di Emanuele Campiello

Mirko Galasso, ex-studente del Copernico, racconta il suo successo nato dall’impegno e dal desiderio di raccontare la sua seconda patria, che si sono tradotti in un libro bilingue, in riconoscimenti e in  una vastissima cultura generale.

Mirko è stato copernicano dal 2010 al 2015 e, anche se copernicani non si smette mai di essere, oggi è uno studente di storia all’Università di Udine. Durante il suo percorso all’interno della nostra scuola molte cose sono cambiate per lui. Si era iscritto al corso di potenziamento scientifico-informatico con l’intenzione di frequentare poi una facoltà di ingegneria, ma, nonostante avesse fatto parte della squadra di giochi matematici ed informatici ottenendo anche ottimi risultati nelle relative ore curriculari, ha scelto di seguire la strada suggeritagli dalle sua passione più grande: la storia.

Fin da quando aveva 4-5 anni ha sentito un particolare interesse per tale materia, che, incitato anche dal professor Grison, al liceo è nuovamente sbocciato in lui, inoltre  ha  avuto e ha tuttora una marcia in più, dovuta al desiderio di conoscere meglio la sua seconda patria: la Serbia. Per questo motivo la sua tesina per l’Esame di Stato tratta della cultura serba, una scelta originale che gli ha cambiato la vita: quel suo lavoro ha ottenuto perfino l’approvazione del Ministero degli Esteri serbo, oltre a quella dei suoi docenti. Il suo lavoro è diventato un libro bilingue e una mostra dell’ONU a New York.

Mirko ci racconta il suo libro così:

“Una piccola nazione nella Grande Guerra” racconta la storia della Serbia nella Prima guerra mondiale. Partendo dal significato che il 28 giugno (data che lega la Battaglia della Piana dei Merli del 1389 all’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando nel 1914) ha da secoli per i Serbi, il lavoro si concentra sui motivi e sulla preparazione del conflitto confutando la facile tesi – tuttora diffusa in area tedesca – secondo cui la Serbia sarebbe da considerare la principale responsabile dello scoppio della Prima guerra mondiale. Dopo aver analizzato la crisi diplomatica di luglio e le forze in campo di quella che si prefigurava come una guerra localizzata nonché la terza in tre anni (1912, 1913 e 1914) per il Regno di Serbia, vengono raccontate le vicende principali legate alle prime battaglie che videro l’Impero austro-ungarico in grossa difficoltà. In seguito alle vittorie serbe del 1914 (Cer, Drina e Kolubara), emerge nella lettura la risoluta intenzione del governo di continuare ad ogni costo la lotta al fianco della Triplice Intesa, nella speranza di riunire assieme, come il Piemonte fece con il resto dell’Italia, gli altri “fratelli” sloveni, croati e serbi che si trovavano nei confini dell’Austria-Ungheria per formare quella che si sarebbe poi chiamata “Jugoslavia”. Viene dunque analizzato l’evento centrale dell’intero conflitto per quanto riguarda la Serbia ovvero il rifiuto, nell’estate del 1915, della proposta di pace separata, reiteratamente avanzata dalle Potenze centrali. In base a questa, in cambio dell’immediata uscita della Piccola nazione dalla guerra, le sarebbero stati consegnati i territori della cosiddetta “Grande Serbia”, concetto ideato nel 1683 dal conte Đorđe Branković. Rifiutata tale offerta, se ne analizzano le implicazioni e viene raccontata la conseguente entrata in guerra della Bulgaria che, assieme alle truppe austro-tedesche, fu protagonista della “Triplice Invasione” della Serbia causando il completo ritiro dell’esercito serbo verso il sud del paese secondo un piano del tutto singolare: passare nel dicembre del 1915 le innevate e tempestose cime albanesi per sfuggire ai nemici e continuare la guerra dalla parte dell’Intesa. A ritirarsi seguendo l’esercito fu tutta una nazione in miniatura comprendente il re, il governo, i familiari dei soldati e moltissima gente comune: almeno 400.000 persone di cui più di 250.000 finirono disperse. Viene descritta dunque l’operazione di salvataggio condotta dagli Alleati a inizio 1916, in cui la Marina italiana ebbe un ruolo rilevante, e la riorganizzazione dell’esercito serbo sull’isola greca di Corfù. Il resto delle armate serbe venne poi gradualmente trasportato al fronte di Salonicco dove fu fondamentale per la vittoria e la successiva riconquista della Serbia. Dopo ciò sono riassunte le vicende della nascita della Jugoslavia mostrando come gli eventi di inizio secolo siano, in realtà, importantissimi per capire meglio quanto accaduto negli anni ‘90 quando, infatti, l’obiettivo e il risultato principale dello sforzo bellico e del sacrificio della piccola nazione serba nella Prima guerra mondiale (su 4,5 milioni di abitanti persero la vita in 1.250.000: il 28% degli abitanti e il 62% della popolazione maschile), ovvero la Jugoslavia, la grande nazione cui la Serbia aveva dato vita, cesserà di esistere.

