 1) Era il 21 settembre scorso, era un venerdì e ci ho passato una mattinata e un pomeriggio. 2) Quel giorno non sono andato a scuola e non ero molto rattristato dalla cosa (è l’unica assenza fin qui, dài!). 3) Mi stavo aggirando per il centro di Pordenone col famoso cartellino “press”, quello insomma che usano i giornalisti in America, o in Inghilterra (oltre che in Italia, perché noi dobbiamo fare i fighi e quindi scriviamo “press” e non “stampa”).

Mi sovviene all’improvviso cosa c’ero andato a fare: ero lì come operatore della stampa (roba seria), accreditato col Mv Scuola. Traduzione: con l’accredito (parola che peraltro suona benissimo) entri nelle conferenze stampa che vuoi, partecipi agli eventi che vuoi, non devi prenotare niente, basta che ti presenti 20 minuti prima dell’inizio di ogni incontro con gli autori (suvvia, ti fanno entrare anche se già è iniziato, al massimo starai in piedi: ma alla fine trovi pure posto a sedere). Appena i nostri venerabili rappresentanti inventeranno un accredito per saltare la fila alla macchinetta del caffè a scuola, o al carrello dei saccottini, richiederò immediatamente un’esclusiva per averlo prima degli altri e gratis. L’accredito dell’accredito (roba seria).

Tornando a Pordenone, l’iter per farsi dare il pass è rapido, ma non indolore. Arrivi lì che la tua testata ha già comunicato il tuo nome all’ufficio stampa (roba seria), loro ti staccano semplicemente il pass e poi sei praticamente un giornalista (ma anche un “amico”). Siccome hai la faccia da liceale, capita che talvolta i giornalistoni dei giornaloni ti guardino con aria quasi di fastidio perché, insomma: cosa ci fa questo qui, che se ne ritorni a scuola, che vada a studiare, noi siamo gente in carriera, eccetera eccetera. Allora, anche se godi a tutti gli effetti degli stessi diritti degli altri giornalisti, hai due strade: sentirti come una persona con tre occhi o due nasi, che tutti guardano male; oppure sentirti come una specie di infiltrato (della serie: come ci è finito qui?) e quindi tuttalpiù ti nascondi dietro una pianta finta, ti metti a scrutare con aria concentrata la cartella stampa che ti hanno dato (roba seria) e attendi la prossima conferenza.

Una volta che inizi a seguire le conferenze, alla fine capisci che è quasi come stare a scuola. Quasi, perché ogni conferenza dura mezz’ora, passano tutte piuttosto velocemente e alcune sono perfino interessanti. Alcuni giornalisti, scatenàti, sono lì tutt’orecchi, prendono appunti, fanno facce interessate, estasiate, inebriate. Altri accendono il registratore e restano stravaccati sulla sedia, nella sostanziale indifferenza verso le parole dell’autore che presenta la sua opera. Altri ancora (ecco il sottoscritto) nemmeno accendono il registratore, ma si limitano a fare qualche domanda con adeguato preambolo onde opporsi al preambolo della domanda del giornalista che lo ha preceduto (il casinista della classe ci vuole, sempre). Inizi perfino a sentirti a tuo agio.

Oltre alle conferenze stampa, ci sono anche le conferenze e basta. Sono più grandi, si fanno al cinema o sotto appositi tendoni,  ci va anche la gente comune (gli “amici”). Non sono destinati solo alla stampa, anche se quelli della stampa sono comunque “amici” e possono andarci (sia in quanto “amici” che in quanto stampa, a questo punto non cambia nulla). Le conferenze sono diverse dalle conferenze stampa perché lì gli autori parlano a ruota libera a un pubblico e non devono rispondere a domande di gente che neanche ha letto i libri che presentano (begli “amici” che siamo, noi “amici” di PordenoneLegge: nemmeno ci degniamo di leggere libri usciti un giorno o due prima della conferenza o della conferenza stampa). L’inghippo è che spesso si accavallano alla stessa ora incontri tutti molto interessanti, per presenziare ai quali servirebbe il dono dell’ubiquità; altre volte invece non trovi niente da fare, ma questo è un altro discorso e quindi chiudiamo velocemente con la prima frase intelligente che ci viene in mente: leggere fa bene, è importante, stimola l’intelletto, quindi leggete, leggete, leggete più che potete e leggete tutto quello che volete. Avete letto anche questa cosa, ma in tal caso avete solo buttato via del tempo.