La parte addizionale del libro è la traduzione della sezione di inglese della tesina originale (che comprendeva anche fisica e letteratura sia italiana che serbo-croata) che riassume, in base a una lunga intervista rilasciata per il New York Times nel 1912, la visione della storia serba e balcanica dell’inventore serbo Mihajlo Pupin, che visse a lungo negli Stati Uniti.

 

Il 22 novembre scorso Mirko è stato ospite della nostra redazione e l’abbiamo intervistato.

La tua storia ci mostra che è possibile, per mezzo di impegno e curiosità, ottenere grandi risultati e riconoscimenti. Ritieni che saresti riuscito a trovare la tua strada anche senza stimoli esterni? Pensi che si potrebbe fare di più per stimolare gli studenti?

Sinceramente credo che non sarei arrivato a questo punto senza la possibilità in particolare offerta dal professor Grison di tenere delle lezioni di approfondimento sulla storia serba già dal biennio. Questo mi ha fatto scoprire una cultura a cui sono in qualche modo legato e quindi sì, ritengo che questa sia la strada giusta, perché aiuta, dopo lo studio, ad interiorizzare quello che si ha imparato. Per quanto riguarda ciò che si potrebbe fare in più, sul versante scientifico credo che la scuola sia abbastanza ben fornita, mentre nell’ambito letterario si può migliorare perché, purtroppo, c’è da dire che le possibilità lavorative e remunerative sono quelle che sono. Ci si potrebbe concentrare su qualcosa che valorizzi se stessi o un tipo di cultura, dev’essere qualcosa che aiuti ad interessarsi alla materia, ma anche che permetta una personalizzazione del programma. Così possono aprirsi delle autostrade.

Sicuramente nella tua esperienza la tua seconda patria, ovvero la Serbia, ha fatto la differenza. Infatti il tuo lavoro è stato riconosciuto niente meno che dal Ministero degli Esteri serbo. Premettendo che io non conosco quella realtà, considerando l’ipotesi opposta, ovvero che tu avessi scritto una tua tesina sull’Italia dalla Serbia, secondo te, l’Italia avrebbe saputo manifestare la stessa attenzione?

Io purtroppo, con un velo di tristezza, credo che il contrario non sarebbe avvenuto facilmente. Questo perché i due paesi hanno storie diverse e la Serbia ultimamente si è aperta molto ad iniziative di questo genere, dato che la storia recente ha adombrato tutto quello che era accaduto prima e l’attuale ignoranza a riguardo ci ha imposto una visione parziale della realtà. Inoltre, nonostante la cultura italiana sia imbevuta di cultura umanistica, a me sembra proprio che non la si valorizzi a dovere. L’Italia poi ha anche una buona cultura scientifica, che non valorizza abbastanza, come non valorizza i giovani. Credo che in Italia si tenda a dare molte cose per scontate.

Colpisce il fatto che all’interno del tuo percorso al Copernico tu abbia cambiato completamente i tuoi piani per il futuro. Cosa ti ha fatto capire che l’ingegneria non sarebbe stata la tua materia di studi? Cosa avresti deciso di studiare senza quella tesina?

Sì, io ero infatti partito con l’idea di fare ingegneria, in particolare ingegneria civile, perché mio padre è geometra. Credo di poter dire di essere andato abbastanza bene nelle materie scientifiche e mi sono anche divertito molto con le gare di matematica, da cui ho imparato il lavoro di squadra. Personalmente posso dire di aver avuto grande libertà di movimento nelle materie letterarie e una grande passione per la storia. Però non è l’aver studiato tante materie scientifiche che mi ha fatto riscoprire quelle umanistiche; lo studio delle materie umanistiche non è stato un ripiego, è l’aver dato grande importanza ad entrambi gli ambiti che mi ha fatto capire quello che facesse per me. Se non avessi avuto questo successo, per cui mi ritengo molto fortunato, avrei probabilmente fatto economia e commercio.

Importante per uno storico è reperire materiale da fonti certe. Come sei riuscito ad arginare il problema della distanza dallo stato che stavi studiando? Oppure la distanza ti ha aiutato a trovare fonti più oggettive?

Le fonti sono fondamentali per fare storia, è quasi impossibile farne a meno. Dico “quasi” perché gran parte della storiografia crede di poter fare una buona storia usando solo le fonti, ma oltre alle fonti convenzionali scritte ci sono le sensazioni prevalenti e il corso degli eventi, a cui vanno affiancate anche le testimonianze. Da questo punto di vista non ho avuto problemi a reperire delle fonti, dato che il mio lavoro è basato soprattutto su fonti secondarie, ovvero documenti scritti fondati su testi dell’epoca con l’intento di fare storiografia. Non ho avuto difficoltà nel farlo, perché potevo attingere da quelle in serbo-croato. Credo infatti che la mia posizione a metà fra Italia e Serbia sia particolarmente vantaggiosa per poter inquadrare meglio quanto accaduto. Credo di riuscire a cogliere sia l’insieme che l’unità del quadro.

Il pregio più grande della tua tesina è probabilmente il fatto che tu sia riuscito a calarti nel contesto dell’epoca di cui parli. Come sei riuscito in questa operazione che ha portato alla luce particolari sconosciuti?

Mi è stato utile aver vissuto un po’ di tempo all’anno in Serbia, poiché non era infrequente che si parlasse del passato. Inoltre ho potuto attingere a fonti della radiotelevisione serba, che mi hanno fatto conoscere cosa sia stato il periodo della Prima Guerra Mondiale per i serbi. Non è il fatto di esser  venuto a conoscenza di fatti particolari, piuttosto l’aver compreso le sofferenze, i sentimenti, le motivazioni e gli ideali dei quali la cultura serba è particolarmente intrisa.

Il tuo lavoro parte da uno scritto. Cosa ti ha spinto e ti spinge a raccontare, sia con la voce sia con la penna, la storia di uno dei tuoi due popoli?

Questo è stato un viaggio che più che mentale definirei (senti)mentale, che ho intrapreso e che non mi sarei aspettato mi portasse tante soddisfazioni. Essere venuto a conoscenza di alcuni fatti della Prima Guerra Mondiale e di essermi reso conto della differenza che passa tra gli avvenimenti della Grande Guerra e i fatti accaduti in quella degli anni ’90 mi ha motivato a scrivere un testo in cui inquadravo la recente storia della Serbia alla luce di quanto successo dopo.

Impegno e costanza ti hanno fatto raggiungere un gran risultato: hai nobilitato un’intera nazione ai nostri occhi di osservatori esteri (per giunta italiani, che ci consideriamo la culla della cultura europea). Hai dato prova del fatto che gli scambi culturali sono reali e possibili. In quali altri modi, secondo te, si potrebbe favorire la multiculturalità?

La multiculturalità, secondo me, è un grandissimo valore in quanto esalta quanto c’è di buono in ogni cultura. Credo che non esistano a prescindere culture incompatibili e che il dialogo sia fondamentale per sviluppare ciascuna. Bisogna innanzitutto favorire l’apertura culturale, poi chi appartiene a più contesti dovrebbe esserne orgoglioso, ma non nel senso che la sua cultura è migliore delle altre, nel senso che la sua cultura ha degli elementi particolari che la rendono diversa, unica ed irripetibile dalle altre. Se si ha un atteggiamento entusiastico, si arriverà ad un dialogo interculturale, più che multiculturale, ottenendo risultati davvero interessanti. Certo è che, secondo me, propagandare la multiculturalità come valore assoluto, senza un’autocritica sia del concetto di multiculturalità che di come la vogliamo applicare, possa portare a risultati negativi.